Ennio Morricone scacchista

Il 10 novembre ricorre l’anniversario della nascita di Ennio Morricone (Roma, 1928).

Il noto musicista-compositore era anche grande appassionato di scacchi.

Nel video una intervista che Adolivio Capece gli fece nel 2012, in occasione della visita del Maestro al campionato italiano di scacchi in corso a Torino: Morricone racconta come ha conosciuto gli scacchi, i campioni con i quali ha giocato, le sinergie tra musica e scacchi e molto altro.

Gli scacchi nella seconda metà dell’Ottocento (parte seconda)

Paul Morphy

Come abbiamo visto, Adolph Anderssen è stato uno dei più grandi giocatori europei a metà dell’Ottocento. Dopo la vittoria a Londra molti lo ritennero il migliore in assoluto, ma il suo predominio venne interrotto quando, nel 1858, venne sconfitto in un match dall’americano Paul Morphy.

 

I Morphy erano una famiglia di origine mista, ispano-franco-irlandese, che aveva acquisito un posto al sole nella società di New Orleans. Paul Charles Morphy, figlio di Alonso, giudice dell’Alta Corte della Louisiana, nacque il 22 giugno 1837. Già verso i 12 anni era il miglior giocatore di scacchi della città, avendo superato padre, zio e nonno accaniti giocatori; nel 1850 fece visita a New Orleans il maestro ungherese Johann Lowenthal che giocò con il ragazzo due  partite con il risultato ufficiale di una pari e una persa.

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Gli scacchi nella seconda metà dell’Ottocento (parte prima)

Howard Staunton e Adolph Anderssen

Uno dei più rappresentativi scacchisti dell’Ottocento fu l’inglese Howard Staunton (Londra, 1810-1874).

Poco si sa delle sue origini e nulla di preciso si sa di lui fino al 1835, quando apparve sulla scena scachistica; probabilmente anche il nome con cui oggi è noto non era il suo vero nome: secondo alcune fonti era figlio illegittimo di Frederik Howard, quinto conte di Carlisle: lui cercò del resto di favorire questa versione.

Documenti dell’epoca indicano come luogo di nascita Westmorland, altri Keswick (Cumberland). Risulta anche che si sia iscritto all’Università di Oxford ma che non abbia mai completato gli studi.

Iniziata la carriera teatrale, divenne presto una indiscussa autorità su Shakespeare; imparò a giocare a scacchi tardi, a 26 anni, poiché, diceva, da buon patriota voleva vendicare la sconfitta subita da Mac Donnell. In poco tempo divenne il miglior giocatore di Londra, nel 1840 fondò il Chess Player’s Chronicle, prima rivista di scacchi in lingua inglese, che diresse fino al 1845, anno in cui iniziò una rubrica sull’ Illustrated London News che portò avanti fino alla morte, e finalmente nel 1843 sconfisse il francese Saint-Amant (+11 =4 -6) in un match giocato dal 14 al 20 dicembre nel celebre Cafè de La Regence. Questo risultato provocò il subitaneo crollo dell’egemonia francese, mentre Staunton cominciò ad essere considerato uno dei più forti giocatori dell’epoca.

Alto, dal portamento eretto, le spalle ampie, la chioma leonina, Staunton ‘si muoveva come un re’ e vestiva elegantemente, in modo quasi ricercato, con un gusto che gli derivava probabilmente dai suoi trascorsi di attore.  Nel febbraio del 1849 si sposò e, rendendosi conto delle sue nuove responsabilità, cercò un lavoro meno rischioso di quello di scacchista professionista, anche se nel frattempo aveva preso ad autodefinirsi “miglior giocatore del mondo di scacchi”.

 

Per confermare tale qualifica con i fatti, Staunton organizzò nel 1851 a Londra il primo torneo internazionale della storia degli scacchi, in occasione della prima EXPO della storia.

Fu giocato presso il Circolo San Giorgio, nonostante la netta opposizione del Circolo scacchistico di Londra, e fu voluto dallo stesso Staunton, che ne dettò anche il regolamento: Staunton era sicuro di vincere e di poter così suggellare ufficialmente la sua superiorità.

