Il Trecento (parte 5)

Gli scacchi nel mondo – Chaucer, Petrarca

Nel 1300 gli scacchi si diffusero ampiamente nel mondo allora conosciuto e non solo nelle regioni dell’Europa (dove formalmente vigevano la condanna della Chiesa e i divieti di molti sovrani).
Si giocava per esempio in Cina: Marco Polo (1254-1324) ne accenna ne “Il Milione” dove si legge che Kublai Kan era un attento giocatore di scacchi; si trattava probabilmente degli ‘scacchi cinesi’ che sono abbastanza diversi dai nostri e quindi diversi dal gioco che si usava a quell’epoca in Italia e in Europa.
La miniatura “Le delizie della città di Quinsay” mostra due persone che in giardino giocano a scacchi.

Forse anche Marco Polo sapeva giocare a scacchi, assai diffusi a Venezia ai suoi tempi; ricordiamo per esempio che un ‘editto’ della Repubblica della Serenissima del 1293 aveva vietato praticamente tutti i giochi tranne uno solo, gli scacchi appunto, considerati leciti per le qualità analitiche, scientifiche e matematiche.

Quanto all’Europa, gli scacchi nel Trecento erano particolarmente diffusi in Francia, nonostante la ‘proibizione’ a giocare di re Luigi IX (san Luigi) a metà del 1200. Per esempio, nel testamento steso ad Avignone il 19 dicembre 1340, il canonico Arvid Karlsson, originario di Upsala in Svezia, stabiliva, tra l’altro, che alcuni oggetti di sua proprietà fossero donati come ricordo a certi suoi connazionali svedesi. In particolare la sua scacchiera, “unam mensam depictam et portatilem in qua est ludus scacorum”, quella stessa appartenuta a suo padre, il quale l’aveva ricevuta alla fine del 1200 da tale Karl Thyske, fu destinata al canonico di Linkoping, Harald di Vernamo, suo amico d’infanzia e collega nella carriera ecclesiastica.
E più tardi, nel 1353, pezzi del gioco e scacchiere sono citati negli inventari di papa Innocenzo VI (il francese Stefano Aubert); va ricordato che scacchi e scacchiere venivano normalmente conservati nei tesori papali e seguirono i pontefici persino durante il periodo avignonese.
E va ricordata Valentina Visconti, figlia di Gian Galeazzo, che nel matrimonio con Luigi, fratello del re di Francia, avvenuto tra il 1381 e 1383, portò in dote tra l’altro “una preziosa scacchiera con pezzi e pedine”.

E il gioco era diffuso anche in Inghilterra, dove gli scacchi erano conosciuti sin dall’XI secolo e dove la proibizione al gioco arriverà solo a metà del 1400 durante la Guerra delle Due Rose.
Una conferma viene dal fatto che anche nei testi di Geoffrey Chaucer (Londra, 1343-1400), il padre della letteratura inglese, ci sono riferimenti agli scacchi.
Sembra anzi che Chaucer sia stato il primo inglese ad usare il termine ‘scaccomatto’ in un’opera letteraria.
La sua opera più nota è i Racconti di Canterbury dove ci sono accenni al gioco. Ma dove fa i maggiori riferimenti agli scacchi è nella poesia romantica Book of the Duchesse (Libro della duchessa) scritta tra il 1369 e il 1372.

Il Book of the Duchess è il racconto del sogno di un poeta, che si addormenta e sogna di trovarsi nel pieno di una battuta di caccia. Si unisce ai cacciatori e li segue fino ad una foresta, dove incontra un cavaliere vestito di nero che con voce addolorata recita delle rime. Il poeta lo invita a raccontargli il suo dolore per cercare di alleviarlo.
Il cavaliere comincia a raccontare: tutto è accaduto per colpa di una partita a scacchi che ha giocato con la Fortuna. La Fortuna è falsa, afferma il cavaliere, traditrice. Senza fede e senza legge.

Fortune the false hath played a game
Of chess with me, alas! the while!
Thath traitress false and full of guile.
La Fortuna con le sue mosse false dapprima gli ha catturato la Regina. Poi con un pedone gli ha dato scacco matto al centro della scacchiera.
At chess with me she came to play,
And by false moves, ere I had seen.
She stole on me and took my queen.
And when I saw my queen was gone,
Alas! I could not then play on,
………
There fortwith, “Check, here!” Fortune cried
And “Mate!” and on the board did slide,
A fatal, wandering pawn, alas!

Eppure il cavaliere afferma di aver giocato a scacchi al meglio delle proprie possibilità.
Il Poeta non capisce l’allegoria degli scacchi, non capisce il grande dolore del cavaliere: come può averlo causato la semplice perdita della Regina al gioco degli scacchi?
But no man is there drawing breath
That for a queen would make such woe!
Ma finalmente anche il poeta capisce che la Regina degli scacchi era la Dama del cavaliere e che essa è morta. Il poeta si risveglia. Il sogno è stato così bello che decide di metterlo in versi.

