Tra Settecento e Ottocento I precursori dei computer (2) – Ajeeb e Mephisto

Tra Settecento e Ottocento

I precursori dei computer (2) – Ajeeb e Mephisto

L’entusiasmo e l’interesse provocati dal Turco (ovvero l’Automa di von Kempelen) non si placarono negli anni successivi, anzi fecero anche nascere molti imitatori e macchine consimili.

Tra i molti anche un italiano, Giuseppe Morosi (pisano, 1772-1840) che nel 1794 creò una macchina per giocare a scacchi, simile appunto al Turco, che gli aprì le porte della corte di Ferdinando III duca di Toscana e gli valse a soli 22 anni la nomina di ‘aggregato’ al Museo di Fisica di Firenze. In seguito Morosi divenne un importante inventore e meccanico, realizzando macchine d’avanguardia in molti settori, in particolare per la Zecca.

Ma i principali ‘automi’ scacchisti furono costruiti nell’Ottocento: Ajeeb e Mephisto.

 

Ajeeb –

Nel 1865 Charles Alfred Hooper (1825-1900), meccanico ed ebanista di Bristol, costruì un congegno consimile al Turco per sfruttarlo a sua volta economicamente e lo chiamò Ajeeb.

Rispetto al Turco, Ajeeb – che ne manteneva le sembianze – era più grande, anzi, tra il manichino e la cassa su cui  poggiava, si arrivava ad una altezza di ben 3 metri.

Ajeeb fu ufficialmente presentato nel 1868 a Londra; ovviamente, prima della partita venivano aperti gli sportelli della cassa, dentro alla quale si vedevano ingranaggi e congegni, così come  l’interno del corpo, pieno di rotelle e fili.

Ajeeb fu esibito a Londra per quasi dieci anni; seguì una tournèe in Germania: a Berlino in tre mesi fu visto da più di centomila persone.  Poi fu esibito a Bruxelles e a Parigi. Nel 1885 fu portato a New York ed esposto al Museo Eden, nella 23a Strada, dove era possibile sfidarlo sia a dama, per 10 cents a partita, sia a scacchi, per 25 cents

All’interno di Ajeeb si alternarono maestri di scacchi e di dama; con certezza si sa che lo manovrarono  Charles Moehle (1859-1898), Albert Hodges (1861-1944) ed Harry Pillsbury (1872-1906) che giocava anche a dama e i damisti Constant Burille (1866-1914) che giocava anche a scacchi (su 900 partite ne perse solo tre, non perse mai a dama), Charles F. Moehle e Charles Barker. Tra coloro che giocarono, anche il presidente USA Cleveland e il suo vice Hendricks, Theodoro Roosevelt, il mago Houdini e Sarah Bernhardt.

Il successo fu tale che Hooper ne costruì almeno un secondo esemplare, forse anche altri due, il che ha reso complicata la storia di Ajeeb.

Nel 1895 Hooper rientrò in Inghilterra, dopo aver venduto il suo automa. L’acquirente sembra essere stato tale Jim (Joseph) Smith; tra il 1898 e il 1904 venne manovrato da Pillsbury, che forse per le troppe ore passate nell’angusto spazio fu colpito da una paralisi progressiva, che ne causò la morte nel 1906 a soli 33 anni.

Gli subentrò il campione di dama di origine russa Sam Gonotski, che con Smith portò Ajeeb a Coney Island, alternandosi al suo interno con un  assistente che giocava a scacchi; un giorno un avversario, sconfitto a scacchi, assalì l’automa con un coltello e uccise l’assistente; la vicenda fu messa a tacere, ma portò alla separazione tra Smith e Gonotski e forse fu il motivo per cui dal 1915 Ajeeb venne  utilizzato soltanto per giocare a dama.

Si dice sia stato distrutto da un incendio (così come era accaduto al Turco) nel 1929, ma sembra che non sia vero: l’anno è quello della morte di Gonosky.

Nel 1932 un altro Ajeeb apparve in Canada, ancora come giocatore di dama. Nel 1936 fu riportato in America e usato per pubblicizzare una radio: chi avesse vinto una partita ne avrebbe vinta una; ma a quanto pare Ajeeb non perse mai.