Ma le cose andarono diversamente: il torneo, disputato con la formula a matches con 16 partecipanti, vide la vittoria a sorpresa del professore di matematica Adolph Anderssen (1818-1879), insegnante al Friederich Gymnasium di Breslavia in Germania, suo paese natale.

La formula del torneo prevedeva l’eliminazione diretta nel primo turno per chi avesse perso due partite senza contare le patte (comunque allora assai poco frequenti: furono infatti solo 7 su 85 partite). Dal secondo turno in avanti erano invece necessarie quattro vittorie per qualificarsi alla fase successiva. Da notare che in questi match i giocatori avevano sempre i pezzi del medesimo colore; alternativamente, però, avevano il diritto ad effettuare la prima mossa della partita pur avendoi pezzi neri.

Anderssen superò nel primo turno Kieseritzky, poi Szen, quindi sconfisse Staunton per 4 a 1.

 

Seguiamo la prima combattuta partita del decisivo match.

 

Anderssen – Staunton

  1. e4 e5 2. Cf3 Cc6 3. d4 e:d4 4. Ac4 Ac5 5. 0-0 d6 6. c3 Cf6 7. c:d4 Ab6 8. Cc3 Ag4 9. Ae3 0-0 10. a3 De7 11. Dd3 A:f3 12. g:f3 Dd7 13. Rg2 Ch5 14. Ce2 Ce7 15. Cg3 C:g3 16. h:g3 d5 17. Aa2 Tad8 18. Tad1 c6 19. Th1 Cg6 20. Th5 d:e4 21. f:e4 Dg4 22. Tdh1 T:d4 23. Dc3 T:e4 24. T:h7 Ad4 25. A:d4 T:d4 26. T1h4 C:h4+ 27. T:h4 D:h4 28. g:h4 T:h4 29. Dg3 Th5 30. f4 Tb5 31. b4 Td8 32. Ac4 Td2+ 33. Rg1 Td1+ 34. Rf2 Tf5 35. Dg4 1-0.

 

Infine Anderssen  si aggiudicò il torneo battendo in finale l’inglese Wywill.

Staunton, che pensava di vincere alla grande, esordì battendo facilmente Brodie (+2), poi superò Horwitz (+4 =1 -2). Dopo la sconfitta con Anderssen perse anche la finale per il terzo posto contro Williams. Trovò come scusante per la mancata vittoria le responsabilità organizzative e al termine del torneo lanciò una sfida individuale ad Anderssen; ma questi era un insegnante e doveva rientrare per l’inizio della scuola, così la sfida non ebbe luogo.

 

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Il torneo di Londra 1851

 

La classifica finale del torneo: Anderssen, Wywill, Williams, Szen, C. Kennedy, Horwitz, Mucklow, Bird, Lowenthal, Kieseritzky, Love, Brodie, Newham, Mayet, E.S.Kennedy.

Montepremi di ben 8.887 franchi, dei quail oltre 4.500 andarono al vincitore. Nel primo turno eliminazione alla seconda sconfitta, dal secondo erano necessarie 4 vittorie per passare il turno.

Per la sua vittoria a Londra Anderssen è considerato da molti il primo campione del mondo di scacchi; in realtà egli non fece nulla per attribuirsi il titolo, né alcuno ne perorò la causa.  Forse le cose sarebbero andate diversamente se fosse stato Staunton a vincere il torneo….

 

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Nel 1853 Staunton tornò alla carica sfidando ‘qualsiasi giocatore del mondo’ – ma evidentemente puntava ad Anderssen – in un match su 21 partite con in palio una posta di 150 sterline; anche questa sfida non venne raccolta e Staunton a questo punto abbandonò praticamente il gioco, dedicandosi agli studi e al commento delle opere di Shakespeare.

Staunton ideò vari “gambetti” contemplati ancor oggi dalla teoria delle aperture: per esempio nella Partita Olandese dopo 1. d4, f5; la spinta 2. e4, una continuazione interessante che può mettere il Nero in difficoltà.

Nel 1847 scrisse il Chess Player Handbook che ebbe grande fortuna e venne ristampato fino al 1935. Diede anche il nome al modello di pezzi poi usato in tutti i tornei. In realtà i pezzi furono realizzati nel 1835 da Nathaniel Cook che li brevettò nel 1849, lasciando poi scadere il brevetto e permettendo a Staunton di immetterli sul mercato con il suo nome.