Anche in Russia, dove il gioco sembra fosse conosciuto già dal IX secolo, gli scacchi erano popolari, nonostante nel 1093 ci fosse stata la proibizione da parte della Chiesa ortodossa che li considerava una eredità del paganesimo.
Una curiosità: in Russia la Torre fu rappresentata da una barca (“Ladja”). L’originale carro da guerra o da trasporto era poco usato nella Russia dei principi Variaghi, il nome russo dei Vichinghi; era un mondo d’acqua, nel quale d’inverno si correva sulle slitte e nella “bella stagione” si viaggiava dalle rive del mar Baltico, risalendo i fiumi, e poi scendendo lungo i fiumi dal versante opposto fino al Mar Nero o al Mar Caspio: così il Rukh divenne “Ladja”, cioè appunto barca.

Torniamo in Italia: come già abbiamo detto, le prime notizie storiche relative al gioco degli scacchi risalgono al 1061 e poi al testo di fra’ Jacopo da Cessole.
Alla fine del 1200 e ai primi del 1300 la regione leader era la Lombardia. La diffusione degli scacchi per esempio a Milano è testimoniata dalla notizia che “nelle piazze della città non era raro vedere, sotto costruzioni coperte esposte alla vista dei passanti, i nobili milanesi che giocavano a scacchi tra loro e con le loro dame, spesso tenendo accanto a sé i falconieri.”

Appassionati giocatori, erano, stando agli “annali milanesi” dell’epoca, tutti i membri della famiglia Visconti, da Azzone, eletto signore di Milano nel 1331, che tra le varie opere fece erigere un palazzo (attiguo all’attuale Palazzo Reale) che fu decorato da Giotto, fino, come abbiamo detto parlando della Francia, a Valentina, figlia di Gian Galeazzo.
Il più accanito scacchista della famiglia, sempre stando alle cronache, fu Filippo Maria (1392-1447), che raccolse anche molti testi sul gioco, conservati nel Castello di Pavia. E a Milano, al Museo Poldi-Pezzoli, è conservata una scacchiera di Bernabò Visconti (1323-1385).

Comunque non da meno di Milano, come abbiamo visto, era Firenze: abbiamo parlato di molti importanti personaggi fiorentini che apprezzavano scacchi, ora dobbiamo ricordare Francesco Petrarca, che però, ma questo non è documentato, sembra che non fosse molto bravo e che non sia mai riuscito a migliorare il suo livello di gioco. Forse per questo quando in alcuni dei suoi scritti si occupò degli scacchi, lo fece con tono piuttosto negativo

Francesco Petrarca (1304-1374), con Dante e Boccaccio uno dei tre grandi Poeti italiani dell’epoca, aveva imparato a giocare a scacchi, ad Avignone, forse già da ragazzo nel 1312, ma più probabilmente durante il soggiorno tra il 1326 e il 1330: Avignone era allora città ricca e mondana e vi risiedeva la Corte pontificia; fu qui che nel 1327 Petrarca incontrò Laura.

Petrarca scrisse di scacchi in particolare nella sua celebre opera “De remediis utriusque fortunae”, scritta in latino tra il 1354 e il 1366, dimostrando di non nutrire eccessiva simpatia per il gioco e usando un tono piuttosto negativo.
L’opera, che con una serie di brevi dialoghi spazia sugli argomenti più di attualità dell’epoca, divenne uno tra i manuali di filosofia pratica o arte del vivere più diffusi in Europa tra Medio Evo e Rinascimento; i dialoghi offrono al lettore opportuni consigli sul modo di comportarsi nelle più diverse circostanze. In uno di questi dialoghi, che il Poeta immagina svolgersi tra il Gaudio e la Ragione e che è dedicato interamente agli scacchi, Petrarca si chiede “come si possa perdere il proprio tempo” in un gioco “tanto noioso, durante il quale i due avversari siedono silenziosi per ore e ore, uno di fronte all’altro, e sospirano e si grattano la testa, muovendo i pezzi con lentezza e attenzione, come se si trattasse di cosa della massima importanza”.
Comunque, a parte la negatività delle parole, il fatto che Petrarca abbia dedicato un “dialogo” agli scacchi conferma l’importanza e la diffusione del gioco.
Vediamo il breve dialogo completo, seguendo il testo volgarizzato da don Giovanni di Bassaminiato (monaco degli Angeli, Bologna 1867).

Il Gaudio: Io volentieri gioco agli scacchi.
La Ragione: Oh studio puerile! Oh tempo perduto! Oh sollecitudini superflue! Oh gride sconcissime! Oh stolte letizie, e corrucci da ridersene! Vedere vecchi rimbambiti mettere tempo in su lo scacchiere, e in piccoli legni, cioè in scacchi vagabondi, co’ quali fanno futuri inganni e tolgono e rubano su questo or su quello scacco; per la qual cagione appo gli antichi era detto giuoco da rubare, al quale giuoco la scimmia già fece, secondo dice Plinio; di che so che tu piglierai amirazione. Ed è propriamente giuoco di scimia mescolare e trasportare gli scacchi e percuotergli dietro agli altri scacchi del compagno; di subito gittare la mano e ritrarla; insultare all’avversario
suo, cioè al compagno con cui giuoca; e, percuotendo i denti, minacciarlo, crucciarsi, quistionare, fare romore; et a ciò che io usi il detto di Orazio, mentre che famosi detti atti, or l’uno or l’altro grattarsi il capo, rodersi l’unghie, et alla perfine fare ogni cosa che abbi a fare ridere quegli che
passano inde.”