Il Trecento (parte 2)

La ‘chanson’ di Huon = Cino da Pistoia

La diffusione degli scacchi dopo la seconda metà del Duecento e gli inizi del Trecento è testimoniata da numerose opere letterarie e dalle ballate cantate dai menestrelli che giravano di castello in castello: la più famosa è la “Chanson de geste Huon de Bordeaux”.
Ma non mancarono i ‘quesiti giuridici’ e di uno di questi si occupò Cino da Pistoia, poeta e giurista, e anche amico di Dante Alighieri con cui ebbe spesso occasione di giocare a scacchi.

“Chanson de geste Huon de Bordeaux”
Si tratta di una ballata in cui si racconta il passaggio degli scacchi da gioco pagano a gioco cristiano. In questo poema, dove pure si fa riferimento allo scacco matto dato al Re nell’angolo, si racconta che Huon, dopo aver passato il Mar Rosso, arriva a Babilonia nel giorno della festa di San Giovanni e trova molti giocatori impegnati alla scacchiera, mentre molti altri li stanno a guardare.
Mil en trouva qui juent as escacs
Eu autres mil qui del ju furent mas.
Si racconta che più tardi Huon venne catturato dal pirata Ivoryn, che invece di ucciderlo gli concede la possibilità di dimostrare la propria abilità in ciò di cui egli stesso si fosse dichiarato esperto.
E Huon, improvvisandosi menestrello, canta la propria abilità “negli scacchi, nella caccia, nel cavalcare e con le donne, che so soddisfare sia con i baci sia con altri servigi”.
Poiché la figlia di Ivoryn è molto brava a scacchi, il pirata dice a Huon: “Dovrai giocare contro di lei; se perderai ti taglierò la testa, se vincerai potrai sposarla e in più ti darò cento pezzi d’oro.”
Saputo di questa decisione la ragazza dapprima appare scontenta, ma poi, una volta visto Huon di persona, ammaliata dalla sua bellezza, decide che lo lascerà vincere per diventare sua sposa.

Preparata la scacchiera, prima della partita Huon chiede a Ivoryn che nessuno di coloro che assiste alla partita dia suggerimenti, poi chiede alla ragazza se vuole giocare “con i dadi o con le mosse”. Poiché gli viene concesso di scegliere, chiede di giocare senza i dadi “nel modo consueto, con il matto nell’angolo”. La partita ha inizio e poiché la ragazza è davvero brava in poco tempo la situazione di Huon si fa disastrosa. Ma la fanciulla è ormai innamorata e commette appositamente una serie di errori fino a che prende matto.
Il padre appare molto adirato per la sconfitta: “Figlia degenere, mi hai disonorato! Tu cosi brava, tu che hai sconfitto i più forti giocatori, oggi ti sei fatta battere e ora dovrai sposare costui”.
Huon approfitta subito della situazione: “Signore, non mi interessa sposare tua figlia. Mi basta salva la vita ed i cento pezzi d’oro. Dammeli e me ne andrò.”
A questo punto la ragazza, arrabbiatissima e piena d’ira, scappa via piangendo per la vergogna e gridando: “Maledetto vigliacco, che Maometto ti confonda! Se l’avessi saputo ti avrei dato matto e a quest’ora avresti già la testa tagliata! Si, se l’avessi saputo “par Mahomet, je t’eusse matè (per Maometto, ti avrei dato matto)”.

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Due quesiti giuridici
Soprattutto tra chi giocava a scacchi per passatempo, senza per così dire velleità ‘agonistiche’, e soprattutto tra i nobili, era consueto scommettere delle somme di denaro e non solo fra i giocatori, ma anche fra gli eventuali spettatori (scommesse dette “traverse”).

Non di rado si giocava ‘a condizione’: per esempio un giocatore scommetteva che sarebbe stato in grado di dare scacco matto con un Pedone.
Così nacque un particolare quesito, frequentemente discusso, che provocò l’intervento dei giuristi. Il quesito era “se la scommessa di dar scacco matto con un pedone potesse considerarsi vinta, se il matto veniva dato con il pedone trasformato in regina”.
Dell’argomento di occupò approfonditamente, come cultore di diritto, Cino da Pistoia (1270-1336), il poeta giureconsulto, che sapeva giocare a scacchi e che, come confermano vari documenti, giocò spesso anche con Dante di cui era amico. Ricordiamo poi che Cino scrisse proprio per Dante una canzone consolatoria.
La soluzione da lui data al quesito fu la seguente: “Promittens dare mattum cum pedite certo non est curandum an sit factus regina, quia comstat de corpore peditis, et dignitas augmentata non mutat statum priorem. Sed si promisi simpliciter dare mattum cum pedite, non possum dare cum pedite effecto regina, quia artificium confundit officium”.

Un altro quesito giuridico relativo ancora agli scacchi e che testimonia la diffusione del gioco è un atto notarile del 1228.
Come abbiamo detto, a quei tempi (secoli XIII, XIV, XV) si usava scommettere sulle partite a scacchi anche forti somme di danaro. In genere, le perdite erano onorate dagli scommettitori, essendo considerate un’obbligazione naturale: ma alcuni giureconsulti ritenevano tutelate le vincite anche sul piano giudiziario, purché la posta non fosse eccessiva. Visto lo stato della legislazione e della dottrina, tutti coloro che accordavano prestiti di una certa consistenza, si premuravano di ottenere, dai debitori, formali promesse di non giocare a scacchi con poste in danaro.
L’atto notarile cui accennavamo è la “promessa”, giurata sul Vangelo, di onorare eventuali perdite, che fu fatta a Siena il 20 aprile 1228 da Dietaviva Ponzi a favore di Filippo Bunichi, davanti al notaio Ildobrandino assistito da due testimoni.