 

 

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Due momenti salienti della storia degli scacchi

 

Due momenti salienti nella storia scacchistica: 1870 e 1883.

1870: nel torneo di Baden-Baden vengono ammesse per la prima volta le partite “patte”, cioè pari, che prima venivano invece ripetute fino alla vittoria di uno dei due giocatori.

1883: in un altro torneo disputato a Londra (vinto da Zukertort), appare per la prima volta in torneo l’orologio segna-tempo: era stato ideato da Thomas Bright Wilson (1843-1915), segretario del Manchester Chess Club, con i suggerimenti di Henry Blackburne. Consisteva in due orologi posti su un’asse in legno e collegati in modo che quando se ne bloccava uno si metteva in moto l’altro.

 

 

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Adolph Anderssen è stato uno dei più grandi giocatori europei a metà dell’Ottocento. Dopo la vittoria a Londra molti lo ritennero il migliore in assoluto, ma il suo predominio non durò a lungo poiché, nel 1858, venne sconfitto in un match dall’americano Paul Morphy.

 

Gli scacchi in Italia

 

Un rapido accenno a quanto avveniva in Italia.

Anche nell’Ottocento continuò il distacco dallo sviluppo del gioco in Europa; un solo italiano cercò di risvegliare l’ambiente: Serafino Dubois (1817-1899) che non solo giocò svariate sfide, ma partecipò anche a molti tornei internazionali: a Londra nel 1862 fu quinto nel torneo vinto ancora da Anderssen. Fondò due riviste di scacchi, nel 1859 e nel 1868, che però ebbero vita breve, anche a causa del particolare periodo storico italiano.

 

Vediamo una graziosa miniatura di Dubois, giocata a Roma nel 1859, forse durante una ‘simultanea’ (cioè mentre giocava con più avversari contemporaneamente), contro un avversario di cui non si sa il nome.

 

1.e4, e5; 2. f4, e:f4; 3. Cf3, g5; 4. h4, g4; 5. Ce5, Cf6; 6. Ac4, d5; 7. e:d5, Ad6; 8. d4, Ch5; 9. C:g4, Cg3; 10. Th2, De7+; 11. Rf2, h5; 12. Ce5, A:e5; 13. d:e5, Dc5+; 14. Re1, Dg1+; 15. Af1, D:f1+; 16. Rd2,

16…Ce4 scacco matto!

Nel 1862 Dubois giocò un match con Steinitz, che a Londra 1862 era arrivato sesto: perse per 5 a 3 con una patta; la curiosità è che tutte le partite di questo match vennero analizzate da Bobby Fischer sulla rivista statunitense  ‘Chess Life’ un secolo dopo, nel 1964.

 

Comunque l’opera di Dubois non doveva restare lettera morta. Gli scacchi ripresero vigore anche in Italia; nel 1872 nasceva la “Nuova rivista degli scacchi” fondata dal magistrato Amerigo Seghieri (1831-1894) e dall’avvocato Emilio Orsini (1839-1898); la rivista vide la luce a Livorno e continuò le pubblicazioni per trent’anni.

 

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L’Alfiere italiano

 

Nei diagrammi l’Alfiere raffigurante un elmo con visiera di foggia medievale, detto ‘Alfiere italiano’, fu disegnato da Giacomo  De Medina di Livorno e venne usato per la prima volta dalla “Nuova rivista degli scacchi” nel 1875.

 

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Intanto nascevano circoli scacchistici in varie città e organizzati i primi tornei nazionali: Roma 1875, Livorno 1878, Milano 1881, Venezia 1883, Roma 1885, Torino 1892.

Nel 1897 per iniziativa della Accademia Romana degli Scacchi sorgeva l’Unione Scacchistica Italiana (USI), cui aderirono i circoli di Genova, La Spezia, Torino, Treviso, Livorno, Napoli, Palermo e Catania.

L’USI, che si scioglierà allo scoppio della prima guerra mondiale, organizzò cinque tornei: Roma 1900, Venezia 1901, Firenze 1905, Milano 1906 e ancora Roma 1911.

 

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Origine del nome ‘Difesa Siciliana’

 

Il primo accenno al Gioco Siciliano si trova nel libro di J.H. Sarratt  The works of Damiano, Ruy Lopez and Salvio on the Game of chess, pubblicato a Londra nel 1813.

