Il Cinquecento (parte 6)

Il primo testo scacchistico originale italiano

 

Il primo testo scacchistico originale scritto da un italiano fu scritto nel 1593 da Orazio Gianutio; titolo:  “Libro nel quale si tratta della maniera di Giuocar a Scacchi. Con alcuni sottilissimi Partiti”.

Primo in quanto le opere che allora circolavano erano traduzioni dei testi di Damiano, che era portoghese, e di Ruy Lopez, che era spagnolo; e primo in quanto un altro libro scritto da Gerolamo Cardano a metà del Cinquecento è andato perduto.

Iniziamo dal libro di Orazio Gianutio.

Gianutio dedicò il suo manoscritto all’Arciduca d’Austria Mattia d’Asburgo. Successivamente, nel 1597,  quando il libro fu stampato a Torino, venne dedicato al conte Francesco Martinengo di Malpaga.

Orazio Gianutio (circa 1550 – 1610) secondo la versione oggi più accreditata apparteneva alla nobile famiglia dei Giannuzzi Savelli originaria di Amantea; si trasferì per un certo tempo a Torino come militare di grado elevato.

 

Il libro è importante anche perché presenta le regole del gioco usate nel settentrione italiano all’epoca: e se ancora c’era confusione per come effettuare l’arrocco e non era prevista la presa “al passo” (“en passant”), per quanto riguardava la promozione veniva ammessa per esempio la promozione a Donna anche se sulla scacchiera ne era già presente una.

Il libro tratta sia le aperture, divise in due grandi gruppi secondo che il gioco iniziasse con la “Pedina del Re” oppure con la “Pedina della Donna”, sia dei problemi, ovvero “partiti”.

In uno di questi viene riproposto il tema del salto del Cavallo con la cattura di 32 pezzi avversari: “Vera e infallibil regola da pigliare tutti gli scacchi a salto del Cavallo, con patto che mai si giochi il Cavallo che non pigli o che si metta in una casa vuota.”

Un altro ‘partito’, che ebbe grande notorietà e fu molto imitato fino all’Ottocento, richiedeva di dare matto di Pedone in 10 mosse precise.

Il diagramma mostra la posizione, evidentemente illegale – ma all’epoca questo non era considerato importante. Inoltre i Bianchi si trovano nella parte alta del diagramma e quindi i Pedoni bianchi ‘scendono’ e quelli neri ‘salgono’.

Si deve evitare lo stallo e si deve evitare di dare matto prima della decima mossa.

 

 Matto di Pedone in 10 tratti

Soluzione:  1. Te5 f:e5  2. Ab7 e6  3. Ae3 f:e3  4. Rf2 e4  5. Df4 e5  6. Th6 h5  7. g5 h4  8. g4 h3 D:f3+ Rh2 10. g3 scacco matto.

 

 

 

Ora, prima di parlare di Gerolamo Cardano e del suo libro sugli scacchi  purtroppo andato perduto, dobbiamo fare un piccolo passo indietro.

Come abbiamo già accennato, nel Cinquecento non vi fu Corte, almeno fra le più celebrate, che non annoverasse fra i suoi protetti qualche forte giocatore di scacchi. Così il secolo ereditò dai moralisti medievali la visione di una vita umana simile al gioco degli scacchi con le sue lotte e le sue disuguaglianze in un ambiente nel quale il gioco era tenuto in gran conto sia fra i potenti, sia fra il popolo, e gli scacchi trovarono un terreno adatto per una grande diffusione e dominarono sovrani tra i giochi di quel tempo.

