Il Trecento (parte 1)

L’ “estetica degli scacchi”, il “Settimo sigillo”

Il Trecento in Italia coincise con una grande penetrazione degli influssi transalpini e preluse al Rinascimento, in quanto veri e propri valori rinascimentali – in particolare la affermazione di potenti individualità – sono già avvertibili nei principali interpreti della letteratura e dell’arte.
Il Trecento è il secolo in cui si superano in tutti i campi le concezioni medievali e si affermano nuovi valori e leggi di armonia in particolare nell’arte con Giotto.
E ne beneficiarono anche gli scacchi; molte infatti sono le testimonianze che confermano l’importanza e la diffusione del gioco sin dalla prima metà del secolo. Anche per gli scacchi la regione leader fu la Lombardia e come abbiamo visto le regole della “scuola lombarda” facevano testo “in tutto il continente”.

Via via che gli scacchi si diffondevano in Europa, il loro carattere nella letteratura e soprattutto nella poesia perse i caratteri simbolico e allegorico, tendendo a divenire galante e cavalleresco.
Per esempio in poesie francesi medievali si legge che tre cose sono indispensabili ad un cavaliere: un mantello, un’arpa e una scacchiera.
E sulla stessa falsariga un detto popolare affermava che tre cose si trovavano sempre e dovunque: una donna, una spada e una scacchiera.

Quanto al “gioco vivo”, a partire dal Trecento si diffuse quella che potremmo definire ‘estetica degli scacchi’. Per esempio era considerata di “perfetta bellezza” dai migliori giocatori dell’epoca la conclusione della partita con lo scacco matto dato al Re in un angolo della scacchiera. Una conclusione che spesso ispirò i poemi ed anche le opere di carattere moraleggiante del periodo medievale: nel preambolo di un antico poemetto di inizio secolo, “L’eremita che si dispera”, si legge: “Dovete dunque cercare di operare sempre bene, fino a che la Morte, che tutto distrugge, non vi dia matto nell’angolo”.
Che la Morte sapesse giocare a scacchi era una concezione assai diffusa nel Medioevo e molti erano per esempio i dipinti che rappresentavano personaggi importanti, quali Re, Imperatori, Vescovi e Papi impegnati a giocare a scacchi con la Morte, così da dare l’idea della ineluttabilità della fine della vita e della caducità delle cose umane.
Si ha per esempio notizia di un affresco che nel XV secolo si trovava nel portale del Duomo di Strasburgo: ma già nel XVI secolo era molto deteriorato e nel 1715 fu asportato dai gesuiti. Tale affresco rappresentava un angelo con la clessidra, dietro al quale erano papi, imperatori, cavalieri, re, contadini, dame e contadini: di fronte stava la Morte con una scacchiera. Probabilmente lo stesso affresco ispirò anche l’incisione quattrocentesca in rame conservata nel museo di Basilea, in cui la Morte, attorniata dal Papa, dai Vescovi e altri personaggi, sta dando scacco matto all’imperatore, anch’egli attorniato da cavalieri, da dame e da altre persone.

Un altro famoso affresco che rappresenta la Morte che gioca a scacchi con l’uomo è quello che si trova nella chiesa svedese di Táby; l’affresco è opera di Albertus Pictor, un pittore che lavorò particolarmente nel periodo 1470~1490. Si dice che questo pittore avesse a sua volta tratto ispirazione da una vecchia Bibbia tedesca, che egli aveva portato con sé dalla Germania.
Probabilmente è stato proprio questo affresco la fonte dell’ispirazione del regista svedese Ingmar Bergman quando nel 1957 realizzò il celebre film, “Il Settimo Sigillo”, incentrato sulla partita a scacchi tra la Morte e il cavaliere Antonius Block di ritorno da una crociata. Il film, dal punto di vista scacchistico, rivela una attenta cura per la verosimiglianza ed una buona conoscenza della storia antica del gioco, tanto che al termine del film appare sullo schermo la posizione finale “di perfetta bellezza “ con il Re bianco mattato nell’angolo da una Torre, sostenuta da un pezzo non inquadrato, presumibilmente un’altra Torre.
Va notato che in alcune inquadrature si vede la scacchiera con la casa in basso a destra del giocatore nera e non bianca, in altre nella posizione corretta secondo le regole odierne.
Forse un po’ di disattenzione da parte del regista nella successione delle scene, sebbene va ricordato che all’epoca in cui il film è ambientato la posizione della scacchiera era ‘libera’ e non era ancora stata codificata.

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***INTERLUDIO

La posizione della scacchiera

E’ costume comune di tutti i giocatori di collocare gli scacchi in questo modo: cioè che le ultime case dei rocchi dell’una e dell’altra parte contraria, cioè che dalla parte dei Bianchi quello del Re, e dalla parte negra quello della Regina, siano case bianche.

Boninsegna e Mazzola

Ma quale sia la ragione, sino ad oggi non ho trovato …. onde la più sufficiente ragione è della antichità dell’uso.
Ruy Lopez, “Libro de la invencion liberal y arte del juego del Axedrez”, traduzione italiana, Venezia 1584.

 

 

 

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Il settimo sigillo
La trama de “Il settimo sigillo”: il cavaliere Antonius Block di ritorno da una crociata incontra la Morte, che Bergman in modo inconsueto propone come figura maschile avvolta in un ampio mantello nero, dal volto bianco. La Morte dice a Block di averlo seguito a lungo: è giunta la sua ora. Il cavaliere fissa la pallida faccia della Morte, e le chiede: “Tu giochi a scacchi, è vero?” “Sì – risponde la Morte – come lo sai?”, “L’ho visto nei dipinti, e l’ho letto nelle leggende”, risponde Block, alludendo quindi alla tradizione medievale. “Perché vuoi sfidarmi?”, chiede la Morte. “Per vedere se dandoti scacco posso aver salva la vita”, risponde Block.
La Morte accetta e lo avverte che in ogni caso egli perderà la partita, ma ciò non sgomenta il cavaliere, che offre alla sua avversaria la scelta del colore. La Morte sceglie il nero, e commenta: “Dopo tutto, il nero si addice alla Morte”.

Sulla grande scacchiera si dispongono i pezzi e la partita comincia.
Le scene della partita a scacchi intervallano vari episodi di cui Block è protagonista. Ad un certo punto vede una chiesetta ed entra per pregare. C’è un frate incappucciato, si inginocchia per confessarsi e gli confida di avere in corso una partita con la Morte, che spera di prolungare ancora per un certo tempo; alla ripresa del gioco egli adotterà una nuova tattica, ignota alla Morte, attaccandola su un lato. In quel momento il frate alza il cappuccio, ed il cavaliere si accorge di aver parlato con la Morte stessa. Dopo altre vicende la partita riprende e prosegue. In una scena la Morte muove ed esclama: “Ti prendo il cavallo!” e Block, sorridendo, risponde: “Ma io ti do scacco al Re!”.
Per Block però non c’è nulla da fare, non ha scampo e ovviamente il film si conclude con la vittoria della Morte: “La partita è finita: scacco matto!”.
“Il Settimo Sigillo”, diretto dal regista svedese Ingmar Bergman, è un bel film che ha fatto di una partita a scacchi un simbolo, anzi, si potrebbe dire, un filo conduttore delle vicende umane.