A pag. 367 si legge: “Le seguenti quattro partite sembrano particolarmente adatte a permettere al giocatore di giudicare se la spinta di due passi del Pedone dell’Alfiere di Donna sia una apertura vantaggiosa per il secondo giocatore. Queste partite sono state tratte da un raro e prezioso manoscritto, Il Giocho Siciliano”.

Ricordiamo che la Difesa Siciliana è caratterizzata dalle mosse  1. e4, c5.

Gli scacchi nella prima metà dell’Ottocento

L’ondata di rinnovamento che nella prima metà dell’Ottocento permeò l’Europa, non poteva non coinvolgere anche gli scacchi. Fu un vasto movimento spirituale che rinnovò profondamente le lettere, le arti e il pensiero e influenzò anche la vita politica e sociale, facendo passare l’Europa da un regime politico di autorità ad una nuova concezione di libertà. Questo anelito di originalità e creatività, che portò ad una nuova concezione dell’Uomo e dell’Universo, è oggi conosciuto come Romanticismo. Leggi tutto “Gli scacchi nella prima metà dell’Ottocento”

Tra Settecento e Ottocento

Tentativi eterodossi

Uno degli aspetti più caratteristici, ma sotto un certo aspetto anche più divertente, degli scacchi è la ‘resistenza’ alle molte variazioni al gioco classico che nel corso dei secoli sono state proposte.

Sin dal Medio Evo ci sono state proposte per modificare la forma della scacchiera o tentativi di ampliamento  delle sue dimensioni, per non parlare dei tentativi di introdurre nuovi pezzi.

Tutto questo continuò anche nel Settecento e nell’Ottocento, ma sempre senza successo. Tutte le varianti proposte al gioco sono poi confluite in quelli che modernamente  sono definiti  “scacchi eterodossi”.

Molto antica è l’idea di ampliare la scacchiera per inserire nuovi pezzi. Pensiamo per esempio a Tamerlano (1336-1405, in persiano significa ‘Timur lo zoppo’) il grande conquistatore, che giocava su una scacchiera di 11×10 caselle e ideò anche una scacchiera rotonda, anticipazione della  moderna scacchiera cilindrica.

 

Molti dei pezzi ideati in passato sono stati ripresi modernamente dai ‘problemisti’, che li hanno di solito presentati con nomi nuovi. Per esempio già nel 1561 Ruy Lopez parlava della ‘Donna cavallotta’ che univa il movimento della Donna a quello del Cavallo, oggi conosciuta nel  mondo del problema come ‘Amazzone’.

Nel 1617 Pietro Carrera propose una scacchiera di 10×8 caselle aggiungendo il ‘centauro’ o ‘alfincavallo’, pezzo che abbina il movimento dell’Alfiere e del Cavallo, e oggi è noto come ‘Principessa”. E il ‘campione’ o ‘roccocavallo’, che abbina il movimento della Torre e del Cavallo, oggi noto come ‘Imperatrice’.

 

Ancora nel XVII secolo Francesco Piacenza aveva proposto un ‘arciscacchiere’  di 100 caselle (10×10, probabilmente utilizzando quello che allora era il tavoliere per il gioco della Dama), inserendo a fianco di Re e Donna – prima dell’Alfiere – due nuovi pezzi:  da una parte il ‘centurione’ e dall’altra il ‘decurione’.

Forse a lui si ispirò Giuseppe Ciccolini (morto a Roma nel 1833) primo presidente della Accademia Romana, che nell’opera “Tentativo di un nuovo gioco di scacchi” propose ancora la scacchiera di 100 caselle ma inserendo a fianco di Re e Donna – prima dell’Alfiere – un unico nuovo pezzo denominato ‘Elefante’ e come innovazione  modificò  il movimento di alcuni pezzi.

Innegabilmente l’idea della scacchiera di 100 caselle è stata la più diffusa in ogni epoca: facendo un salto in avanti nel tempo, ricordiamo che perfino Capablanca, dopo la sconfitta con Alekhine, la propose “per aumentare la difficoltà del gioco”, inserendo accanto al Re il Duca (Torre più Cavallo)  e accanto alla Donna il Templaro (Alfiere più Cavallo),  con la possibilità per i Pedoni alla prima mossa di avanzare di tre caselle e per il Re nell’arrocco di spostarsi di tre caselle.

