Il Cinquecento (parte 3)

I primi campioni del mondo ‘ufficiosi’

Il trattato di pace firmato ai primi di aprile del 1559 a Cateau-Cambrésis pose fine al conflitto tra gli Asburgo e la Francia. In realtà furono firmati due trattati, uno tra Elisabetta I di Inghilterra ed Enrico II di Francia e uno tra Enrico II di Francia e Filippo II di Spagna

Il trattato ufficializzò la debolezza politica dell’Italia che si ritrovò smembrata in vari staterelli: la pace segnò l’inizio della dominazione asburgica in Italia; la maggior preoccupazione dei governanti spagnoli era quella di gravare il popolo sottomesso con un vessatorio regime fiscale: come vedremo parlando di Leonardo da Cutro, proprio l’esenzione dalle tasse per la sua terra sarà quello che chiederà Leonardo al Re di Spagna Filippo II come ricompensa per la sua abilità nel gioco.

E a proposito di abilità nel gioco, a partire dalla metà del XVI secolo alcuni giocatori vennero da tutti riconosciuti come i migliori in assoluto, ma senza che ad essi venisse attribuito formalmente il “titolo” di campione mondiale.

Il primo cui si può attribuire il titolo ufficioso di campione del mondo è uno spagnolo, Ruy Lopez nativo della città di Segura: il caso volle che fosse un prete; da molte parti è erroneamente indicato come ‘vescovo’ di Segura ma questo è falso, in realtà fu assistente del suo vescovo.

Dopo di lui il titolo ufficioso spetta agli italiani Leonardo da Cutro (paesino della Calabria) e a Paolo Boi (di cui parleremo in seguito).

 

Ruy Lopez de Segura

Era un sacerdote, originario della città di Zafra, ove nacque verso il 1530.

Durante il suo apogeo scacchistico entrò nelle grazie di Filippo II che gli assegnò un vitalizio con la motivazione di “miglior giocatore di scacchi del Cinquecento”.

 

*Filippo II (1527-1598) successe al padre Carlo V sul trono di Spagna nel 1556. E’ rimasto noto per la pace di Cateau-Cambrésis (1559), per la vittoria sui Turchi a Lepanto (1571) e per la creazione della “Invencible Armada”. Grande appassionato di scacchi, era anche un buon giocatore.

 

Ruy Lopez nel 1560 accompagnò a Roma il suo vescovo per il conclave che avrebbe eletto papa Pio IV; nel tempo libero ebbe modo di giocare e battere tutti i migliori giocatori italiani, compreso Leonardo da Cutro; ebbe anche l’occasione di conoscere il libro scritto da un portoghese, Damiano, in lingua italiana e spagnola: “Libro da imparare a giocare a Scachi et de le partite”, prima edizione nel 1512, più volte ristampato fino al 1564.

 

Damiano da Odemira, di professione farmacista, dedicò il libro a un gentiluomo esperto nell’arte militare, Giovanni Giorgio Cesarino Romano. Oltre a molti diagrammi con ‘partiti’ (dove si poteva dare “un matto bello”) e problemi (questi ultimi quasi tutti già pubblicati da Lucena) c’era un capitolo su ‘L’Arte di giuocare alla Mente’.

 

La lettura di questo libro lo portò alla decisione di scriverne uno a sua volta.  Così nel 1561 ecco il “Libro de la invencion liberal y arte del juego del Axedrez”, cinque volumi e 95 capitoli (oltre ad una ‘errata corrige’ di otto pagine) vero e proprio trattato teorico sulle aperture in cui oltre all’elenco delle mosse l’autore puntava a dare una motivazione delle stesse.

Nel libro c’erano anche molti consigli, a volte anche non propriamente relativi gioco, come per esempio il suggerimento di sistemare la scacchiera in modo che il sole battesse negli occhi dell’avversario.

Fu il primo testo dedicato al gioco pratico, trascurando completamente i problemi.

Ruy Lopez tra l’altro ideò una delle aperture più usate ancor oggi, che nel mondo porta il suo nome e in Italia è nota come “Spagnola”.  Questa apertura si realizza dopo 1. e4,e5;  2. Cf3,Cc6; ed è caratterizzata ora dalla mossa 3. Ab5.

 

Uno dei primi a ricevere copia del libro fu Ercole II d’Este, nipote di Ercole I che – come abbiamo visto – era appassionato di scacchi.

La prima traduzione in lingua italiana apparve nel 1584, ad opera di Giovanni Domenico Tarsia.

Passiamo ora a Leonardo da Cutro. Seguiamo quanto scrisse Alessandro Salvio nella sua opera in quattro volumi “Il Puttino”. Il testo è tratto da un articolo a firma J.A. leon, pubblicato da “la Nuova Rivista degli Scacchi” nel 1895.