 

Mephisto
Nel 1876 Charles Gumpel, alsaziano, trasferitosi a Londra con la famiglia da ragazzino e diventato costruttore di protesi, dopo alcuni anni di lavoro realizzò un automa scacchistico che, a differenza di macchine come il Turco o Ajeeb,  non aveva un uomo nascosto all’interno ma era manovrato da un giocatore situato in una stanza vicina, tramite un collegamento elettro-meccanico: lo chiamò Mephisto.
Nel 1878 Mephisto vinse un torneo ad handicap della Counties Chess Association, a Londra. Era guidato da Isidor Gunsberg; da notare che George MacDonnell si ritirò dal torneo perchè non gli veniva detto chi giocava dietro alla macchina. Nel 1879 Mephisto (sempre manovrato Gunsberg) fece una trionfale tournèe, vincendo tutte le partite, eccetto quelle con le signore, nelle quali, dopo aver raggiunto una posizione vincente, si faceva battere. Infine nel 1883 Mephisto (sempre con Gunsberg) sconfisse a Londra Mikhail Cigorine.

 

Mephisto – Cigorine (Londra, 1883)

1.e4 e5 2.Cc3 Cc6 3.f4 exf4 4.Cf3 g5 5.h4 g4 6.Cg5 h6 7.Cxf7 Rxf7 8.d4 f3 9.gxf3 Ae7 10.Ac4+ Rg7 11.Ae3 Axh4+ 12.Rd2 d5 13.exd5 Ca5 14.Ad3 Ae7 15.fxg4 Cf6 16.Axh6+ Txh6 17.g5 Txh1 18.Qxh1 Qh8 19.gxf6+ Axf6 20.Tg1+ Rf7 21.Qe4 Qh6+ 22.Rd1 Ad7 23.b4 Te8

 

24.Qg6+ Qxg6 25.Axg6+ Rf8 26.Axe8 Axe8 27.Tf1 Re7 28.d6+ cxd6 29.Cd5+ Rd8 30.Cxf6 1-0

 

Nel 1889 Mephisto fu esposto all’Esposizione Universale di Parigi, dove venne manovrato da Jean Tabenhaus, scacchista nativo di Varsavia, trasferitosi a Parigi dal 1880; viveva dando lezioni di scacchi al Cafe de La Regence.  Al termine dell’Esposizione Mephisto venne smantellato.

 

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Uno sguardo al futuro. E la macchina per giocare a scacchi si concretizzò ….

 

Con la realizzazione del Turco, di Ajeeb e soprattutto di Mephisto, l’idea di costruire la macchina davvero capace di giocare a scacchi divenne sempre più attuale e finalmente si concretizzò grazie soprattutto all’evoluzione dei calcolatori e successivamente alla miniaturizzazione e alla realizzazione dei circuiti integrati.

Precursore fu Charles Babbage, matematico inglese (1792 – 1841) che dedicò trentasette anni di vita allo studio delle macchine calcolatrici. Nel 1840, dopo aver progettato il “motore analitico”, si impegnò per dimostrare che esso era capace di ‘cose intelligenti’. Cosa meglio degli scacchi per fare un test in tal senso? Così Babbage indicò le regole che la macchina automatica avrebbe dovuto seguire per giocare la partita.

Tra settecento e Ottocento (parte 1)

Tra Settecento e Ottocento

I precursori dei computer (1) – Il Turco

Nel 1700, quando ci fu la grande esplosione scientifica e tecnica che pose le basi della “Rivoluzione Industriale”, ebbero grande fortuna congegni complessi mossi da meccanismi ad orologeria: eseguivano movimenti preordinati e di grande precisione, ma senza possibilità di applicazioni pratiche. Vennero chiamati “automi”: si trattava di giocattoli, alti 30-40 centimetri, che diedero agli uomini dell’epoca l’illusione di avere tra le mani il segreto della creazione.

Il culmine sembrò raggiunto con la messa a punto della macchina capace di giocare a scacchi, già nel Settecento considerati il più intelligente e complesso dei giochi.

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Il Settecento (parte quinta)

Salti di Cavallo

Nel 1722, poco meno di un millennio da quando il problema era stato proposto per la prima volta, un matematico provò a definire una formula che esprimesse il percorso del cavallo sulla scacchiera.

Ricordiamo che il problema di far percorrere al Cavallo tutte le 64 caselle della scacchiera con 63 salti consecutivi – toccando dunque tutte le caselle una sola volta – era stato proposto già dagli antichi matematici indiani. Le possibili soluzioni (è stato calcolato siano quasi 123 milioni !) venivano però date soltanto in maniera empirica.