Facendo un salto nel tempo e arrivando ai nostri giorni, possiamo ricordare la maxi-scacchiera dipinta da Paul Klee nel 1937, in un quadro che chiamò ‘Super chess’.

Nel Settecento una delle novità proposte fu la scacchiera per il gioco a 3: può essere divertente notare che ancor oggi ogni tanto qualcuno afferma di aver ‘inventato’  la scacchiera per il gioco a 3 e la notizia trova ampio spazio sui mass-media. In realtà la scacchiera per il gioco in 3 è già ben descritta nell’opera “Il giuoco degli scacchi fra tre”, edito a Napoli nel 1722, ed opera di Filippo Marinelli, capitano del genio dell’esercito napoletano. Consentiva il gioco ai Bianchi, ai Rossi e ai Neri. Il libretto ebbe varie traduzioni, compresa una in inglese dedicata alla duchessa di Northumberland.

Proposte di variazioni al gioco sono nate dall’idea degli scacchi come battaglia. Ricordiamo per esempio Francesco Giacometti, nato in Corsica e poi trasferitosi a Genova, che pubblicò nel 1793 “Il Giuoco della Guerra”, riprendendo alcune caratteristiche degli scacchi cinesi: per esempio la scacchiera divisa da un fiume e l’inserimento tra i pezzi del mortaio (o cannone). La scacchiera era composta da 153 caselle e in campo c’erano soldati e trincee, così da riprodurre una vera e propria battaglia. Il volumetto ebbe varie edizioni in italiano, fu tradotto in francese ed anche in … napoletano!

Ma anche all’estero gli scacchisti “innovatori” non erano da meno.

Un quadro  del 1520 dipinto dall’olandese L.Van Leyden (1494-1533), oggi conservato a Berlino, raffigura una scacchiera di 12×8 case: vi si giocava una variante nota come ‘Kurier Spiel’ (Gioco del Corriere), già in voga nel Medio Evo.

L’olandese Luca da Leida, nome italianizzato di Lucas van Leyden, pseudonimo di Lucas Hugenszoon (Leida 1494 – 1533) è stato pittore e incisore.

Lucas è stato anche tra i primi ad impiegare la prospettiva aerea nelle stampe.
Il numero di dipinti attribuiti a Lucas non sono molti, probabilmente risalgono soltanto alla sua fase giovanile, prima dei 25 anni.
Queste opere giovanili, come “I giocatori di scacchi” del 1508, rivelano una predilezione per la pittura narrativa spesso a scapito dell’ unità compositiva.

Il quadro però non rappresenta gli scacchi tradizionali, ma il “Gioco del Corriere” che si svolgeva su un tavoliere di 12×8 caselle, piuttosto diffuso all’epoca nelle nazioni del nord Europa e di cui avevano parlato molti degli antichi poemi medievali.

 

Oltre ai pezzi normali degli scacchi il gioco prevedeva per ciascuno due ‘Corrieri’, in pratica due Alfieri, un Consigliere, che muoveva come il Re, uno Schleich, che poteva muovere di un solo passo in orizzontale o in verticale, e 4 Pedoni. I 12 pezzi venivano posti sulla prima (ovvero ottava) traversa, i 12 Pedoni sulla seconda (ovvero settima).

Sicuramente da ricordare  l’olandese Jules van Zuylen (1743-1826), il primo a proporre già nel Settecento di disporre i pezzi a caso dietro ai Pedoni ma in modo uniforme e simmetrico per Bianco e Nero, anticipando in pratica il ‘fischerandom’ del mitico Bobby Fischer.

Il conte Jules Filippe van Zuylen Nyevelt (Rotterdam 5.1.1743 – Utrecht 20.2.1826) intraprese la carriera militare divenne generale, poi Consigliere di Stato e infine alto comandante delle truppe batave. Come scacchista fu il primo trattatista olandese e fece tra l’altro studi approfonditi sui finali di Re e Pedoni. Ideò anche una scacchiera ‘per signore’ in cui i Pedoni erano rappresentati da cuori e la Donna da una stella a otto punte.

