Il Quattrocento (parte 4)

Leonardo da Vinci – fra’ Luca Pacioli

Si può affermare con sicurezza che Leonardo da Vinci conosceva il gioco degli scacchi, anche se non si sa con esattezza quando lo abbia appreso: si può ipotizzare che abbia imparato a giocare durante la sua infanzia, ma se così non fosse lo avrebbe certamente fatto durante gli anni alla corte dei Medici visto che, come è noto, gli scacchi erano uno dei giochi preferiti di Lorenzo il Magnifico. E comunque se non avesse imparato a Firenze, al più tardi imparò a giocare quando era alla corte di Ludovico il Moro a Milano, dove come abbiamo visto gli scacchi erano molto diffusi. Del resto, come scrive Marco Malvaldi nel suo libro ‘La misura dell’uomo’ (Giunti Editore) “Leonardo non smette mai di  imparare, non c’è un momento della sua vita in cui si accontenta di quello che sa.”

Anche Adriano Chicco (1907-1990), il maggior storico degli scacchi italiano, era convinto che Leonardo sapesse giocare a scacchi; scrisse infatti che sarebbe assurdo immaginare che uno scienziato della sua levatura, e soprattutto della sua curiosità, non si fosse interessato ad un gioco così complicato. Era sicuramente troppo eclettico per sottrarsi alla tentazione di misurarsi anche in questo campo.

Del resto, da una annotazione nel Codice Atlantico (c. 256) risulta che Leonardo conobbe quel Bartolomeo Turco, castellano sotto gli Sforza, che nel 1498, come abbiamo detto, fu chiamato a corte da Ludovico il Moro in persona che desiderava vederlo giocare a scacchi.

Inoltre in un documento della fine del XV secolo si legge che “Leonardo giocò con l’Ambasciatore francese adottando una nuova tattica, il sacrificio del Pedone d’Alfiere di Donna” (dopo aver iniziato la partita con la spinta di due passi del Pedone di fronte alla Donna): in pratica un esempio, forse il primo, di Gambetto di Donna; peccato che non ci siano altri dettagli: non sappiamo se il Gambetto sia stato accettato, non sappiamo il nome dell’Ambasciatore e non sappiamo il luogo ove venne giocata la partita, forse a Milano o forse quando Leonardo era in Francia.

La conferma della conoscenza del gioco da parte di Leonardo è però suffragata soprattutto dalla scoperta del rebus che Leonardo abbozzò in uno dei Fogli di Windsor (12692, recto) con uno schizzo che sicuramente traeva ispirazione dagli scacchi, dato che i Fogli della Royal Library del Castello di Windsor sono datati tra il 1487 e il 1488 dallo storico e studioso di Leonardo Carlo Pedretti e il tra il 1488 e il 1490 da Frank Zollner, altro storico e studioso di Leonardo. Quindi tra l’altro si dimostra che Leonardo si interessò agli scacchi prima dell’arrivo di Pacioli a Milano.

Abbiamo detto che il rebus di Leonardo sicuramente traeva ispirazione dagli scacchi: infatti raffigura una “Torre” del gioco e porta la scritta di suo pugno “i aroccharò”  che nell’originale corre, ovviamente, da destra a sinistra.  Come correttamente osserva Chicco, la soluzione “i aroccharò” – “io arroccherò” come confermò Augusto Marinoni (1911-1997) uno dei maggiori studiosi di Leonardo – ha inequivocabile significato scacchistico.

 

Vediamo dapprima la ‘questione linguistica’.

“Invano – scrisse Adriano Chicco – si cercherebbe nel più autorevole dizionario della lingua italiana, il vocabolario della Crusca, un riferimento a testi letterali per la parola “arrocco”: quel dizionario, al pari dei dizionari più moderni, registra il verbo “arroccare” come derivato esclusivamente dal gioco degli scacchi. Il senso figurato (arroccare nel senso di trovare rifugio) non ha preceduto il significato scacchistico, bensì lo ha seguito. Alla luce di queste considerazioni, la scritta “i aroccharò” posta da Leonardo sotto la figura della rocca diventa davvero un rebus nel rebus. L’ipotesi più plausibile è che il verbo arroccare fosse adoperato nella lingua parlata dai giuocatori di scacchi fin dagli ultimi anni del XV secolo, forse sotto l’influsso del termine francese “roquer” che, a quanto pare, entrò nell’uso prima dei corrispondenti termini italiano e spagnolo. Accadde, per la parola, quello che era accaduto per il concetto da essa espresso: come la doppia mossa di Re e Torre fu a lungo adoperata dai giuocatori di scacchi nel giuoco vivo, prima che i teorici la facessero propria, così la corrispondente parola serpeggiò a lungo negli ambienti dei giuocatori, prima di essere recepita dai trattatisti”.