Uno dei primi matematici ad occuparsi in modo scientifico del problema fu Abraham de Moivre (1667-1754), francese presto emigrato in Inghilterra, noto per le teorie sul calcolo delle probabilità; fu anche ‘arbitro’ nella lite tra Leibniz e Newton per la paternità del calcolo differenziale.

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Il Settecento (parte 4)

Il Settecento (parte quarta)

 

Philidor

Francois-André Philidor

Francois-André Philidor, il futuro campione di scacchi, nacque a Dreux il 7 settembre 1726 dal secondo matrimonio di André Danican Philidor (1652-1730), detto Philidor il Vecchio e successivamente Philidor Padre, dopo la morte di Jaques, suo fratello, detto Philidor il Giovane.

Il prenome François era quello del padrino del giocatore di scacchi: questi non l’utilizzò poi altro che negli atti ufficiali, ma uno storico deve menzionarlo per evitare la confusione. Il prenome André, che egli utilizzava sempre ed esclusivamente, era quello di suo padre, che lo aveva ereditato dal suo padrino, André Langlois, verosimilmente di origine scozzese e “cornamusa” di corte: era infatti il Suonatore di Cornamusa ufficiale del Re Luigi XIV.

La data di nascita di Philidor Padre, 1652, è  desunta dall’atto ufficiale di morte, avvenuta a 78 anni. Ma di solito viene data invece come data di nascita il 1647: è un errore (che ha le sue ragioni nella precocità praticamente inverosimile) ripetuto dagli storici che si copiano.

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Il Settecento (parte 3)

Una immortale poesia scacchistica

Nel Settecento i giocatori italiani ‘a tavolino’ persero il loro primato a livello internazionale che passò ai francesi, grazie in particolare a Francois-Andrè Philidor, grande musicista ma ancor più grande scacchista.

Ma prima di parlare di lui dobbiamo ricordare Legall de Kermur che fu il maestro di Philidor in campo scacchistico: i due si incontrarono per la prima volta nel Café Maugis di Parigi, il primo in cui Philidor a 14 anni si recò per provare la sua abilità negli scacchi….

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Il Settecento (2 parte)

StammaNasce la moderna notazione scacchistica

Nel 1737 fu pubblicato un libro che risultò importante  perché per la prima volta utilizzava un nuovo sistema di notazione scacchistica, antesignano di quella che oggi è nota come “notazione algebrica”. Una grande novità per l’Europa.

 

 

Filippo Stamma

Essai sur le jeu  des Echecs, où l’on donne quelques Regles pour le bien joüer, et remporter l’avantage par des coups fins et subtils, que l’on peut appeller les Secrets de ce Jeu”,  di Filippo Stamma (nato ad Aleppo, quindi di origine siriana) fu pubblicato a Parigi da Paul Emery nel 1737.

Il libro portava il “privilegio” del Re Luigi XV che concedeva a Stamma il permesso di farlo stampare in Francia. Leggi tutto “Il Settecento (2 parte)”

il Settecento (parte 1)

Il Settecento (parte prima)

Accademie e Caffè

 Dal punto di vista storico, la prima metà del XVIII secolo fu un periodo abbastanza tranquillo, caratterizzato dal sempre maggiore affermarsi del cosiddetto “terzo stato”, ovvero la borghesia.

La borghesia, in pratica il ceto medio, era costituito per la maggior parte da piccoli proprietari e imprenditori. Questi avevano iniziato la propria espansione dopo la scoperta dell’America, grazie alla ripresa e al moltiplicarsi dei commerci. Un ulteriore incremento la borghesia lo registrò nel periodo della colonizzazione, raggiungendo in seguito grande potenza con lo svilupparsi delle manifatture, fenomeno iniziato già nel Seicento. La borghesia raggiungerà il proprio apice nel Settecento, grazie alla “rivoluzione industriale” che, segnando l’avvento della produzione di massa, creò i presupposti per quel fenomeno noto con il nome di “capitalismo”.

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Il Seicento (parte 4)

Grande diffusione degli scacchi

Galileo Galilei

Comunque, nonostante tutto, nell’Italia del Seicento gli scacchi continuarono ad essere diffusi e giocati.

