Il Quattrocento (parte 3)

Lucena – Savonarola – Pietro da Ravenna – Gilio de’ Zelati

 

Nel 1495 fu pubblicato, il primo testo a stampa di teoria e di tecnica, attribuito allo spagnolo Francesco Vicent; titolo “El libre dels jochs partitis dels scachs en nombre de 100”. Purtroppo tutte le copie sono andate perdute.

 

Un altro libro dedicato, anche se indirettamente, alla regina Isabella apparve – probabilmente tra la fine del 1496 ed i primi mesi del 1497 – a Salamanca. Si tratta del libro di un altro spagnolo, Luis Ramirez de Lucena (nato tra il 1465 e il 1475, morto intorno al 1530), la più antica opera a stampa a carattere tecnico giunta fino a noi.

Si intitolava “Repeticion de amores et Arte del Axedrez con 150 juegos de partido” ed era in parte dedicato a Giovanni III,  figlio di Re Ferdinando e di Isabella di Castiglia.

Dei juegos de partido, l’equivalente dei moderni problemi, una parte seguiva le vecchie regole (del viejo) del movimento della Regina e una parte le nuove (a la rabiosa).

Nel volume di Lucena, oltre a posizioni e problemi molti dei quali validi ancor oggi, appaiono per la prima volta la regola del ‘pezzo toccato pezzo giocato’ e una codificazione di una dozzina di “aperture”, ovvero le prime mosse della partita, con note e spiegazioni sul perché delle mosse stesse. Da notare che Lucena tratta anche delle mosse iniziali 1. e2-e4, c7-c5; ma senza dare una denominazione: verrà chiamata ‘Difesa Siciliana’ soltanto ai primi del Seicento in un manoscritto di Giacchino Greco.

 

Tra le posizioni riportate nel testo, una in particolare ha avuto grande fortuna ed è diventata un classico; è conosciuta come “il matto di Lucena”.

L’enunciato è: “Il Bianco muove e dà matto in 5 mosse”.

 

Soluzione:

  1. De6+ Rh8

(ovviamente se 1…Rf8; c’è subito matto con 2. Df7)

  1. Cf7+ Rg8
  2. Ch6+ …

Scacco doppio di Cavallo e (di scoperta) di Donna

  1. … Rh8

(anche adesso se  3…Rf8; c’è matto immediato con  4. Df7)

  1. Dg8+! T:g8
  2. Cf7 scacco matto.

Forse il più antico esempio di matto ‘affogato’.

 

Il libro di Lucena ebbe una notevole diffusione e su di esso si prepararono quelli che sarebbero stati i migliori giocatori dei due secoli successivi.

 

Più o meno nello stesso periodo in cui usciva il libro di Lucena, ovvero  nel 1496 e 1497,  il ben noto Girolamo Savonarola aveva fatto mettere al rogo anche gli scacchi in due famosi “bruciamenti di vanità”; si era in Firenze e furono raccolti giochi di ogni tipo, vesti lussuose, pitture peccaminose, che poi furono pubblicamente bruciati in piazza dei Signori. Un testimone dell’avvenimento scrisse che venne eretta in piazza una specie di piramide a otto facce, alta trenta cubiti, e che nel rogo c’erano “non piccole quantità di scacchieri, stampi da fare carte e tavolieri, dadi, carte e simili altri strumenti di Satana.”

 

Eppure a quanto pare Savonarola sapeva giocare a scacchi! Infatti, che sapesse giocare è confermato da alcuni suoi biografi, per esempio l’Ibertis ne “Il dramma Savonaroliano” e il Ridolfi in “Vita di Savonarola”; entrambi riportano il contenuto di una predica tenuta a Firenze l’8 maggio 1496. Parlando dei “Brevi” del papa che erano stati emessi in materia di fusione e smembramento dei conventi fiorentini, prima assegnati alla Congregazione lombarda, poi a quella tosco-romana, poi di nuovo a quella lombarda, il Savonarola disse: “…E ora qua e ora la! Questo mi pare il gioco degli scacchi nella difesa del Re: che quando è rinchiuso si leva d’uno scacco e poi torna a quel medesimo; sicché sono manifeste le circonvenzioni dei maligni.”

Una immagine che ben rende l’idea della fuga del re perseguitato dagli scacchi in vista del matto finale.

