Il Cinquecento (parte 8)

Letteratura e arte rinascimentali straniere

La diffusione degli scacchi in tutta Europa nel Cinquecento è testimoniata dai numerosi poeti, letterati e pittori che nelle loro opere trattarono il Nobil Giuoco.

Con una panoramica molto ristretta, ci limiteremo a Francosis Rabelais, William Shakespeare ed ai pittori Hans Muelich e  Lucas van Leyden.

 William Shakespeare

Un autore importante che raramente viene ricordato come scacchista è William Shakespeare (1564-1616) che consideriamo cinquecentesco, anche se l’opera in cui accenna esplicitamente agli scacchi venne da lui composta cinque anni prima di morire.

Shakespeare fu raffigurato mentre sta giocando una partita con Ben Jonson (1572-1637) in un quadro attribuito al pittore olandese, ma anche scrittore, Karel van Mander (1548-1606 circa), che fu intitolato Ben Jonson and William Shakespeare Playing at Chess. Leggi tutto “Il Cinquecento (parte 8)”

Il Cinquecento (parte 7)

Letteratura rinascimentale italiana nella seconda metà del Cinquecento

 

Come abbiamo detto, furono numerosi i poeti e i letterati che nel Cinquecento dedicarono poesie e scritti agli scacchi; continuiamo la nostra panoramica con gli italiani, questa volta con i protagonisti della seconda metà del secolo: Torquato Tasso, Gregorio Ducchi, Francesco Bracciolini e

Bartolomeo Burchelati.

Gli scacchi sono occasione per dissertazioni storico-filosofiche, racconti e ovviamente poesie. Leggi tutto “Il Cinquecento (parte 7)”

Il Cinquecento (parte 6)

Il primo testo scacchistico originale italiano

 

Il primo testo scacchistico originale scritto da un italiano fu scritto nel 1593 da Orazio Gianutio; titolo:  “Libro nel quale si tratta della maniera di Giuocar a Scacchi. Con alcuni sottilissimi Partiti”.

Primo in quanto le opere che allora circolavano erano traduzioni dei testi di Damiano, che era portoghese, e di Ruy Lopez, che era spagnolo; e primo in quanto un altro libro scritto da Gerolamo Cardano a metà del Cinquecento è andato perduto.

Iniziamo dal libro di Orazio Gianutio.

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Il Cinquecento (parte 5)

Il terzo campione del mondo ufficioso, due Santi scacchisti, e qualche curiosità

Concludiamo la panoramica sui primi ‘campioni del mondo ufficiosi’ con brevi note relative a Paolo Boi, nel Cinquecento terzo miglior giocatore in ordine di tempo dopo Ruy Lopez e Leonardo da Cutro.

 

Paolo Boi

 

Paolo Boi, detto il Siracusano (1528-1598), fu protetto da papa Pio V, che, come abbiamo visto precedentemente,  gli promise un importante beneficio purché indossasse l’abito talare, ma Boi rifiutò.

Viaggiò mezzo mondo sempre giocando a scacchi ed è stato calcolato che abbia guadagnato negli anni oltre 30 mila scudi. A differenza di Leonardo da Cutro era di alta statura e più rapido nel gioco. Sembra anche che riuscisse a giocare 3 partite contemporaneamente alla cieca.

Anche per Paolo Boi ci sono racconti simili a quelli su Leonardo: il Siracusano sarebbe stato infatti catturato dai pirati turchi, avrebbe sfidato il loro capo a scacchi, non solo riconquistando la libertà ma vincendo anche 2 mila zecchini.

Mentre Leonardo da Cutro era in Portogallo, Paolo Boi era rimasto a Madrid battendo quanti osavano misurarsi con lui. Egli ebbe pure l’onore di giuocare alla presenza di Filippo II il quale gli attestò la sua stima donandogli una pensione annua, da pagarsi dalla di lui città nativa, Siracusa.

