Tra settecento e Ottocento (parte 1)

Tra Settecento e Ottocento

I precursori dei computer (1) – Il Turco

Nel 1700, quando ci fu la grande esplosione scientifica e tecnica che pose le basi della “Rivoluzione Industriale”, ebbero grande fortuna congegni complessi mossi da meccanismi ad orologeria: eseguivano movimenti preordinati e di grande precisione, ma senza possibilità di applicazioni pratiche. Vennero chiamati “automi”: si trattava di giocattoli, alti 30-40 centimetri, che diedero agli uomini dell’epoca l’illusione di avere tra le mani il segreto della creazione.

Il culmine sembrò raggiunto con la messa a punto della macchina capace di giocare a scacchi, già nel Settecento considerati il più intelligente e complesso dei giochi.

Il giocatore meccanico di scacchi  fu costruito nel 1769 dal Barone Wolfgang Von Kempelen (1734-1804); il ‘gossip’ dice che il Barone costruì questo congegno, davvero geniale dal punto di vista meccanico, per ‘far colpo’ sulla imperatrice austriaca Maria Teresa, di cui si era innamorato. Sembra vi abbia lavorato senza sosta per oltre sei mesi.

Il congegno fece il suo debutto nel 1770. Aveva grandezza d’uomo: rappresentava un Turco (da cui il nomignolo principale), seduto su una grande cassa, con il braccio destro appoggiato al piano dove era posta la scacchiera e il braccio sinistro alzato, con una pipa in mano. Von Kempelen affermava che non vi era trucco, che le mosse venivano escogitate e giocate dalla macchina.
Prima di iniziare la partita  gli sportelli della cassa venivano aperti e dentro si vedevano numerosi ingranaggi e congegni; veniva anche mostrato l’interno del corpo del Turco, pieno di rotelle e fili. Tutto questo perché non si pensasse che all’interno ci fosse un uomo. In realtà era proprio questo il ‘segreto’ del Turco: all’interno c’era un uomo, di solito un bravo scacchista di piccola statura.

Gli ingranaggi prendevano solo una parte dello spazio interno reale, lasciando il posto appunto per una persona di piccola statura. Gli sportelli venivano aperti uno alla volta, dando modo alla persona all’interno di spostarsi all’interno della cassa per non farsi vedere.

Il giocatore all’interno della macchina vedeva le mosse dell’avversario di turno grazie a dei magneti (e questo fu comunque un capolavoro di ingegneria), le riportava su di una piccola scacchiera e poi comandava un braccio del manichino per fare la mossa. Per vedere stando all’interno utilizzava una candela, il cui fumo usciva dal turbante, e si mischiava al fumo dei candelabri che venivano messi vicino alla macchina.
Se durante la partita l’avversario effettuava una mossa irregolare, il Turco rifiutava di proseguire.

Dopo la prima esibizione in onore di Maria Teresa nel 1770, l’Automa fu relegato in una soffitta per una decina d’anni. Poi, in occasione della visita a Vienna del Granduca Paolo di Russia, venne riesumato. Il successo fu grande e von Kempelen, che intanto aveva dilapidato il proprio patrimonio in esperimenti di fisica, decise di sfruttarlo economicamente; dal 1783 lo esibì con un successo trionfale in varie città europee e migliaia di persone pagarono un costoso biglietto per ammirarlo.

Fu battezzato subito “l’Automa” (con la A maiuscola): sarà definito da Edgard Allan Poe “La più meravigliosa invenzione dell’Uomo”.

L’Automa fu esibito prima a Parigi, poi a Londra, poi nel 1776  in Russia. Nel 1783 il Turco tornò a Vienna per compiacere l’imperatore Giuseppe II, poi di nuovo a Parigi dove tra gli altri sconfisse Benjamin Franklin, poi nel 1785 o nel 1786 sconfisse Federico il Grande di Prussia.

Il resto della storia del Turco fa parte del secolo successivo, l’Ottocento.
Nel 1805 Von Kempelen morì; Johann Maelzel (1772/1837, ingegnere meccanico che nel 1816 inventò il metronomo) acquistò il Turco dal figlio di Kempelen e riprese ad esibirlo.

Nel 1809 contro l’Automa (sembra che allora lo manovrasse un noto e forte scacchista, il maestro di origine austriaca Johann Baptist Allgaier) volle giocare nientemeno che Napoleone Buonaparte. L’incontro avvenne nel castello di Schoenbrunn. Sembra che complessivamente siano state giocate tre partite, tutte e tre perse da Napoleone: ne è stata tramandata una sola, sembra la terza e ultima, di sole 24 mosse. Le cronache dicono che alla fine l’Imperatore, molto arrabbiato per le sconfitte, buttò all’aria i pezzi, esclamò “Bagatelle!” e se ne andò senza salutare nessuno.