 

 

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***INTERLUDIO

 

Memoria di ferro

 

Pietro da Ravenna, celebre giureconsulto del XV secolo, che aveva una straordinaria memoria, cosi la magnificò nella sua opera “Phaenix, sive ad artificialem memoriam comparandam brevis quidem et facilis, sed re ipsa et usu comprovata introductio” (Venezia 1491): “Io giocava agli scacchi, un altro giocava ai dadi, un altro scriveva i numeri che da essi formavansi ed io al tempo stesso dettava due lettere, secondo l’argomento propostomi. Poiché fu finito il gioco, io ripetei tutte le mosse degli scacchi, tutti i numeri formati dai dadi, e tutte le parole di quelle lettere cominciando dalle ultime.”

 

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Del quesito “se la scommessa di dar scacco matto con un pedone potesse considerarsi vinta, se il matto veniva dato con il pedone trasformato in regina” abbiamo già accennato quando abbiamo parlato di Cino da Pistoia, il poeta giureconsulto amico di Dante.

Nel Quattrocento la questione tornò alla ribalta e per quanto possa sembrare strano, si trascinerà anche nei due secoli successivi.

Tra i giuristi del Quattrocento sorsero due scuole di pensiero: una capeggiata in particolare da Angelo Gambiglioni, ovvero Angelo d’Arezzo (non si conosce la data di nascita, morì tra il 1451 e il 1465), che sosteneva che la scommessa potesse considerarsi vinta, l’altra, che vide in prima linea i giuristi di Padova, che sosteneva che il mutamento del Pedone in Regina faceva perdere la scommessa.

Si cercarono anche soluzioni ‘intermedie’: a Bologna, per esempio, si disse che la scommessa era vinta solo se si indicava a priori il Pedone con cui dare lo scacco matto e se, nel caso, era proprio quello indicato a trasformarsi in regina. E un frate, Francesco Ottazzo d’Alcocer, che si distinse per le questioni teologiche (per esempio disquisizioni sulla sacre stimmate di Santa Caterina) e scrisse “Confessioni” (raccolta delle scomuniche papali), intervenne affermando che se gli scommettitori erano buoni giocatori lo scacco matto doveva essere dato con il Pedone e non valeva se il Pedone arrivava a promozione. Di questo frate Francesco si sa che era definito ‘dottore’ e che visse nel Quattrocento: ignote data di nascita e di morte e non è neppure sicuro se fosse francescano o domenicano.

 

E torniamo a parlare di Borso (ovvero Bolso) d’Este, cui già abbiamo accennato ricordando gli esponenti di questa importante famiglia appassionati di scacchi.

Abbiamo detto che Borso (1413-1471), principe munifico, protettore delle arti e appassionato di scacchi, governò dal 1450 alla morte.

E abbiamo parlato di un manoscritto miniato sul gioco degli scacchi a lui dedicato. Possiamo aggiungere che l’autore è quasi sicuramente  Gilio de’ Zelati di Faenza, che lo realizzò tra il 1450 e il 1470. Gilio de’ Zelati è ritenuto anche l’autore de “Croniques et Suquêtes de Charlemagne” scritto nel 1455, da cui è tratta l’illustrazione “Partita a scacchi”.

E poi abbiamo ricordato che nel 1459 in occasione di una visita alla corte estense di papa Pio II (il celebre Enea Silvio Piccolomini, salito al soglio pontificio l’anno prima) che gli confermò la concessione del ducato di Ferrara, Modena e Reggio, lo fece assistere ad una partita a scacchi disputata alla cieca.

Il filologo pisano Mattia (per alcuni: Matteo) Palmieri (1405-1475)  (sarà ricordato poi da Marco Girolamo Vida, di cui parleremo in seguito, trattando del Cinquecento), nella sua “Cronaca” proprio del 1459, diede qualche notizia su questo evento, scrivendo che la partita era giocata “da un giovane modenese di nome Giovanni, il quale giuocava agli scacchi stando lontano dallo scacchiere e ordinando le mosse secondo le relazioni che venivangli fatte delle mosse nemiche.”

Da un altro scritto di Palmieri sembra si possa ricavare che il giovane modenese fosse Giovanni Sadoleto, un ottimo scacchista dell’epoca, ben conosciuto nelle varie corti.