Il Quattrocento (parte 1)

Il Quattrocento è il secolo in cui germogliano le nuove concezioni che si concretizzarono in quel periodo oggi conosciuto come Rinascimento: periodo che esalta la nobiltà dell’uomo, la libertà e la grandezza dello spirito, che vuole che ognuno possa esprimersi liberamente e trionfare sul fato grazie alle proprie capacità e alla propria intelligenza.
E proprio perché sintesi di intelligenza, creatività e astrazione gli scacchi ebbero un momento d’oro.
Ma forse anche perché erano una delle rare occasioni in cui un cavaliere e una dama potevano appartarsi senza problemi …

Sin dai primi anni del secolo, gli scacchi furono posti allo stesso piano degli studia humanitatis e delle scienze e furono quindi tenuti nel massimo conto dai potenti dell’epoca: ogni nobile, ogni signore, volle alla sua corte i giocatori di scacchi, facendo a gara per accaparrarsi i migliori. Nacquero in quegli anni i primi professionisti.
Lo scacchista si trovò a dare lustro e splendore intellettuale alla corte, rendendo piacevole la vita secondo il gusto raffinato dell’epoca. Gli scacchi rispecchiavano l’abilità con la quale i sovrani intrecciavano rapporti diplomatici; la ragion di Stato giustificava qualunque mossa e qualunque tranello. Gli scacchi, sia pure indirettamente, acquisirono quella spiccata individualità che sarà idealizzata da Machiavelli.

Con la nascita di quello che potremmo definire “professionismo scacchistico” la partita viva prese il sopravvento sul problema: per questo motivo le regole arabe diedero l’impressione di rendere il gioco troppo lento, soprattutto nella fase iniziale e quindi si arrivò presto ad una modifica del movimento dei pezzi; in particolare fu ampliato il raggio di azione dell’Alfiere e della Regina, e quest’ultima divenne presto il pezzo più potente sulla scacchiera. Si può dire che il solo a non subire alcuna variazione fu il Cavallo, che da sempre ha affascinato per il suo particolare movimento.

Cavallo (o forse Alfiere?) dei primi anni del 1400

 Le nuove concezioni di vita che si svilupparono nel Quattrocento (e poi nel Cinquecento) ebbero molto merito nella ‘riabilitazione’ degli scacchi e nella cancellazione della condanna della Chiesa, anche se la cosa non fu così semplice e i empi rimasero lunghi.

Per esempio le cronache registrano che  domenica 23 settembre 1425 San Bernardino tenne a Perugia una predica tanto infuocata contro le vanità che le donne “mandarono tutti li capelli posticci e balzi da scuffie e tutti i loro unguenti nel convento di Santo Francesco e similmente li homini mandaro dadi, carte, tavolieri, scacchi e simili cose” e il tutto fu poi bruciato in piazza.
E ancora San Bernardino nel 1426 in una predica a Siena affermò che uno dei suoi frati, Matteo da Cecilia, aveva bruciato “duomila settecento tavolieri in uno di’ a Barzelona, che v’erano di molti che erano d’avorio, e anche molti scachieri.”
Poi nel 1464, In Inghilterra Edoardo IV proibì gli scacchi, non tanto perché fosse contrario al gioco in sé, quanto per la necessità di obbligare i nobili e il popolo ad occuparsi di cose più concrete dato che si era allora nel periodo culminante della Guerra delle Due Rose.
Qualche anno dopo, nel 1485, il Concilio Senonense ordinò  la scomunica per i chierici che avessero giocato in pubblico, limitando però il castigo solo a una penitenza in caso di gioco in privato.

Tra gli appassionati del gioco di cui si ha notizia, spicca il duca Charles d’Orleans. Nei registri che riportano le spese del duca si trovano diverse somme pagate in occasione di partite a scacchi, sia per scommessa sia come compenso per chi aveva giocato con lui. In particolare si legge che a fine luglio 1450 il duca si fece consegnare del denaro per poter giocare a scacchi nel viaggio in battello tra Orleans e Beaugency.

Tractatus partitorum Schacchorum Tabularum et Merelorum, Scriptu anno 1454

Gli Scacchi  a Milano, dai Visconti agli Sforza

Abbiamo visto in precedenza (capitolo su Chauser e Petrarca) che, stando agli “annali milanesi” dell’epoca, tutti i membri della famiglia Visconti erano appassionati giocatori.
Dai Visconti la passione per gli scacchi  passò agli Sforza: da documenti conservati nell’Archivio Storico Lombardo sappiamo per esempio che nel 1472 il ventenne Ludovico il Moro perse ben 30 ducati con Galeazzo Maria Sforza, che aveva appreso il gioco, probabilmente dal padre Francesco, fin da ragazzino; infatti Galeazzo a 15 anni in una lettera al padre – 4 maggio 1459 –  gli comunicava di aver visitato Cosimo de’ Medici e di aver ricevuto in dono, tra altri regali, “un tavoliere de osso con scacchi tucte intarsiate”.
Successivamente nel 1475 Galeazzo Maria trovò un ben più ostico avversario nel conte Galeotto Belgioioso, tanto che seccato per le continue sconfitte decise di allontanarlo da Milano. In una lettera (10 settembre 1475, conservata nell’Archivio Storico Lombardo) Galeazzo Maria scrisse da Villanova al visconte Ascanio Maria Sforza: “El conte Galeoto a Belzoioso ne ha richiesto licenza de venire a casa et non sapemo pensare la ragione se non è perché el voglia portare ad casa li dinari chel ha vinto ad zocare a scachi …. Et guardatevi bene dal zocare a scachi con lui perché è fatto così bon magistro che vincerà ad ogni partito”.
E ancora nel novembre 1475 Galeazzo ordinò ad un artigiano una nuova scacchiera avvertendo che la voleva “intarsiata e non dipinta” perché la pittura se ne andava troppo presto.
Si ha notizia di un quadro che raffigurava Galeazzo intento a giocare a scacchi mentre la sua bella amante Lucia Marliani contessa di Melzo lo guardava distesa su cuscini di velluto cremisi.

Scacchista come già accennato fu Ludovico il Moro, che come noto chiamò alla sua corte sia Leonardo da Vinci sia il matematico (e scacchista) fra’ Luca Pacioli, che poi a fine secolo, quando Milano sarà occupata dalla truppe francesi di Luigi XII, scapperanno insieme alla volta di Mantova. Ludovico in una plaquette del XV secolo è raffigurato mentre gioca a scacchi con la moglie Beatrice d’Este. Ludovico del resto doveva essere particolarmente sensibile agli scacchisti dato che in una supplica a lui rivolta si legge: “Jacopo de conti clarico milanese filio quandom da Maystro Ambrosio che zugava a scacchi a mente”.
Si sa inoltre (Archivio Storico Lombardo) che nel 1498 tale Bartolomeo Turco, castellano sotto gli Sforza fu chiamato a corte da Ludovico in persona che desiderava vederlo giocare a scacchi.
E ancora nel volume “La corte di Ludovico il Moro” di Malaguzzi Valeri si legge: “Nelle sala del Palagio sull’Adda i Da Ro riunivano amici e letterati e le partite a scacchi servivano da intermezzo per le poesie e le novelle che rallegravano Ippolita Sforza Bentivoglio”.