E tra gli insegnamenti ai principianti, consigliava, per migliorare tecnica e strategia, di giocare appunto le partite disponendo i pezzi dietro ai Pedoni a caso, ma in modo simmetrico per i due schieramenti.

Quella di Fischer, dunque, non fu un’idea del tutto nuova anche se Bobby considerava accettabili solo 960 delle posizioni possibili, mentre per van Zuylen tutte le combinazioni erano accettate.

L’insegnamento di van Zuylen fu riproposto nel secolo successivo da suo nipote, l’olandese Elias van der Hoeven (1778-1858) che cercò di diffondere la variante, ma con scarso successo.

E tuttavia nel 1844 giocò due match con il colonnello P. Michaels, perdendo 5.5-3.5 quello a gioco classico ma vincendo quello con i pezzi messi in modo casuale per 5 a 1.

E nel 1851 a Baden-Baden giocò con questo sistema una partita con von der Lasa.

 

 posizione di partenza dei pezzi da a1 a h1 (e da a8 a h8): A T R T A C C D

 

1.Cf3 b5  2. d4 d6  3. Aa5 f6  4. Ce3 e5  5. De1 A:f3  6. e:f3  e:d4  7. T:d4 Ce7  8. b3 Cc6  9. Cd5 Tb7  10. Te4 Ag6  11. Ce7+ C:e7  12. T:e7 Cd7  13. De6 Dg8  14. D:g8 T:g8  15. Ad4 Ce5  16. A:e5 f:e  17. Rb2 Rd8  18. T:c7 T:c7  19. Tc1 Rd7  20. A:c7 R:c7  e il Nero vinse.

 

Da segnalare che un’altra partita con la disposizione casuale dei pezzi sulla prima traverso fu giocata nel 1911 tra Marshall e Cohn a Berlino.

Tra Settecento e Ottocento I precursori dei computer (2) – Ajeeb e Mephisto

Tra Settecento e Ottocento

I precursori dei computer (2) – Ajeeb e Mephisto

L’entusiasmo e l’interesse provocati dal Turco (ovvero l’Automa di von Kempelen) non si placarono negli anni successivi, anzi fecero anche nascere molti imitatori e macchine consimili.

Tra i molti anche un italiano, Giuseppe Morosi (pisano, 1772-1840) che nel 1794 creò una macchina per giocare a scacchi, simile appunto al Turco, che gli aprì le porte della corte di Ferdinando III duca di Toscana e gli valse a soli 22 anni la nomina di ‘aggregato’ al Museo di Fisica di Firenze. In seguito Morosi divenne un importante inventore e meccanico, realizzando macchine d’avanguardia in molti settori, in particolare per la Zecca.

Ma i principali ‘automi’ scacchisti furono costruiti nell’Ottocento: Ajeeb e Mephisto.

 

Ajeeb –

Nel 1865 Charles Alfred Hooper (1825-1900), meccanico ed ebanista di Bristol, costruì un congegno consimile al Turco per sfruttarlo a sua volta economicamente e lo chiamò Ajeeb.

Rispetto al Turco, Ajeeb – che ne manteneva le sembianze – era più grande, anzi, tra il manichino e la cassa su cui  poggiava, si arrivava ad una altezza di ben 3 metri.

Ajeeb fu ufficialmente presentato nel 1868 a Londra; ovviamente, prima della partita venivano aperti gli sportelli della cassa, dentro alla quale si vedevano ingranaggi e congegni, così come  l’interno del corpo, pieno di rotelle e fili.

Ajeeb fu esibito a Londra per quasi dieci anni; seguì una tournèe in Germania: a Berlino in tre mesi fu visto da più di centomila persone.  Poi fu esibito a Bruxelles e a Parigi. Nel 1885 fu portato a New York ed esposto al Museo Eden, nella 23a Strada, dove era possibile sfidarlo sia a dama, per 10 cents a partita, sia a scacchi, per 25 cents

All’interno di Ajeeb si alternarono maestri di scacchi e di dama; con certezza si sa che lo manovrarono  Charles Moehle (1859-1898), Albert Hodges (1861-1944) ed Harry Pillsbury (1872-1906) che giocava anche a dama e i damisti Constant Burille (1866-1914) che giocava anche a scacchi (su 900 partite ne perse solo tre, non perse mai a dama), Charles F. Moehle e Charles Barker. Tra coloro che giocarono, anche il presidente USA Cleveland e il suo vice Hendricks, Theodoro Roosevelt, il mago Houdini e Sarah Bernhardt.