Tra i “vip” dell’epoca va citato sicuramente Galileo Galilei che imparò a giocare a scacchi probabilmente a Padova dove passò gran parte della sua giovinezza. La sua conoscenza del gioco e il suo apprezzamento per la varietà delle combinazioni venne però confermata solo in tarda età –  allora Galileo aveva 76 anni – in una lettera inviata da Arcetri, dove Galileo si era ritirato dopo la ‘abiura’ del 1633 e dove morirà nei primi giorni del gennaio 1642. La lettera fu scritta il 13 marzo 1640 ed era indirizzata a Leopoldo de’ Medici, allora governatore di Siena.

Si sa che la famiglia de’ Medici ebbe molti componenti appassionati di scacchi, già a partire da Giovanni figlio di Lorenzo il Magnifico, ovvero papa Leone X; va poi ricordato Cosimo I del quale a Firenze, nella Galleria di Palazzo Pitti, si conserva una ricca scacchiera. E quando l’Ordine di Santo Stefano riordinò i propri statuti, i granduchi Cosimo II e Ferdinando II, ai quali Galileo fu legato da vincoli di amicizia (da Ferdinando ottenne la cattedra di matematica all’Università di Pisa), nella loro qualità di Gran Maestri dell’Ordine fecero approvare un emendamento grazie al quale il gioco degli scacchi venne permesso “xpressis verbis” ai Cavalieri dell’ordine stesso: “Chi giuocherà in palazzo o in palazzetto ad altri giochi che a scacchi e tavole, incorra in pena della settena” (da Statuti dell’Ordine dei Cavalieri di Santo Stefano, Firenze, 1665). Con ‘tavole’ si intendeva quasi certamente il gioco della dama.

 

Galileo, scrivendo a Leopoldo, si avvalse degli scacchi per una efficace similitudine, lamentando che la cecità gli impediva di scrivere di persona, costringendolo a dettare: “E creda l’Altezza Vostra Serenissima (…) che dallo scrivere servendosi degli occhi e della mano propria, al dover usare quella di un altro, vi è quasi quella differenza che altri nel gioco degli scacchi troverebbe tra il giocar con gli occhi aperti e il giocar con gli occhi bendati o chiusi. Imperocché in questa seconda maniera (…) è impossibile tenere a memoria delle mosse d’altri più; né può bastare il farsi replicare più volte il posto dei pezzi con pensiero di poter produrre il gioco fino all’ultimo scacco, perché credo si tratti poco meno dell’impossibile.”

Dunque nell’opinione del grande scienziato sarebbe praticamente impossibile seguire lo svolgimento della partita fino al matto (‘fino all’ultimo scacco’) senza l’ausilio della scacchiera. Si può da questa frase dedurre che Galileo abbia tentato di giocare a scacchi alla cieca, ma senza risultato? Si deve da questa frase dedurre che Galileo non fosse al corrente dell’esibizione di Buzzecca proprio a Firenze quattro secoli prima? Non avremo mai una risposta a queste domande. In ogni caso quanto scritto da Galileo, pur se fondato su una sopravvalutazione delle difficoltà del gioco, costituisce ancor oggi un autentico “elogio degli scacchi”.

 

 Una famiglia milanese

Un’altra conferma della diffusione degli scacchi si ebbe nel 1652, quando Alfonso Litta fu nominato arcivescovo di Milano. La nomina fu dovuta sopratttutto alla abilità da parte della famiglia  Litta a trattare con gli spagnoli. I Litta erano appassionati di scacchi, nel loro stemma vi era una scacchiera, e questa loro passione era nota al popolo tanto che quando Alfonso entrò in città per prendere possesso della Arcidiocesi il percorso fu addobbato con numerosi riferimenti scacchistici e alla fine fu posta una scacchiera completa di pezzi sulla quale spiccava il motto “in me vis sortis nulla sed ingenium” (nessun influsso della sorte, solo abilità) per indicare che Alfonso aveva raggiunto la carica non per fortuna ma grazie alle sue capacità.

 

 Francesco Piacenza

Di Francesco Piacenza (nato a Napoli nel 1637), fu pubblicato a Torino nel 1683: “I campeggiamenti degli scacchi” (in realtà il titolo come di moda allora era molto più lungo), una raccolta di aneddoti e curiosità sui giocatori italiani del XVII secolo e sulle regole allora in uso, anche se a volte per così dire le contestava: per esempio propugnava la promozione del Pedone esclusivamente a Donna e non a pezzo minore.