 

Napoleone – Automa =  1. e4  e5  2. Df3 Cc6  3. Ac4  Cf6  4. Ce2  Ac5  5. a3  d6  6. 0-0  Ag4  7. Dd3  Ch5  8. h3  Axe2  9. Dxe2  Cf4  10. De1  Cd4  11. Ab3 

 

 11…Cxh3  12. Rh2  Dh4  13. g3  Cf3  14. Rg2  Cxe1  15. Txe1  Dg4  16. d3  Axf2  17. Th1  Dxg3  18. Rf1  Ad4  19. Rg2   De2  20. Rd1  Dxh1  21. Rd2  Dg2  22. Re1  Cg1  23. Cc3 Axc3 24. bxc3 De2 scacco matto.

 

 

 

Nel 1811 Maelzel  cedette il Turco al Principe Eugene de Beauharnais per 30.000 franchi.

Maelzel regalò parte del denaro a Beethoven di cui era buon amico.

Poi nel 1817 Maelzel riacquistò il Turco dal Principe, ufficialmente per la stessa cifra ma senza sborsare denaro: avrebbe dovuto però dare al Principe tutti gli eventuali guadagni.
Tra il 1818 e il 1822 Maelzel esibì il Turco prima ad Amsterdam, poi a Parigi e Londra (dove fu manovrato da Jacques-Francois Mouret (1787-1837), nipote di Philidor). Alla morte del Principe Eugene de Beauharnais gli eredi fecero causa a Maelzel che per sfuggire anche ad altri creditori  scappò in America, dove la macchina fu esibita dal 1826 in varie città ottenendo nuovi grandi successi.

Infine nel 1836 fu portata all’Avana. Nel 1837 Maelzel morì durante il viaggio in nave di ritorno verso l’America, e così la macchina finì in un museo cinese a Philadelphia, dove verrà bruciata da un incendio il 5 luglio 1854.

 

Per quel che si sa sono stati almeno 15 gli scacchisti che hanno manovrato il Turco negli 85 anni delle sue esibizioni. Tra loro ricordiamo il già citato Allgaier nel 1809, Weyle e Boncourt nel 1818, William Lewis nel 1819, Mouret, pure già citato, dal 1819 al 1824,  Schlumberger  dal 1826 al 1837, Elijah Williams, Pierre Saint Amant e Isidor Gunsberg.

 

 

Henry Boncourt (1765-1840), francese, fu un forte dilettante; frequentò regolarmente il Cafe de La Regence e conobbe Legall; manovrò il Turco quando aveva ormai più di 50 anni; a causa di una influenza spesso starnutiva, rischiando così di far scoprire il segreto del Turco. Questo spinse Maelzel ad installare un meccanismo che producesse dei leggeri rumori per coprire eventuali colpi di tosse o starnuti di chi stava all’interno del congegno.

William Schlumberger (1800-1837) aveva imparato a giocare da Pierre Saint Amant e si manteneva dando lezioni di scacchi al Cafè de la Regence di Parigi: guadagnava 4 franchi al giorno. Quando Maelzel andò in America, per manovrare il Turco trovò solo una ragazza:  tra l’altro un giorno due ragazzini la videro uscire dalla macchina e andarono in giro a raccontarlo! Ma pochi credettero alle dichiarazioni dei ragazzini e le esibizioni continuarono. Poi  Maelzel cercò di sostituire la giocatrice ma non trovò alcun bravo giocatore in loco, così scrisse al Cafe de la Regence chiedendo se ci fosse qualcuno disponibile a trasferirsi. Schlumberger accettò. Morì insieme a Maelzel nel viaggio di ritorno da Cuba.

 

Il falso automa ingannò per più di mezzo secolo anche gli scienziati.

Il segreto del Turco venne ufficialmente svelato nel 1834 quando  Jacques-Francois Mouret, che era diventato alcolizzato, lo raccontò a un redattore della rivista parigina Magazin Pittoresque in cambio di un bicchiere di liquore. La rivista uscì con un ampio articolo ma nonostante la scoperta del ‘trucco’ il pubblico continuò a pagare per vedere la macchina in esibizione, anche quando due anni dopo, nel 1836, il fatto che all’interno della macchina ci fosse un uomo venne ribadito da Edgar Allan Poe che in un lungo articolo sulla rivista scacchistica Palamede dimostrò che solo così si spiegava la abilità della macchina.

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Napoleone Buonaparte

Napoleone (1769-1821)  fu uno scacchista assai mediocre, contrariamente a quanto si crede normalmente. Aveva imparato a giocare molto probabilmente durante gli studi alla scuola militare di Parigi, verso il 1784.

Frequentava spesso il  Cafè de La Regence. Testimoni dell’epoca riferiscono che quando giocava muoveva i pezzi impulsivamente e soprattutto si arrabbiava quando perdeva; agli scacchi alternava il gioco della dama, e anzi è ricordato come appassionato della ‘specialità’ sulle 100 caselle.