Paolo Boi morì a Napoli a 70 anni: secondo alcune fonti anche lui sarebbe morto avvelenato, per mano di un servitore che voleva rubargli il denaro; in realtà sembra sia morto per aver preso troppo freddo dopo una giornata trascorsa a caccia. In ogni caso gli vennero tributate esequie molto sontuose e al funerale presenziarono tutte i personaggi più importanti della città. Leggi tutto “Il Cinquecento (parte 5)”

Il Cinquecento (parte 4)

Letteratura rinascimentale italiana nella prima metà del secolo.

 Numerosi poeti e letterati del Cinquecento dedicarono poesie e scritti agli scacchi, che come abbiamo detto si diffondevano sempre più in tutta Europa. Il più noto, per la sua ampia produzione letteraria, è certamente Baldassar Castiglione.

Baldassar Castiglione

Nato in provincia di Mantova (1478-1529) nobiluomo di corte di Ludovico il Moro e di Francesco Gonzaga e poi di Guidobaldo d’Urbino, poeta e letterato, nel libro II del ‘Cortegiano’, pubblicato a Venezia nel 1528, dice riguardo agli scacchi: “Questo è gentile intertenimento ed ingegnoso”.

Il libro prosegue poi raccontando la storiella di un amico che affermava che “una scimmia di forma diversissima da quelle che noi siamo usati di vedere, presa in India e portata in Europa dai portoghesi, giocava agli scacchi eccellentissimamente”; e si diffonde a descrivere le vicende di due partite giocate e vinte da quel portentoso animale contro un gentiluomo, alla presenza del Re del Portogallo. Leggi tutto “Il Cinquecento (parte 4)”

Il Cinquecento (parte 3)

I primi campioni del mondo ‘ufficiosi’

Il trattato di pace firmato ai primi di aprile del 1559 a Cateau-Cambrésis pose fine al conflitto tra gli Asburgo e la Francia. In realtà furono firmati due trattati, uno tra Elisabetta I di Inghilterra ed Enrico II di Francia e uno tra Enrico II di Francia e Filippo II di Spagna

Il trattato ufficializzò la debolezza politica dell’Italia che si ritrovò smembrata in vari staterelli: la pace segnò l’inizio della dominazione asburgica in Italia; la maggior preoccupazione dei governanti spagnoli era quella di gravare il popolo sottomesso con un vessatorio regime fiscale: come vedremo parlando di Leonardo da Cutro, proprio l’esenzione dalle tasse per la sua terra sarà quello che chiederà Leonardo al Re di Spagna Filippo II come ricompensa per la sua abilità nel gioco.

E a proposito di abilità nel gioco, a partire dalla metà del XVI secolo alcuni giocatori vennero da tutti riconosciuti come i migliori in assoluto, ma senza che ad essi venisse attribuito formalmente il “titolo” di campione mondiale.

Il primo cui si può attribuire il titolo ufficioso di campione del mondo è uno spagnolo, Ruy Lopez nativo della città di Segura: il caso volle che fosse un prete; da molte parti è erroneamente indicato come ‘vescovo’ di Segura ma questo è falso, in realtà fu assistente del suo vescovo.

Dopo di lui il titolo ufficioso spetta agli italiani Leonardo da Cutro (paesino della Calabria) e a Paolo Boi (di cui parleremo in seguito). Leggi tutto “Il Cinquecento (parte 3)”

Il Cinquecento (parte 2)

Pittori italiani scacchisti

Sono numerosi i pittori del Cinquecento che dipingono soggetti scacchistici; di solito sapevano anche giocare, con qualche rara eccezione.

Iniziamo la nostra panoramica parlando degli italiani.

Va notato che in molti casi la scacchiera, pur rappresentando una posizione possibile, è posta in modo errato, cioè con la casa in basso a destra del giocatore (h1 e a8) nera invece che bianca: accade anche oggi, in molte pubblicità e in molti film, quando la materia è trattata da chi non è scacchista  o da chi non ritiene opportuno consultare un esperto.