 

 

Leonardo da Cutro

 

Durante il pontificato di Gregorio XIII (al secolo Ugo Buoncompagni; divenne Papa nel 1572; era appassionato di scacchi; morirà nel 1585), dimorava in Roma un giovane studente di leggi per nome Leonardo, nato a Cutri. Più dedito al giuoco degli Scacchi che alla sua professione, egli si applicava così diligentemente al giuoco stesso che divenne uno dei più famosi giuocatori di Roma, dove era conosciuto sotto il nomignolo del Puttino, a cagione della sua figura e dei suoi modi d’adolescente.

A quell’epoca il più famoso giuocatore di scacchi in Europa era il sacerdote spagnuolo Ruy Lopez, il quale, chiamato a Roma per affari ecclesiastici, fu sfidato da Leonardo il quale però rimase soccombente di fronte alla consumata valentìa del provetto giuocatore.

Leonardo mortificato ed umiliato per la sconfitta, andò a Napoli ove rimase due anni a studiare tenacemente ed a progredire nel giuoco fino a che non si credette capace di vincere Ruy Lopez. Tuttavia, prima che egli lasciasse Napoli, Paolo Boi avendo inteso della fama acquistata da Leonardo, giunse in quella città per giuocarvi assieme.  Essi si incontrarono in casa di un gentiluomo col quale Leonardo stava giocando, senza

conoscersi né l’uno né l’altro. Pareva che la partita fosse forzatamente vinta per Leonardo quando il Boi intervenne sostenendo che la partita era patta.

Leonardo fu non poco meravigliato, ma non meno contento quando seppe chi era lo sconosciuto e quando seppe che era venuto a Napoli appunto per misurarsi con lui. La sfida fu subito concentrata ed incominciata. Paolo Boi, che ebbe per primo la mossa, giuocò un Gambetto di Re; Leonardo prese e difese il pedone del gambetto. Dopo un certo numero di partite si lasciarono con vincite e perdite perfettamente uguali. Leonardo spiegò grande solidità di giuoco, mentre il Boi era pronto ed ingegnoso. La contesa avrebbe dovuto riprendersi il giorno seguente, ma Leonardo aveva determinato di partire per Madrid per cercarvi e sfidarvi il Ruy Lopez, e perciò il mattino dopo lasciò Napoli segretamente salpando per Cutri pel timore che il Boi non lo lasciasse partire così presto com’egli bramava.

Giunto a Cutri, Leonardo apprese che suo fratello ed altri parecchi individui erano caduti in mano dei pirati, epperò immediatamente egli partì per liberare il fratello. Mentre dibatteva il prezzo del riscatto, i suoi sguardi caddero su d’una scacchiera, nella quale il corsaro, accortosi del piacere da lui provato, lo invitò a giuocare 50 scudi per partita. In tal modo Leonardo vinse prestamente non solo i dugento ducati richiesti pei riscatto del fratello, ma ne vinse altrettanti per sè. Pochi giorni dopo Leonardo partiva per la Spagna con un compagno che portava il classico nome di Giulio Cesare (si trattava di Giulio Cesare Polerio, NdR).

Fecero una prima sosta a Genova, ove ebbero l’ospitalità di certo sig. Giorgio, il quale quantunque non fosse giuocatore di scacchi, aveva però, sembra, casa aperta per quelli che lo erano. Ivi Leonardo si invaghì dell’unica figlia (nel testo su ‘La Nuova Rivista’ qui la ragazza è definita sorella, probabilmente un errore del traduttore Cav.V. Guasco, NdR) di Giorgio, ma essendo povero non ardì domandarne la mano al padre. Ma siccome il suo amore era ricambiato ed egli sperava di riportare una massa di oro dalla Spagna, così i due giovani si fidanzarono segretamente. Partì allora Leonardo per Marsiglia lasciando Giulio Cesare a fargli il postiglione d’amore.

 

Giulio Cesare Polerio, detto l’Abruzzese, vissuto tra il 1550 e il 1610, fu una specie di uomo di fiducia, potremmo dire un segretario, di Leonardo da Cutro. Fu anche un discreto giocatore, ma è soprattutto importante per i suoi manoscritti che riportano impianti di gioco e partite giocate, riportando i nomi di chi li aveva giocati e dando notizie sui grandi giocatori dell’epoca.

Ecco per esempio una ‘miniatura’ valida ancor oggi per la teoria.

 

  1. e4 e5 2. Cf3 d6 3. Ac4 Cf6  4. d3 Ag4  5. c3 Cc6  6. Db3 A:f3?  7. A:f7+  e matto alla mossa successiva.