È infatti assai probabile che Leonardo abbia avuto modo di udire questo verbo dai giocatori di scacchi che frequentarono a lungo la Corte milanese, particolarmente favorevole in quei lontani tempi alla diffusione del gioco.

Chicco, così, aggiunse: “Leonardo portato per natura più a trarre ammaestramenti dalla realtà che non dai libri, non esitò ad accettare la parola e ad adoperarla per il suo rebus, concretando così una delle prime citazioni del verbo “arroccare”.

 

Vediamo ora la ‘questione tecnica’.

Ai tempi della vita di Leonardo la mossa dell’arrocco in pratica ancora non esisteva; era però possibile una combinazione simile in due mosse successive, come riportato dallo spagnolo Lucena nel suo testo del 1496 o 1497: prima si muoveva la Torre, poi alla mossa immediatamente seguente il Re la scavalcava muovendo di due caselle. Ma si trattava di due mosse distinte, giocate una dopo l’altra, e non di una sola come avviene oggi con quello che possiamo definire l’arrocco ‘moderno’.

L’idea di Leonardo era invece di effettuare il particolare movimento di Re e Torre in una mossa sola, forse anche come ‘antidoto’ alla sempre più ampia possibilità di movimento che in quegli anni, come abbiamo visto, veniva data alla Regina.

 

Nel 1497 arrivò a Milano, invitato da Ludovico il Moro, fra’ Luca Pacioli che, in fatto di scacchi dimostrava di essere un esperto. E si può ritenere che questa fu l’occasione per Leonardo per approfondire lo studio del gioco. Tra l’altro Pacioli nella lettera dedicatoria al suo manoscritto “De Viribus quantitatis”, conservato alla Biblioteca Universitaria di Bologna, scrisse di essere autore di un volume contenente una ricca raccolta di posizioni scacchistiche, ben 114. Questo libro poi si perse, ma è stato ritrovato dopo 500 anni a Gorizia; così è stato possibile dimostrare che anche Leonardo stesso ci aveva messo mano, non solo disegnando i pezzi che servirono da modello per realizzare i diagrammi che raffiguravano le diverse posizioni, ma anche realizzando personalmente quasi metà dei diagrammi (58 su 114).

 

Nel 1499 Milano fu occupata dalla truppe francesi di Luigi XII. Allora Leonardo si rifugiò insieme a fra’ Luca Pacioli presso la corte di Isabella d’Este: vi rimarranno fino al 1503.

Isabella li ospitò volentieri poiché avrebbe voluto che Leonardo le facesse un ritratto, che però non riuscì ad ottenere.

Come abbiamo detto, la corte di Isabella era all’epoca il fulcro europeo degli scacchi. Isabella era grande appassionata: faceva venire i migliori giocatori “professionisti”, specie dalla Spagna, per giocarci e prendere lezioni e si faceva intagliare i pezzi dai migliori intagliatori. Tutto questo è storicamente documentato.

Leonardo e Pacioli trovarono presso la corte di Isabella d’Este una “atmosfera scacchistica” molto intensa e ricca. Inoltre fra’ Luca Pacioli quando arrivò, sapendo della passione di Isabella, aveva con sé il suo testo scacchistico, che aveva portato con l’idea di farne omaggio a Isabella.

Oggi possiamo affermare che a questo testo sicuramente mise mano anche Leonardo, che non solo come già detto realizzò quasi metà dei “diagrammi” con le varie posizioni (lo si evince dal fatto che sono disegnati con la mano sinistra e che riportano le classiche ‘crocette’ di Leonardo) ma realizzò anche dei pezzi di nuova concezione, molto più leggeri e artistici di quelli allora in voga, e fatti per essere prodotti in serie!

Per quanto riguarda l’aspetto del gioco ‘vivo’, va ricordato il rebus nei Fogli di Windsor. Si può pensare che Leonardo abbia proposto di fare l’arrocco in una mossa sola e che l’idea piacque, anche perché rispondeva allo scopo di velocizzare il gioco. Ovvio che una volta accettata l’idea presso la corte di Isabella, poi la diffusione in tutta Europa da parte dei “professionisti” che la frequentavano, avvenne di conseguenza.