Questo errore lo si nota (anche se solo per uno schieramento) nel bel dipinto di Sofonisba Anguissola, che pure era una giocatrice, e ancora nei quadri di Giulio Campi, anche lui comunque giocatore, e Paris Bordon.

La scacchiera è invece in posizione corretta nel dipinto “I giocatori di scacchi” di Ludovico Carracci.

 

 

 

Sofonisba Anguissola

 

Nata dalla nobile famiglia piacentina degli Anguissola, Sofonisba fu una delle prime esponenti femminili della pittura europea e rappresentò la pittura italiana rinascimentale al femminile. Era la prima dei sette figli di Amilcare Anguissola e di Bianca Ponzoni, entrambi di famiglia nobiliare; nacque probabilmente nel 1528.

Imparò a giocare a scacchi da bambina, come poi tutti i fratelli e le sorelle, poiché il padre riteneva la conoscenza del gioco fondamentale per l’educazione.

Sofonisba Anguissola partecipò come figura di spicco alla vita artistica delle corti italiane data anche la sua competenza letteraria e musicale, ed ebbe una fitta corrispondenza con i più famosi artisti del suo tempo. Fu citata anche nelle Vite di Giorgio Vasari grazie a Michelangelo Buonarroti che sosteneva che la giovane fanciulla avesse talento. Fu il padre di Sofonisba a scrivere a Michelangelo e a mandargli i disegni della figlia. Fra quei disegni c’era anche un Fanciullo morso da un granchio, nel quale la giovanissima artista cremonese, allora poco più che ventenne, aveva colto l’espressione del dolore infantile con un’invenzione che piacque molto al grande artista fiorentino. Quella smorfia di dolore fermata da Sofonisba la ritroviamo poi nel “Ragazzo morso da un ramarro” di Caravaggio.

Nel 1555 dipinse “Partita a scacchi” raffigurando le sorelle Lucia, Minerva ed Europa mentre giocano a scacchi sotto lo sguardo della anziana governante.

 

Partita a scacchi, 1555, Poznàn, Museo Nazionale  collezione Radzinsky

Nel 1559 Sofonisba approdò alla corte di Filippo II di Spagna, come dama di corte della regina, Elisabetta. Qui ebbe occasione di mettere in mostra anche le sue doti di scacchista, dato che il Nobil Giuoco era molto apprezzato e praticato a corte. Quasi certamente conobbe Ruy Lopez.

Fu la ritrattista della famiglia reale fino alla morte, nel 1568, della sua protettrice.

Nel 1573 sposò il nobile siciliano Fabrizio Moncada e si trasferì in Sicilia; rimasta vedova, Sofonisba lasciò l’isola: conobbe e sposò, in seconde nozze, il nobile genovese Orazio Lomellini a Pisa nel 1579. Tornata nel 1615 con il nuovo marito a Palermo, dove egli aveva numerosi interessi, Sofonisba continuò a dipingere raggiungendo una grandissima fama, tanto che il celebre Antoon van Dyck, confessò tutta la sua ammirazione per l’arte di Sofonisba.

Sofonisba Anguissola morì  il 16 novembre 1625, e fu sepolta nella chiesa palermitana di San Giorgio dei Genovesi, dove ancora oggi si trova la lapide del sacello nella navata destra.

 

Giulio Campi

Pittore e architetto cremonese (1502-1572), l’opera di maggiore impegno della sua maturità fu la ricostruzione della chiesa delle sante Margherita e Pelagia nel 1547 su incarico di Marco Gerolamo Vida, che allora ne era il priore e che come sappiamo era scacchista.

Qui il Campi si espresse come architetto, pittore e scultore.