Tra le curiosità una strana e  particolare forma di arrocco – “alla africana” – che scrive di aver imparato giocando a Livorno con un egiziano: il Re muoveva in una casa a scelta tra d2, e2, f2 – purché libera, poi alla mossa successiva la Torre occupava la casa di partenza del Re (ovvero e1) e il Re si portava nella casa della Torre con cui ‘arroccava’.

Piacenza era particolarmente abile nel dare matto con un pedone o pezzo ‘segnato’ il che non è così facile come sembra poiché la cattura del pezzo ‘segnato’ da parte dell’avversario implica la perdita della partita. Dimostrò questa sua abilità in molte partite giocate a Roma, Napoli, Venezia, Livorno e Torino e anche in Germania dove visse per quasi otto anni come segretario dell’Ambasciatore di Sua Maestà Cattolica. E sembra che in questo modo abbia giocato con in palio ricche somme di denaro e sembra che abbia vinto molto.

Il testo di Piacenza non è particolarmente importante dal punto di vista tecnico o teorico, anche se introdusse il termine “fianchetto” e usò la dizione “matto affogato” con significato molto simile a quello attuale.

Tuttavia per lui “fianchetto” indicava un particolare inizio di partita, ovvero la spinta di due passi del Pedone di Alfiere seguita dallo sviluppo del Cavallo dietro al Pedone: quindi 1. c4 e 2. Cc3, oppure 1. f4 e 2. Cf3. Invece con “matto affogato” indicò lo scacco matto al Re bloccato dai suoi stessi pezzi, differenziandosi nettamente da quanto riportato nei testi precedenti al suo, ove il “mate ahogado” teorizzato da Ruy Lopez equivaleva all’attuale ‘stallo’.

Il Seicento (parte terza)

Maestri napoletani

Pietro Carrera e  Alessandro Salvio

Nel 1617  venne pubblicato il trattato di 642 pagine, “Il gioco degli scacchi diviso in otto libri, ne’ quali si insegnano i precetti, le uscite e i tratti posticci del gioco e si discorre della vera origine di esso” scritto da don Pietro Carrera.

Il Carrera (Militello 1573-Messina 1647), sacerdote e parroco di Santa Croce della Stella in Militello, fu un grande appassionato del gioco, cui si dedicò attivamente.  Carrera giustificava il molto tempo dedicato agli scacchi con il guadagno fatto nel non essersi dedicato “ai dadi, alle pratiche delle meretrici e aver fuggito l’ozio, ch’è la fonte de’ peccati. Lo star con gli occhi bassi sulla scacchiere non solo non dà fatica e affanno, ma cagiona sommo diletto… ne fan fede coloro i quali, essendo sviscerati amatori degli studi delle lettere, per lo spazio di molte ore non rimuovono gli occhi dai libri”. A differenza dell’opinione del suo tempo, valorizzò i problemi e scrisse anche un libello polemico contro l’altro teorico del tempo, il Salvio. Leggi tutto “Il Seicento (parte terza)”

Il Seicento (2° parte)

Decadenza dello scacchismo italiano

 

Gioacchino Greco

 

Muove il Nero e patta

 

Questo studio di patta si trova nel Codice di Lorena, considerato il più raffinato codice scacchistico di tutto il Seicento, che fu compilato da un manoscritto di Gioacchino Greco.

 

Soluzione: 1…Ta1+  2. Tf1 T:f1  3. R:f1 Ah3!  e ora se il Bianco muove il Re o l’Alfiere segue A:g2, poi il Re nero si rifugia in h8 e la partita è patta. Patta ‘teorica’ poiché il Bianco ha il Pedone di Torre e l’Alfiere ‘cattivo’ (cioè che non controlla la casa di promozione del Pedone, in questo caso h8). Ovviamente la stessa cosa accade se il Bianco gioca  4. g:h3, dato che non cambia l’esito del finale il fatto che il Bianco abbia uno o due Pedoni sulla colonna di Torre.

 

 

Gioacchino Greco era soprannominato “il Calabrese” poiché nato a Celico in provincia di Cosenza: è ricordato come migliore giocatore in assoluto nel primo trentennio del Seicento. Leggi tutto “Il Seicento (2° parte)”