Il successo fu tale che Hooper ne costruì almeno un secondo esemplare, forse anche altri due, il che ha reso complicata la storia di Ajeeb.

Nel 1895 Hooper rientrò in Inghilterra, dopo aver venduto il suo automa. L’acquirente sembra essere stato tale Jim (Joseph) Smith; tra il 1898 e il 1904 venne manovrato da Pillsbury, che forse per le troppe ore passate nell’angusto spazio fu colpito da una paralisi progressiva, che ne causò la morte nel 1906 a soli 33 anni.

Gli subentrò il campione di dama di origine russa Sam Gonotski, che con Smith portò Ajeeb a Coney Island, alternandosi al suo interno con un  assistente che giocava a scacchi; un giorno un avversario, sconfitto a scacchi, assalì l’automa con un coltello e uccise l’assistente; la vicenda fu messa a tacere, ma portò alla separazione tra Smith e Gonotski e forse fu il motivo per cui dal 1915 Ajeeb venne  utilizzato soltanto per giocare a dama.

Si dice sia stato distrutto da un incendio (così come era accaduto al Turco) nel 1929, ma sembra che non sia vero: l’anno è quello della morte di Gonosky.

Nel 1932 un altro Ajeeb apparve in Canada, ancora come giocatore di dama. Nel 1936 fu riportato in America e usato per pubblicizzare una radio: chi avesse vinto una partita ne avrebbe vinta una; ma a quanto pare Ajeeb non perse mai.

 

Mephisto
Nel 1876 Charles Gumpel, alsaziano, trasferitosi a Londra con la famiglia da ragazzino e diventato costruttore di protesi, dopo alcuni anni di lavoro realizzò un automa scacchistico che, a differenza di macchine come il Turco o Ajeeb,  non aveva un uomo nascosto all’interno ma era manovrato da un giocatore situato in una stanza vicina, tramite un collegamento elettro-meccanico: lo chiamò Mephisto.
Nel 1878 Mephisto vinse un torneo ad handicap della Counties Chess Association, a Londra. Era guidato da Isidor Gunsberg; da notare che George MacDonnell si ritirò dal torneo perchè non gli veniva detto chi giocava dietro alla macchina. Nel 1879 Mephisto (sempre manovrato Gunsberg) fece una trionfale tournèe, vincendo tutte le partite, eccetto quelle con le signore, nelle quali, dopo aver raggiunto una posizione vincente, si faceva battere. Infine nel 1883 Mephisto (sempre con Gunsberg) sconfisse a Londra Mikhail Cigorine.

 

Mephisto – Cigorine (Londra, 1883)

1.e4 e5 2.Cc3 Cc6 3.f4 exf4 4.Cf3 g5 5.h4 g4 6.Cg5 h6 7.Cxf7 Rxf7 8.d4 f3 9.gxf3 Ae7 10.Ac4+ Rg7 11.Ae3 Axh4+ 12.Rd2 d5 13.exd5 Ca5 14.Ad3 Ae7 15.fxg4 Cf6 16.Axh6+ Txh6 17.g5 Txh1 18.Qxh1 Qh8 19.gxf6+ Axf6 20.Tg1+ Rf7 21.Qe4 Qh6+ 22.Rd1 Ad7 23.b4 Te8

 

24.Qg6+ Qxg6 25.Axg6+ Rf8 26.Axe8 Axe8 27.Tf1 Re7 28.d6+ cxd6 29.Cd5+ Rd8 30.Cxf6 1-0

 

Nel 1889 Mephisto fu esposto all’Esposizione Universale di Parigi, dove venne manovrato da Jean Tabenhaus, scacchista nativo di Varsavia, trasferitosi a Parigi dal 1880; viveva dando lezioni di scacchi al Cafe de La Regence.  Al termine dell’Esposizione Mephisto venne smantellato.

 

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Uno sguardo al futuro. E la macchina per giocare a scacchi si concretizzò ….