Fu probabilmente il rapporto con Vida che spinse Campi a dipingere “Giocatori di scacchi”, che nel 1963, quando il quadro si trovava ancora nella collezione genovese Nigro, fu attribuito a Sofonisba Anguissola  dallo storico dell’arte Roberto Longhi, che però nello stesso tempo mise in evidenza certe affinità con Allegoria, dipinto proprio di Giulio Campi, conservato a Milano, al Museo Poldi Pezzoli. Successivamente la critica attribuì formalmente il dipinto a Campi.

Il tema della partita a scacchi, a Cremona in particolare, era influenzato dal poema ‘Scacchia Ludus’ di Marco Gerolamo Vida, da poco ristampato e di cui abbiamo già parlato.

Il gioco degli scacchi era spesso presente nella iconografia, ma nel dipinto di Campi la scena è complessa, per la presenza di altre figure che appaiono spettatori (o complici) della tenzone.

 

Il simbolismo e le allusioni dell’opera di Campi sono molto differenti da quelle presenti nella ‘Partita a scacchi’ dipinta da Sofonisba Anguissola pochi anni più tardi. La scacchiera, solamente in piccola parte visibile e con pochi pezzi che nulla dicono sullo svolgimento del gioco, è solo un pretesto. La donna è una immagine di Venere, vittoriosa sull’uomo (che riuscirà a sedurre). Marte è rappresentato di spalle, celato dall’armatura,

E’ stato notato che agganciato a una catenella che pende dal cinturino che le sostiene il seno, la donna-Venere porta uno zibellino, un curioso accessorio di moda femminile cinquecentesco. La pelliccia di un animale di piccole dimensioni è poggiata sulle sue spalle. Lo zibellino, simbolo di fertilità, era riservato alle donne sposate. Identico accessorio ritorna nel Ritratto di Bianca Ponzoni Anguissola, dipinto da Sofonisba Anguissola.

 

 

 

Paris Bordon 

Paris Bordon, o Bordone, nacque a Treviso nel 1500 e morì a Venezia nel 1571. Fu allievo o comunque frequentò la “bottega” di Tiziano. Poi in seguito ad un mutamento del gusto, nella sua pittura dominò l’elemento manieristico. Per la sua attività di ritrattista fu chiamato nel 1538 alla corte dei Francia e due anni dopo ad Augusta in Germania. Suoi dipinti si trovano a Venezia, a Brera a Milano e alla National Gallery di Londra.

Per gli scacchi dipinse un doppio ritratto di due gentiluomini impegnati in una partita nella tranquillità di una villa “in terraferma”, una immagine da molti critici definita ‘teatrale’.

 

Unica nota stonata è la scacchiera posta nel modo ‘sbagliato’, cioè con la casella h1 nera anziché bianca, la qual cosa sembra testimoniare la poca o nessuna confidenza dell’autore del dipinto con il nostro gioco.

 

 

Nonostante questo il dipinto è stato comunque utilizzato in alcune copertine di libri e romanzi a trama scacchistica.

 

 

 

Ludovico Carracci

Il pittore Ludovico Carracci (Bologna, 21 aprile 1555 – 13 novembre 1619) è stato il più anziano esponente della famiglia dei Carracci, cugino dei fratelli Agostino e Annibale Carracci, con i quali ad un certo momento fondò  l’Accademia degli Incamminati una scuola/bottega privata , che fu una rilevantissima fucina di talenti: alcuni dei migliori pittori italiani del primo Seicento vantarono un apprendistato presso i cugini Carracci.

Imparò a giocare a scacchi quasi certamente in famiglia, da ragazzino insieme ai cugini,

Si formò viaggiando a Firenze, Parma, Mantova, Venezia, e fu proprio nella città lagunare che probabilmente dipinse nel 1590 dipinse “Giocatori di scacchi”.

 

 

Successivamente venne anche in contatto con il pittore Camillo Procaccini (1561-1629) con il quale tra il 1607 e il 1609 lavorò alla realizzazione di affreschi per il Duomo di Piacenza, città dove ebbe di nuovo l’occasione di dedicarsi agli scacchi.