 

Raccolti allori a Marsiglia, Leonardo si condusse a Madrid giuocando agli scacchi nelle diverse città per cui passava, senza farsi conoscere. Giunto a Madrid prese alcuni giorni di riposo, e quindi comparve come a caso in un ritrovo principale di giocatori di scacchi, dove trovò il Ruy Lopez a giuocare con un gentiluomo di Corte. Gli Spagnuoli diedero allo straniero il benvenuto colla loro abituale urbanità e gli domandarono se volesse giuocare. Leonardo rispose che era appunto per questo venuto a Madrid, purché vi fosse un competitore degno di misurarsi con lui.

A questa baldanzosa dichiarazione, il gentiluomo lasciò lì la sua partita affinchè il Lopez potesse subito rintuzzare l’orgoglio del millantatore, ed il Lopez, non riconoscendo il suo antico avversario lo sfidò di fatti. La prima partita, finì patta, poiché Leonardo amò meglio di non dispiegare così subito tutta la sua forza. Continuarono per parecchi giorni a giuocare, ma l’Italiano si accontentò di rimanere con una partita di vantaggio, riservando il suo pieno valore per più importante occasione. Fino allora Lopez non aveva avuti rivali, ed il nuovo venuto che gli stava a paro divenne l’argomento dei discorsi di tutta Madrid. Il re Filippo II espresse il desiderio di vedere i rivali al cimento, ed offrì un premio di 1000 scudi a quello che prima avesse vinto tre partite. La contesa ebbe luogo al palazzo e Lopez vinse le due prime partite. Il re, vedendo l’Italiano così facilmente sopraffatto, stava per andarsene infastidito, quando Leonardo gli si inginocchiò davanti esclamando: «Supplico Vostra Maestà di rimanere. Ho perduto a bella posta queste due partite per meglio dar prova della mia forza, e Vostra Maestà mi vedrà vincere le tre partite di seguito. Per questo sono venuto a Madrid, per avere la mia rivincita delle beffe e degli insulti scagliatimi dal Ruy Lopez quando mi vinse a Roma.»

Pieno di stupore il Re acconsentì a rimanere e Leonardo mantenne quanto aveva promesso. Dietro questa prova della sua valentìa, il Re non solo gli diede i 1000 scudi di premio, ma gli regalò una gemma preziosa ed un mantello d’ermellino. Di più gli offrì di appagare quella qualunque richiesta che egli volesse fargli, e Leonardo domandò che la sua terra natale di Cutri fosse esonerata dai tributi. Ciò fu accordato per un periodo di vent’anni.

 

La sfida del 1575 fu immortalata molti anni dopo in un celebre dipinto di Luigi Mussini.

 

Da quel giorno Leonardo imperò come indiscusso re dei giuocatori di scacchi in tutto Madrid, fino a che un rivale, nella persona di Paolo Boi, non venne a disputargli la palma. Paolo lo aveva seguito da Napoli, ed un incontro era stato combinato fra i due campioni, quando, la notte avanti al giorno fissato, Giulio Cesare arrivò a Madrid col triste annunzio della morte della fidanzata di Leonardo, la figlia di Don Giorgio di Genova. Sopraffatto dal dolore, l’Italiano partì subito pel Portogallo dove trovò ben presto da consolarsi della sua disgrazia. Un gentiluomo Portoghese lo presentò ai giuocatori di scacchi di Lisbona che erano sotto l’immediato e generoso patronato del Re, Don Sebastiano. Il più famoso giuocatore della corte era «El Moro», così chiamato per la sua carnagione bruna e la sua origine mussulmana. Col suo talento s’era cattivato il rispetto dei Portoghesi, ma era molto impopolare per la sua attenzione. Leonardo sfidò subito El Moro, ed il Re chiese che la sfida si tenesse alla sua presenza. La lotta durò per due giorni nei quali Leonardo battè completamente il vanaglorioso Moro fra gli applausi dei Portoghesi e del loro Re che colmò di favori il vincitore e gli conferì il titolo di Cavaliere Errante.

In questo tempo Paolo Boi era rimasto a Madrid battendo quanti osavano misurarsi con lui. Quando Leonardo tornò da Lisbona, fu combinato un incontro fra i due illustri Italiani. Pei due primi giorni si fece giuoco uguale, ma nel terzo, il Siracusano si sentì indisposto e non potè giuocare con l’usata acutezza e vigore, di guisa che la vittoria toccò a Leonardo, dopo di che Paolo Boi, vinto ma non umiliato lasciò Madrid per Lisbona.

Leonardo rimase per qualche altro tempo in Ispagna, e poscia tornò a Napoli dove fu ricevuto con entusiasmo.

Più tardi ancora entrò quale Maggiordomo del Principe di Bisignano, ma nel 1586 all’età di 45 anni, all’apice della sua fama, Leonardo da Cutro morì, quasi certamente avvelenato, ma non da rivali scacchisti, bensì per motivi attinenti a questo suo lavoro.