Due testi fondamentali del XIII secolo

Negli ultimi anni del XIII secolo vennero realizzati due libri che saranno determinanti per il futuro del gioco degli scacchi: il “Codice Alfonsino” e il “De Ludo” di fra’ Jacopo da Cessole.

Il “Codice Alfonsino”
Un evento molto importante per la diffusione degli scacchi avvenne nel 1283: venne miniato a Siviglia (Spagna) su ordinazione di Alfonso X di Castiglia (1221-1284), il “Codice Alfonsino”.
Alfonso X, detto il Dotto e anche l’Astronomo, era un grandissimo umanista e diffuse le opere arabe di cui fece realizzare attente traduzioni. In particolare dagli arabi ereditò la passione per gli scacchi.
Il “Codice Alfonsino” aveva come titolo originario “Juegos de Axedrez, dados e tablas”; scritto in castigliano, oggi è conservato tra i tesori dell’Escurial, presso Madrid.

Il Codice è composto da 98 fogli di pergamena, del formato di 39 centimetri per 28, rilegati in pelle di pecora; agli scacchi sono dedicati i primi 64 fogli, con oltre cento problemi e 150 miniature che raffigurano altrettanti diagrammi. Quattordici problemi sono tratti evidentemente da partite giocate in Europa e da giocatori europei, gli altri problemi sono invece tradizionali ‘mansubat’ arabi.
Rispetto al gioco arabo ci sono alcune importanti novità per esempio il computo del tratto del Bianco e della risposta del Nero come un’unica mossa. Inoltre la scacchiera appare per la prima volta bicolore, con la casa in basso a destra rispetto ai giocatori di colore chiaro.

Il De Ludo di Jacopo da Cessole
Qualche anno dopo la realizzazione del “Codice Alfonsino” apparve in alta Italia un altro testo di grande importanza per gli scacchi, opera del frate domenicano Jacopo da Cessole (piccolo paese vicino ad Asti).
Approfondite ricerche su fra’ Jacopo sono state effettuate dal prof Tommaso Kaeppeli dell’Ordine dei Frati Predicatori intorno agli Anni Trenta del Novecento.
Kaeppeli ha dimostrato che fra’ Jacopo nacque intorno al 1250, visse nel convento di San Domenico a Genova tra il 1317 e il 1322, che fu vicario dell’inquisitore di Lombardia e che morì dopo il 1325. Era anche lui dell’Ordine dei Frati Predicatori, quindi un domenicano.
Infine dal testo si evince che fra’ Jacopo scrisse il libro in quanto “pregato da molti frati che erano dell’Ordine nostro e da diversi secolari”, dopo averlo predicato a voce per molto tempo.

Il trattato fu scritto molto probabilmente tra il 1295 e il 1300 ed ebbe grande fortuna e diffusione.
Il titolo completo è: “Cessol (Jacob) seu de Thessalonica. Incipit solatium ludi Schaccorum scilicet regiminis ac morum hominum et officiorum virorum nobilium” ovvero come sottotitolo “Liber de moribus hominum et officiis nobilium super ludo scachorum”, noto anche come “De ludo scachorum” o anche semplicemente come “De ludo”.

Si trattava di un’opera che si proponeva di spiegare i compiti di ciascuno nella società ed il modo per realizzare tali compiti con saggezza e secondo virtù. Si trattava dunque di un testo a carattere moraleggiante, ma per arrivare allo scopo il frate prese spunto dal gioco degli scacchi, descrivendo i pezzi come se fossero persone reali, e dando anche notizie importanti sulle regole in vigore a quell’epoca.

In una pregevole edizione italiana del libro pubblicata a Milano nel 1829 dal Ferrario, nella nota editoriale si legge:
“Questo trattato, scritto in lingua latina sul finire del XIII secolo, ottenne a quei tempi somma celebrità. Esso fu tradotto in tedesco, in francese ed in altre lingue ed ebbe altresì la buona ventura di essere volgarizzato nella nostra in quel secolo che vien detto aureo… Jacopo da Cessole, in questa sua opera, ha felicemente accoppiato, grazie a racconti e novellette morali, l’utile col dilettevole: il pensiero di trarre da un gioco i più seri insegnamenti del retto vivere….”

Il grande successo dell’opera di fra’ Jacopo dimostra come il gioco degli scacchi fosse molto diffuso tra tutti gli strati sociali nonostante le continue condanne della Chiesa.
Come fu possibile che la condanna ecclesiastica venisse per così dire snobbata?
Molte motivazioni le abbiamo già considerate, ma per comprenderlo pienamente dobbiamo considerare l’evoluzione storica del Medio Evo. E’ un’epoca di raccoglimento, di riflessione, di pratiche monastiche ed anacoretiche; e, a parte la preghiera, non c’è alcun mezzo più efficace di questo gioco per esaltare le tendenze spirituali. La cultura s’incasella in paradigmi scolastici; le scienze si inquadrano in categorie; l’arte segue canoni di rigorosa espressione. Gli scacchi costituiscono l’aspetto ludico di questi orientamenti. Anche sotto il profilo dialettico e religioso, fondamentale nel Medio Evo, essi riflettono il problema filosofico o di fede della coesistenza tra la ineluttabilità del fato o della volontà divina e il libero arbitrio.
Le condizioni economiche dell’epoca sono assai misere, anche per le classi dominanti. Svaghi e distrazioni non possono essere dispendiosi; gli imperativi morali proclamano il disprezzo per il denaro; la vittoria prescinde da ogni compenso venale. Tali idee vengono affermate dalla Chiesa e dallo Stato; si combatte per un ideale religioso e cavalleresco: gli scacchi ne sono testimonianza, sono lo specchio della società civile del tempo. Furono questi i principali motivi che contribuirono alla “salvezza” del gioco nonostante l’ostilità della Chiesa.