Prediligeva la pittura religiosa finalizzata alla moralizzazione e come stimolo devozionale.

Il Cinquecento (parte 1)

Marco Girolamo Vida – papa Leone X –santa Teresa di Avila

Nel Cinquecento il gioco degli scacchi si diffuse a macchia d’olio.

E i migliori giocatori divennero veri e propri professionisti, che giravano il mondo e si affrontavano nelle sfide finanziate dai diversi sovrani e nobili.

E tuttavia, almeno formalmente, perdurava la condanna del gioco da parte della Chiesa.

Ma nel 1513 si verificò quella che possiamo considerare la svolta: l’11 marzo venne eletto papa con il nome di Leone X, Giovanni de’ Medici (secondogenito di Lorenzo il Magnifico e Clarice Orsini), che grande appassionato di scacchi fin da giovane continuò anche da papa ad essere un importante mecenate per i giocatori dell’epoca.

I Medici erano rientrati a Firenze l’anno prima e non va dimenticato che allontanarono dagli incarichi Niccolò Machiavelli, che poi anzi per un sospetto di congiura fu imprigionato e sottoposto a tortura. Liberato, tra il luglio e il dicembre del 1513 si diede alla stesura de “Il Principe”, che anche se indirettamente pure contribuì ad alleggerire la condanna degli scacchi.

Ma prima di parlare di Leone X, occupiamoci di un altro personaggio di quel periodo, pure molto importante per la storia del gioco, che ebbe per mecenate e protettore proprio papa Leone X: si tratta di Marco Girolamo Vida. Leggi tutto “Il Cinquecento (parte 1)”

Il Quattrocento (parte 4)

Leonardo da Vinci – fra’ Luca Pacioli

Si può affermare con sicurezza che Leonardo da Vinci conosceva il gioco degli scacchi, anche se non si sa con esattezza quando lo abbia appreso: si può ipotizzare che abbia imparato a giocare durante la sua infanzia, ma se così non fosse lo avrebbe certamente fatto durante gli anni alla corte dei Medici visto che, come è noto, gli scacchi erano uno dei giochi preferiti di Lorenzo il Magnifico. E comunque se non avesse imparato a Firenze, al più tardi imparò a giocare quando era alla corte di Ludovico il Moro a Milano, dove come abbiamo visto gli scacchi erano molto diffusi. Del resto, come scrive Marco Malvaldi nel suo libro ‘La misura dell’uomo’ (Giunti Editore) “Leonardo non smette mai di  imparare, non c’è un momento della sua vita in cui si accontenta di quello che sa.”

Anche Adriano Chicco (1907-1990), il maggior storico degli scacchi italiano, era convinto che Leonardo sapesse giocare a scacchi; scrisse infatti che sarebbe assurdo immaginare che uno scienziato della sua levatura, e soprattutto della sua curiosità, non si fosse interessato ad un gioco così complicato. Era sicuramente troppo eclettico per sottrarsi alla tentazione di misurarsi anche in questo campo.

Del resto, da una annotazione nel Codice Atlantico (c. 256) risulta che Leonardo conobbe quel Bartolomeo Turco, castellano sotto gli Sforza, che nel 1498, come abbiamo detto, fu chiamato a corte da Ludovico il Moro in persona che desiderava vederlo giocare a scacchi.

Inoltre in un documento della fine del XV secolo si legge che “Leonardo giocò con l’Ambasciatore francese adottando una nuova tattica, il sacrificio del Pedone d’Alfiere di Donna” (dopo aver iniziato la partita con la spinta di due passi del Pedone di fronte alla Donna): in pratica un esempio, forse il primo, di Gambetto di Donna; peccato che non ci siano altri dettagli: non sappiamo se il Gambetto sia stato accettato, non sappiamo il nome dell’Ambasciatore e non sappiamo il luogo ove venne giocata la partita, forse a Milano o forse quando Leonardo era in Francia.