Da Leone X ai duchi di Urbino, dai signori di Firenze agli uomini più illustri e alle più celebrate Corti, tutti conobbero e coltivarono gli scacchi, il divertimento gentile e ingegnoso del vero ‘cortegiano’.  Del resto che il gioco degli scacchi fosse il passatempo intellettuale preferito dai Signori del Rinascimento è fatto ampiamente attestato; ricordiamo ancora, fra le numerose testimonianze, quanto scrisse Baldassar Castiglione dialogando intorno agli scacchi

“E che dite del gioco de’ scacchi? Quello certo è gentile intertenimento ed ingenioso, disse messer Federico, ma parmi che un sol diffetto vi si trovi; e questo è che se po’ saperne troppo, di modo che a cui vol esser eccellente nel gioco de’ scacchi credo bisogni consumarvi molto tempo e mettervi tanto studio, quanto se volesse imparar qualche nobil scienza, a far qualsivoglia altra cosa ben di così importanza; (..) Molti Spagnoli trovansi eccellenti in questo ed in molti altri giochi, i quali però non si mettono molto studio, né ancor lascian di far altre cose”

E si sa che molti giocatori di scacchi visitarono la Spagna così come molti giocatori spagnoli visitarono l’Italia e a volte vi si stabilirono, tanto è vero che nelle corti rinascimentali “si trovano tanti spagnoli eccellenti giocatori di scacchi” (Innocenzo  Ringhieri, gentiluomo bolognese, in “Cento giuochi liberali et d’ingegno”, Bologna 1551, dedicato a Caterina de’ Medici, regina di Francia).

 

Anche  Lucrezia Borgia appena arrivata a Ferrara si accorse subito del particolare interesse per gli scacchi che c’era in città: le cronache del tempo ci raccontano che volle per sé un gioco degli scacchi che commissionò all’intagliatore Brognolo per il prezzo di 5 ducati e che mise a stipendio un certo “Maestro Francesco Spagnolo maestro di scachi” al fine di apprendere rapidamente le regole del gioco, probabilmente con l’ intenzione di rivaleggiare anche in questo campo con la figlia primogenita di Ercole I, Isabella d’Este, notoriamente attratta dagli scacchi anche se forse più per gli aspetti estetici che non per la profondità delle combinazioni.

Sappiamo che Isabella, Marchesa di Mantova, bella, colta, si era circondata di artisti e letterati e già da giovanetta si era appassionata agli scacchi.

I suoi eleganti gusti la portarono addirittura a possedere set di scacchi di elegante esecuzione, al punto di arrivare ad ordinarli ad uno dei più famosi intagliatori di quel tempo, il milanese Cleofas Donati, che lavorava nella bottega di Angelo Vincemaglia.

L’8 dicembre 1511, infatti, così scriveva al Vincemaglia: “Mandiamovi un pezo de ebano, qual dareti a Cleofas dicendogli ch’el ne facci d’esso un gioco de scacchi negri et l’altro bianco del suo avorio, che siano della grandezza de qusti che ve mandiamo in scatola per mostra: ma nel garbo et fogia che a lui parerà, purché siano belli et excellenti et ben proporgionadi da conoscersi uno scaco da l’altro, né vi rincrescerà sollecitarlo a ciò che presto siano servite”.

 

Evidentemente l’intagliatore milanese, per soddisfare Isabella, le inviò qualche pezzo di scacchi come campione, poiché esattamente il 4 gennaio 1512, così scrisse al Vincemaglia: “Ve remandamo la mostra de li scacchi facti per Cleofas quali ne piaceno molto e speramo come voi scriseti, ch’el li megliorerà, maxime lo arfilo qual voria aver quelle tre branche di sopra più distincte et ardite, cioè che guardassino in uso et la pedona voria essere un poco più altetta e più forte. Il resto de fogia et garbo me piace summamente precipue lo cavallo che non potria essere più bello. Sichè fatili subito fare”.

 

Gerolamo Cardano nacque e crebbe dunque in questa ‘atmosfera scacchistica’ e imparò molto presto a giocare; lui stesso nel “De vita propria” (la sua autobiografia, da lui scritta in latino 1575, ovvero un anno prima della morte, pubblicata postuma a Parigi nel 1643 e poi tradotta in “volgare italiano” e da un certo cavalier Vincenzo Mantovani  come “Vita di Girolamo Cardano milanese”), afferma che a sedici anni sapeva usare le armi, cavalcare, nuotare ed era abilissimo nel gioco delle carte, dei dadi e degli scacchi. 