 

Con la realizzazione del Turco, di Ajeeb e soprattutto di Mephisto, l’idea di costruire la macchina davvero capace di giocare a scacchi divenne sempre più attuale e finalmente si concretizzò grazie soprattutto all’evoluzione dei calcolatori e successivamente alla miniaturizzazione e alla realizzazione dei circuiti integrati.

Precursore fu Charles Babbage, matematico inglese (1792 – 1841) che dedicò trentasette anni di vita allo studio delle macchine calcolatrici. Nel 1840, dopo aver progettato il “motore analitico”, si impegnò per dimostrare che esso era capace di ‘cose intelligenti’. Cosa meglio degli scacchi per fare un test in tal senso? Così Babbage indicò le regole che la macchina automatica avrebbe dovuto seguire per giocare la partita.

Tra settecento e Ottocento (parte 1)

Tra Settecento e Ottocento

I precursori dei computer (1) – Il Turco

Nel 1700, quando ci fu la grande esplosione scientifica e tecnica che pose le basi della “Rivoluzione Industriale”, ebbero grande fortuna congegni complessi mossi da meccanismi ad orologeria: eseguivano movimenti preordinati e di grande precisione, ma senza possibilità di applicazioni pratiche. Vennero chiamati “automi”: si trattava di giocattoli, alti 30-40 centimetri, che diedero agli uomini dell’epoca l’illusione di avere tra le mani il segreto della creazione.

Il culmine sembrò raggiunto con la messa a punto della macchina capace di giocare a scacchi, già nel Settecento considerati il più intelligente e complesso dei giochi.

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Il Settecento (parte quinta)

Salti di Cavallo

Nel 1722, poco meno di un millennio da quando il problema era stato proposto per la prima volta, un matematico provò a definire una formula che esprimesse il percorso del cavallo sulla scacchiera.

Ricordiamo che il problema di far percorrere al Cavallo tutte le 64 caselle della scacchiera con 63 salti consecutivi – toccando dunque tutte le caselle una sola volta – era stato proposto già dagli antichi matematici indiani. Le possibili soluzioni (è stato calcolato siano quasi 123 milioni !) venivano però date soltanto in maniera empirica.

Uno dei primi matematici ad occuparsi in modo scientifico del problema fu Abraham de Moivre (1667-1754), francese presto emigrato in Inghilterra, noto per le teorie sul calcolo delle probabilità; fu anche ‘arbitro’ nella lite tra Leibniz e Newton per la paternità del calcolo differenziale.

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Il Settecento (parte 4)

Il Settecento (parte quarta)

 

Philidor

Francois-André Philidor

Francois-André Philidor, il futuro campione di scacchi, nacque a Dreux il 7 settembre 1726 dal secondo matrimonio di André Danican Philidor (1652-1730), detto Philidor il Vecchio e successivamente Philidor Padre, dopo la morte di Jaques, suo fratello, detto Philidor il Giovane.

Il prenome François era quello del padrino del giocatore di scacchi: questi non l’utilizzò poi altro che negli atti ufficiali, ma uno storico deve menzionarlo per evitare la confusione. Il prenome André, che egli utilizzava sempre ed esclusivamente, era quello di suo padre, che lo aveva ereditato dal suo padrino, André Langlois, verosimilmente di origine scozzese e “cornamusa” di corte: era infatti il Suonatore di Cornamusa ufficiale del Re Luigi XIV.

La data di nascita di Philidor Padre, 1652, è  desunta dall’atto ufficiale di morte, avvenuta a 78 anni. Ma di solito viene data invece come data di nascita il 1647: è un errore (che ha le sue ragioni nella precocità praticamente inverosimile) ripetuto dagli storici che si copiano.

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Il Settecento (parte 3)

Una immortale poesia scacchistica

Nel Settecento i giocatori italiani ‘a tavolino’ persero il loro primato a livello internazionale che passò ai francesi, grazie in particolare a Francois-Andrè Philidor, grande musicista ma ancor più grande scacchista.

Ma prima di parlare di lui dobbiamo ricordare Legall de Kermur che fu il maestro di Philidor in campo scacchistico: i due si incontrarono per la prima volta nel Café Maugis di Parigi, il primo in cui Philidor a 14 anni si recò per provare la sua abilità negli scacchi….

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