La conferma della conoscenza del gioco da parte di Leonardo è però suffragata soprattutto dalla scoperta del rebus che Leonardo abbozzò in uno dei Fogli di Windsor (12692, recto) con uno schizzo che sicuramente traeva ispirazione dagli scacchi, dato che i Fogli della Royal Library del Castello di Windsor sono datati tra il 1487 e il 1488 dallo storico e studioso di Leonardo Carlo Pedretti e il tra il 1488 e il 1490 da Frank Zollner, altro storico e studioso di Leonardo. Quindi tra l’altro si dimostra che Leonardo si interessò agli scacchi prima dell’arrivo di Pacioli a Milano.

Abbiamo detto che il rebus di Leonardo sicuramente traeva ispirazione dagli scacchi: infatti raffigura una “Torre” del gioco e porta la scritta di suo pugno “i aroccharò”  che nell’originale corre, ovviamente, da destra a sinistra.  Come correttamente osserva Chicco, la soluzione “i aroccharò” – “io arroccherò” come confermò Augusto Marinoni (1911-1997) uno dei maggiori studiosi di Leonardo – ha inequivocabile significato scacchistico.

 

Vediamo dapprima la ‘questione linguistica’.

“Invano – scrisse Adriano Chicco – si cercherebbe nel più autorevole dizionario della lingua italiana, il vocabolario della Crusca, un riferimento a testi letterali per la parola “arrocco”: quel dizionario, al pari dei dizionari più moderni, registra il verbo “arroccare” come derivato esclusivamente dal gioco degli scacchi. Il senso figurato (arroccare nel senso di trovare rifugio) non ha preceduto il significato scacchistico, bensì lo ha seguito. Alla luce di queste considerazioni, la scritta “i aroccharò” posta da Leonardo sotto la figura della rocca diventa davvero un rebus nel rebus. L’ipotesi più plausibile è che il verbo arroccare fosse adoperato nella lingua parlata dai giuocatori di scacchi fin dagli ultimi anni del XV secolo, forse sotto l’influsso del termine francese “roquer” che, a quanto pare, entrò nell’uso prima dei corrispondenti termini italiano e spagnolo. Accadde, per la parola, quello che era accaduto per il concetto da essa espresso: come la doppia mossa di Re e Torre fu a lungo adoperata dai giuocatori di scacchi nel giuoco vivo, prima che i teorici la facessero propria, così la corrispondente parola serpeggiò a lungo negli ambienti dei giuocatori, prima di essere recepita dai trattatisti”.

È infatti assai probabile che Leonardo abbia avuto modo di udire questo verbo dai giocatori di scacchi che frequentarono a lungo la Corte milanese, particolarmente favorevole in quei lontani tempi alla diffusione del gioco.

Chicco, così, aggiunse: “Leonardo portato per natura più a trarre ammaestramenti dalla realtà che non dai libri, non esitò ad accettare la parola e ad adoperarla per il suo rebus, concretando così una delle prime citazioni del verbo “arroccare”.

 

Vediamo ora la ‘questione tecnica’.

Ai tempi della vita di Leonardo la mossa dell’arrocco in pratica ancora non esisteva; era però possibile una combinazione simile in due mosse successive, come riportato dallo spagnolo Lucena nel suo testo del 1496 o 1497: prima si muoveva la Torre, poi alla mossa immediatamente seguente il Re la scavalcava muovendo di due caselle. Ma si trattava di due mosse distinte, giocate una dopo l’altra, e non di una sola come avviene oggi con quello che possiamo definire l’arrocco ‘moderno’.

L’idea di Leonardo era invece di effettuare il particolare movimento di Re e Torre in una mossa sola, forse anche come ‘antidoto’ alla sempre più ampia possibilità di movimento che in quegli anni, come abbiamo visto, veniva data alla Regina.