Torniamo al trattato di fra’ Jacopo. Nel libro vengono menzionate le regole del gioco, quelle usate in Lombardia, all’epoca la regione leader negli scacchi, regole che se non sono totalmente quelle di oggi, pure vi si avvicinano molto, distaccandosi nettamente da quelle arabe. Per esempio, a differenza del gioco arabo, lo “stallo” non provocava la sconfitta bensì il pareggio, come avviene modernamente; e il fatto che un giocatore rimanesse con il solo Re non significava necessariamente la sconfitta.

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***INTERLUDIO

Regole lombarde

Le regole del gioco in Lombardia all’epoca del De Ludo non contemplavano l’arrocco (che apparirà solo tra la fine del Quattrocento e i primi del Cinquecento) ma il Re alla sua prima mossa poteva “saltare” e dalla casa di origine (e1) passare direttamente nelle case b1, b2, c2, d3, e3, f3, g1, g2.
La Regina aveva un movimento limitato a un solo passo alla volta in diagonale; però alla prima mossa poteva “saltare” nelle case b1, b3, d3, f3, f1.
Il Pedone aveva un movimento simile a quello attuale, ma non esisteva la “presa al passo”. Inoltre una volta giunto sull’ottava traversa aveva l’obbligo di trasformarsi in Regina, detta “Regina nova”; quest’ultima alla sua prima mossa aveva le medesime possibilità di “salto” della Regina della posizione iniziale.

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Il ‘De Ludo’ inizia con il racconto dell’invenzione del gioco, ideato secondo fra’ Jacopo, ai tempi del re caldeo Evilmerodach, che potrebbe storicamente essere identificato con il re Merodach-Baladan, che regnò sui caldei e sui babilonesi dal 722 al 710 avanti Cristo. Ideatore del gioco, secondo Jacopo, sarebbe stato un filosofo di corte, il cui nome in lingua caldea era Xerse e in lingua greca Filometor: questi avrebbe inventato gli scacchi per evitare che il re oziasse e si annoiasse.
In pratica fra’ Jacopo riprende la principale leggenda sull’origine del gioco, creando una versione caratterizzata da uno spunto moraleggiante. Combatte invece la teoria secondo la quale gli scacchi sarebbero stati ideati durante l’assedio di Troia, che comunque rimase da molti accettata ancora per molti secoli.
Ma perché fra’ Jacopo scelse proprio un re caldeo per raccontare la nascita degli scacchi? Probabilmente per un influsso della cultura ellenica, che considerava i caldei i più profondi sapienti ed i massimi cultori di scienze astronomiche, matematiche, mediche e di divinazione, continuatori della tradizione assiro-babilonese e quindi di quella ancora più antica dei Sumeri.
Il Re deve essere giusto, la Regina casta, gli Alfieri saggi consiglieri, i Cavalieri fedeli, i Vicari del re solidi come “rocchi”, cioè torri. Ogni pedone rappresenta una categoria di lavoratori: il contadino, il fabbro, il notaio (messo allo stesso livello del lanaiuolo e del becchino), il mercante, il medico, l’albergatore, l’ufficiale comunale, il corriere.
Una curiosità: la copia più costosa sul mercato, fu stampata a Londra nel 1495 col titolo “The game and Playe of the Chesse” e, per dare una misura oggi vale circa 100.000 dollari.

Nonostante la fortuna e il successo dell’opera di fra’ Jacopo, nel 1300 (e poi via via negli anni successivi) si ebbe la condanna del gioco da parte della Chiesa greco-ortodossa.
Più tardi, nel 1310, il Concilio di Trier ribadirà la proibizione del gioco e nel 1329 il Sinodo di Wurzburg confermerà Trier.
Con alterne vicende la condanna ecclesiastica degli scacchi durerà ancora altri duecento anni.
Tuttavia nel 1337 Konrad von Ammenhausen, monaco dell’abbazia di Stein am Rhein, scrisse quella che può essere considerata una versione in tedesco antico del libro di fra’ Jacopo e che esercitò una notevole influenza nel rendere gli scacchi popolari nei monasteri medievali.
Va anche notato che via via che gli scacchi si diffondono in Europa il loro carattere nella letteratura e soprattutto nella poesia tende a divenire galante e cavalleresco, perdendo i caratteri simbolico e allegorico.
Per esempio in poesie francesi medievali si legge che tre cose sono indispensabili ad un cavaliere: un mantello, un’arpa e una scacchiera.
E un detto popolare affermava che tre cose si trovavano sempre e dovunque: una donna, una spada e una scacchiera.

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***INTERLUDIO

Primi in Europa

*In Europa il primo documento scritto in cui vengono citati gli scacchi è un testamento datato 1008. In esso il conte Ermengaudus, nobile catalano, lascia al Monastero di St. Gilles-du-Gard presso Nimes il suo gioco di scacchi di cristallo di rocca.

*Il primo testo inglese con riferimento agli scacchi si trova in un capitolo del De Naturis Rerum scritto nel 1180 dall’abate Alexander Neckham (1157-1217): in questo capitolo c’è la descrizione del gioco ma anche la condanna dello stesso come perdita di tempo. Sembra che Neckham abbia imparato il gioco dagli Arabi durante viaggi in Spagna e Mesopotamia.

*Il primo testo con le regole del gioco sembra essere Carmina Rhythmica de Ludo Schahmat un poema (76 versi) scritto dal rabbino Abraham ben Ezra di Toledo verso il 1200. E’ anche il primo poema ebraico sugli scacchi. Da ricordare che la ‘Jewish Encyclopedia’ dice che nel periodo Medievale agli ebrei erano proibiti al sabato tutti i giochi eccetto gli scacchi.