Comunque gli scacchi restarono il suo passatempo preferito sia in Egitto sia poi a Sant’Elena. Anzi in una storia degli accessori per il bagno, si legge che Napoleone nelle sue spedizioni portava con sé un bidet da viaggio, arrotolabile, dentro al quale trasportava una scacchiera e i pezzi per giocare.

Qualche anno dopo la sua morte cominciarono ad apparire a Parigi, sull’onda di una intensa attività scacchistica di tutta la Francia, alcune partite abbastanza brillanti a lui attribuite: da ciò la falsa immagine che fosse un valente giocatore, che pure già circolava quando era imperatore.

Di Napoleone scacchista ci da notizie, ed anche una partita, l’Epistolario di M.me Claire Elisabeth Gravier de Vergennes, contessa di Remusat (Parigi 1780-1821), dama d’onore dell’imperatrice Giuseppina, più nota come autrice delle “Memories” sulla vita della corte napoleonica dal 1802 al 1808.  Si dice che la contessa giocasse spesso a scacchi con Napoleone, che quando lo faceva fosse completamente nuda e che lui – così come faceva con la moglie – le chiedesse ‘di non lavarsi’.

 

Contessa di Remusat – Napoleone

(giocata probabilmente nel periodo dei Cento Giorni. Da notare che in questa partita Napoleone, pur muovendo per secondo, aveva i pezzi bianchi, dato che all’epoca si pensava che il nero fosse il colore fortunato; inoltre per cavalleria a una signora si lasciavano i pezzi neri perché si evidenziasse meglio il candore delle mani quando muoveva. La partita è stata ripresa nel 1845 dalla rivista scacchistica ‘Palamede’)

1.e4, e5; 2. d3, Cf6; 3. f4, Cc6; 4. f:e5, C:e5; 5. Cc3, Cfg4; 6. d4, Dh4; 7. g3, Df6; 8. Ch3, Cf3; 9. Re2, C:d4; 10. Rd3, Ce5; 11. R:d4, Ac5; 12. R:c5, Db6; 13. Rd5, Dd6  scacco matto.

 

 

Un’altra molto nota sarebbe stata giocata secondo la tradizione durante l’esilio a Sant’Elena, nel 1820, ovvero pochi mesi prima della morte, avvenuta l’anno seguente.

 

Napoleone – Bertrand = 1. e4, e5; 2. Cf3, Cc6; 3. d4, C:d4; 4. C:d4, e:d4; 5. Ac4, Ac5; 6. c3, De7; 7. 0-0, De5; 8. f4, d:c3+;  9. Rh1, c:b2; 10. A:f7+, Rd8; 11. f:e5, b:a1=D; 12. A:g8, Ae7; 13. Db3, a5; 14. Tf8+, A:f8; 15. Ag5+, Ae7; 16. A:e7+, R:e7; 17. Df7+, Rd8; 18. Df8 scacco matto.

La posizione finale raffigurata nel diagramma fu anche usata come soggetto di un francobollo. La partita venne attribuita a Napoleone dal cap. Kennedy in un suo libro del 1862 (Waifs and Strayfs, Londra) ma poi lui stesso confessò che si trattava di una partita da lui vinta contro il rev. Owen.

 

 

Charles Dickens

Sull’onda dell’entusiasmo suscitato dalle esibizioni del Turco molti si appassionare al gioco. Tra i tanti anche il celebre scrittore Charles Dickens (1812-1870) che imparò a muovere i pezzi da bambino, verso i 7 anni, quando l’Automa manovrato da Jacques-Francois Mouret si esibiva a Londra. Poi, causa le vicissitudini famigliari, smise di giocare, per riprendere quando intraprese la carriera di giornalista parlamentare.

Dickens  giocava spesso, specie quando frequentava i “gruppi sociali” di cui si occupava, ma al gioco vivo preferiva, come tanti della sua epoca, i problemi, che lui chiamava “scaccosi” – e a proposito non è vero, come riportato da molte parti,  che si dedicava a questi problemi perché soffriva di insonnia: dormiva benissimo.

Nei Picwikck Papers riportò una intera partita con qualche annotazione.

In un film del 1949 tratto da Oliver Twist è inserita una scena scacchistica, che però non trova riscontro nel libro.

Il ‘Baltimore Sunday News’ in un articolo sullo scrittore riportò una dichiarazione della signora Victoria Tregear, sua vicina di casa in gioventù: “Giocavamo molto a scacchi. Si arrabbiava quando lo battevo e voleva sempre fare subito un’altra partita. Voleva che fossi sempre io a muovere per prima, poi si adeguava al mio gioco, un po’ come ha poi fatto nei suoi romanzi: si adeguava al carattere dei personaggi ripresi dalla realtà e non interferiva.”