 

Nel 1497 arrivò a Milano, invitato da Ludovico il Moro, fra’ Luca Pacioli che, in fatto di scacchi dimostrava di essere un esperto. E si può ritenere che questa fu l’occasione per Leonardo per approfondire lo studio del gioco. Tra l’altro Pacioli nella lettera dedicatoria al suo manoscritto “De Viribus quantitatis”, conservato alla Biblioteca Universitaria di Bologna, scrisse di essere autore di un volume contenente una ricca raccolta di posizioni scacchistiche, ben 114. Questo libro poi si perse, ma è stato ritrovato dopo 500 anni a Gorizia; così è stato possibile dimostrare che anche Leonardo stesso ci aveva messo mano, non solo disegnando i pezzi che servirono da modello per realizzare i diagrammi che raffiguravano le diverse posizioni, ma anche realizzando personalmente quasi metà dei diagrammi (58 su 114).

 

Nel 1499 Milano fu occupata dalla truppe francesi di Luigi XII. Allora Leonardo si rifugiò insieme a fra’ Luca Pacioli presso la corte di Isabella d’Este: vi rimarranno fino al 1503.

Isabella li ospitò volentieri poiché avrebbe voluto che Leonardo le facesse un ritratto, che però non riuscì ad ottenere.

Come abbiamo detto, la corte di Isabella era all’epoca il fulcro europeo degli scacchi. Isabella era grande appassionata: faceva venire i migliori giocatori “professionisti”, specie dalla Spagna, per giocarci e prendere lezioni e si faceva intagliare i pezzi dai migliori intagliatori. Tutto questo è storicamente documentato.

Leonardo e Pacioli trovarono presso la corte di Isabella d’Este una “atmosfera scacchistica” molto intensa e ricca. Inoltre fra’ Luca Pacioli quando arrivò, sapendo della passione di Isabella, aveva con sé il suo testo scacchistico, che aveva portato con l’idea di farne omaggio a Isabella.

Oggi possiamo affermare che a questo testo sicuramente mise mano anche Leonardo, che non solo come già detto realizzò quasi metà dei “diagrammi” con le varie posizioni (lo si evince dal fatto che sono disegnati con la mano sinistra e che riportano le classiche ‘crocette’ di Leonardo) ma realizzò anche dei pezzi di nuova concezione, molto più leggeri e artistici di quelli allora in voga, e fatti per essere prodotti in serie!

Per quanto riguarda l’aspetto del gioco ‘vivo’, va ricordato il rebus nei Fogli di Windsor. Si può pensare che Leonardo abbia proposto di fare l’arrocco in una mossa sola e che l’idea piacque, anche perché rispondeva allo scopo di velocizzare il gioco. Ovvio che una volta accettata l’idea presso la corte di Isabella, poi la diffusione in tutta Europa da parte dei “professionisti” che la frequentavano, avvenne di conseguenza.

Il Quattrocento (parte 3)

Lucena – Savonarola – Pietro da Ravenna – Gilio de’ Zelati

 

Nel 1495 fu pubblicato, il primo testo a stampa di teoria e di tecnica, attribuito allo spagnolo Francesco Vicent; titolo “El libre dels jochs partitis dels scachs en nombre de 100”. Purtroppo tutte le copie sono andate perdute.

 

Un altro libro dedicato, anche se indirettamente, alla regina Isabella apparve – probabilmente tra la fine del 1496 ed i primi mesi del 1497 – a Salamanca. Si tratta del libro di un altro spagnolo, Luis Ramirez de Lucena (nato tra il 1465 e il 1475, morto intorno al 1530), la più antica opera a stampa a carattere tecnico giunta fino a noi.

Si intitolava “Repeticion de amores et Arte del Axedrez con 150 juegos de partido” ed era in parte dedicato a Giovanni III,  figlio di Re Ferdinando e di Isabella di Castiglia.

Dei juegos de partido, l’equivalente dei moderni problemi, una parte seguiva le vecchie regole (del viejo) del movimento della Regina e una parte le nuove (a la rabiosa). Leggi tutto “Il Quattrocento (parte 3)”