 

Gerolamo Cardano (Pavia 24.9.1501 – Roma 21.9.1576), medico, matematico, filosofo, fu una figura poliedrica del Rinascimento Italiano. A lui si deve tra l’altro la parziale invenzione della serratura e la geniale invenzione del “giunto cardanico”, applicato per la prima volta nel 1548 nella carrozza dell’Imperatore del Sacro Romano Impero Carlo V.

Quanto agli scacchi  Cardano era solito giocare contro un suo giovane servitore, tal Ercole Visconti. Giocava spesso con in palio denaro “con quanto sperpero delle mie risorse non è facile dire”. E nell’estate del 1542 vinse molti zecchini al nobile patrizio milanese Antonio Vicomercato.”

 

Nel “De vita propria”  scrisse:  “Nel gioco degli scacchi il desiderio della vittoria, unito alla consapevolezza che ogni speranza è riposta nella sola abilità, costringe all’attenzione, al ragionamento e alla prudenza. Insomma, questo gioco presenta il non trascurabile pregio di moderare un temperamento precipitato e costituisce una vera cura sulla via dell’assennatezza.  Dalla prima giovinezza in poi fui smodato amatore del giuoco degli scacchi, ai quali debbo l’essere venuto in conoscenza del principe di Milano Francesco Sforza, non che l’amicizia di parecchi de’ più illustri gentiluomini. Avendomi però gli scacchi occupato assiduamente per lo spazio di quarant’anni o poco manco, non potrei mai esprimere, con parsimonia di parole, quanto essi cagionassero scapito alle mie domestiche occorrenze.”

 

Poi ribadì il concetto nel capitolo XIX, dedicato a “Scacchi e dadi”: “Può darsi che io non sia degno di essere elogiato in nulla ma è certo che merito di essere biasimato per essermi dato al gioco degli scacchi e dei dadi senza sapermi imporre alcun freno. Mi sono dedicato per parecchi anni ad entrambi i giochi: agli scacchi per più di quaranta, ai dadi per circa venticinque e in tanti anni ho giocato, mi vergogno a dirlo, ogni giorno. Così ho dilapidato contemporaneamente la mia reputazione, il mio tempo e il mio denaro. Non c’è nessuna attenuante che possa essere avanzata a mia discolpa, a meno che qualcuno non voglia sostenere che non si trattava tanto di amore per il gioco quanto di odio per tutto quello che mi costringeva a dedicarmici: calunnie, offese, povertà, la tracotanza di alcuni, il mancato riconoscimento dei miei meriti, il disprezzo di cui ero oggetto e la fragilità della mia salute; conseguenza di tutto questo è stata l’aver perduto tanto tempo in modo indecoroso. Ne è prova il fatto che non appena ho potuto assumere un ruolo degno di me ho abbandonato quelle occupazioni.”

E qui aggiunse la frase che ci dice che scrisse un libro sugli scacchi: “Nel mio libro dedicato al gioco degli scacchi ho scoperto parecchi problemi notevoli ma alcuni tuttavia, tra un’occupazione e l’altra, sono andati perduti ed otto o dieci non mi è stato possibile recuperarli; superavano veramente per difficoltà ogni capacità umana e l’averli individuati sembrava cosa impossibile. Ricordo questo per invitare le persone interessate a tale genere di argomenti, nelle cui mani oso sperare che cadranno le mie carte, ad aggiungere ad esse una parte finale o un’introduzione”.

 Il libro però è andato perduto. Sappiamo tuttavia che Cardano propose di riprodurre i diagrammi tipograficamente, facendo uso di pezzi mobili anziché ricorrere alle xilografie com’era d’uso all’epoca, e suggerì inoltre di tratteggiare le case nere “a mo’ di cancello”, anticipando di secoli i diagrammi moderni”.