In Trecento (parte 6)

Giovanni Boccaccio

E’ stato storicamente accertato che Giovanni Boccaccio (1313-1375) apprese il gioco degli scacchi  a Napoli, alla corte di re Roberto d’Angiò, presso cui si era trasferito nel 1330. In questa corte gli scacchi erano assiduamente giocati da tutti e nella biblioteca reale risultano inventariati, nel 1331, molti libri di scacchi che per il Boccaccio, data anche l’amicizia col bibliotecario Paolo Perugino, fu di certo agevole consultare.

Libri che riportavano problemi, partite e indicazioni teoriche, ma anche poemetti amorosi, soprattutto francesi, così ricchi di allusioni scacchistiche da contribuire a diffondere l’interesse verso il gioco degli scacchi; spesso questi poemetti erano volgarizzati con grande afflato poetico.
Per esempio, l’innamoramento di Tristano e Isotta colpì l’immaginazione delle castellane, e gli scacchi – nei ‘volgarizzamenti’ italiani – furono protagonisti sia delle scene d’amore, sia della tragica fine di Tristano.

È significativo il fatto che, talvolta, gli scacchi vengono introdotti proprio dal cantastorie italiano. Tipico è il caso della Chastelaine de Vergi, uno dei poemetti più delicati della poesia francese del Medioevo. La menzione degli scacchi come protagonisti dell’innamoramento non si trova nel testo francese: è un’invenzione del poeta italiano.

Un giorno er’ito el Duca a suo diletto
Fuor della terra a un suo ricco palazzo
E la duchessa sanza ignun sospetto
Prese messer Guglielrno per lo brazzo
E menosselo in zambra, a lato al letto
Ragionandosi insieme con sollazzo.
E per giocar la donna e’1 cavaliere
Fece venir gli scacchi e lo scacchiere.

All’episodio scacchistico del cantare italiano, e non all’originale francese, si richiamò evidentemente il Boccaccio quando nel Decamerone (scritto durante la peste del 1347-48) raccontò di Dioneo e di Fiammetta che “cominciarono a cantare di messer Guglielmo e della dama del Vergiù”, aggiungendo subito dopo che “Filomena e Panfilo si diedero a giocare a scacchi”. Se, per questa associazione di idee del Boccaccio, può sussistere qualche dubbio, nessun dubbio sussiste invece per il riferimento al cantare italiano dell’ignoto affrescatore del palazzo Davanzati a Firenze: una delle scene affrescate, infatti, rappresenta proprio l’episodio scacchistico della ” Signora di Virzù che gioca a scacchi con il cavaliere di Borgogna”.

Oltre a questo, nel Decamerone ci sono molti altri passi in cui figurano gli scacchi e Boccaccio alla fine precisa che nel palazzo in cui si era raccolta la lieta brigata (composta da 10 giovani, 7 donne e tre ragazzi, a rifugiarsi nel contado dove, allora, si trovava la chiesa di S. Maria Novella), v’era una scacchiera e  “quegli amabili e – valorosi giovani e quella virtuosissime donne, tra una novella e l’altra si ponevano per lo più a giocare a scacchi”.

Appare chiaro da subito che il gioco svolge una funzione piacevole. Ma nella prima giornata (capitolo 28) Pampinea, cui Boccaccio affida la ‘regia’ della rinascita,  sostiene che  il giocatore di scacchi non prova un piacere totale o comunque il piacere prodotto dal gioco è sempre accompagnato dal turbamento, frutto della necessità di concentrarsi attivamente e di formulare una strategia, a cui si unisce il dispiacere per la sconfitta.

All’inizio della terza giornata, la regina Neifile (a turno, ogni giorno, per un giorno, uno dei protagonisti viene insignito del titolo regale che consiste nel disciplinare le narrazioni e nello stabilire i temi su cui verteranno le novelle), dopo che l’allegra brigata ha mangiato, ballato  e cantato presso un luogo meraviglioso che sembra il paradiso terrestre, impreziosito da giardini profumati e incantati, lascia libero chi  volesse, di andare a riposarsi, ma alcuni, vinti dalla bellezza del luogo,  si fermano a svolgere attività piacevoli, come leggere romanzi o giocare a scacchi: In attesa della cena Filomena e Panfilo si diedono a giucare a scacchi.

E ancora nella sesta giornata: E quivi, essendo già le tavole messe, e ogni cosa d’erbucce odorose e di be’fiori seminata, avanti che il caldo surgesse più, per comandamento della reina si misero a mangiare. E questo con festa fornito, avanti che altro facessero, alquante canzonette belle e leggiadre cantate, chi andò a dormire e chi a giuocare a scacchi.

Infine quando viene incoronato re Dione, le donne scherzosamente, lo mettono  alla prova, per vedere se sa reggere bene le donne; spiritosamente (e non senza un doppio senso) il re dichiara che sono belli  e più preziosi  i re degli scacchi: Assai volte già ne potete aver veduti, io dico delli re da scacchi, troppo più cari che io non sono; e per certo, se voi m’ubbidiste come vero re si dee ubbidire, io vi farei goder di quello senza il che per certo niuna festa compiutamente è lieta. Ma lasciamo star queste parole: io reggerò come io saprò.

 

Ma l’opera più importante di Boccaccio sotto l’aspetto scacchistico, è il “Filocolo – fatica d’amore” romanzo in prosa che narra gli amori di Florio (Filocolo) e Biancofiore (chiamata in alcune versioni Biancifiore). Si narra di una battaglia scacchistica fra Filocolo, figlio del potente re di Spagna,  nipote di Atlante, sostenitore del cielo, ed un arabo chiamato Sadoc, “vecchio superbo ed avarissimo”, che in Alessandria d’Egitto teneva la fidanzata del giovane, Biancofiore, rinchiusa in una torre.

Sadoc, sopra tutte le cose  al mondo, si dilettava  di giocare a scacchi e di vincere. Filocolo si reca da lui, asseconda astutamente la sua passione, gli propone di giocare a scacchi, lui accetta. La posta di una forte somma di «bisanti» e, pur essendo più valente nel gioco del vecchio, proprio quando  potrebbe dargli scaccomatto, si lascia sconfiggere.

Fece dunque Sadoc in una fresca loggia distendere tappeti e venire lo scacchiere, e l’uno dall’una parte e l’altro dall’altra s’assettarono. Ordinansi da costoro gli scacchi, e cominciassi il giuoco, il quale acciò che puerile non paia, da ciascuna parte gran quantità di bisanti si pongono, presti per merito del vincitore. /…/ Filocolo giuocando conosce se più sapere del giuoco che’l castellano. Restringe adunque Filocolo il re del castellano nella sua sedia con uno dei suoi rocchi e col cavaliere avendo il re alla sinistra sua l’uno degli alfieri: il castellano assedia quello di Filocolo con molti scacchi e solamente un punto per sua salute gli rimane nel salto del suo rocco. Ma Filocolo cui giocare conveniva, dove muovere doveva il cavaliere suo secondo, per dare scacco matto al re, e conoscendolo bene, mosse il suo rocco e nel punto rimasto per salute del suo re il pose.

Filocolo dunque poteva dare scacco matto in una mossa, invece gioca in modo che sia Sadoc a dare scacco magtto. Sadoc se ne accorge, ma fa finta di nulla, per cupidigia delle monete in palio.

Il castellano lieto cominciò a ridere, veggendo che egli matterà Filocolo dove Filocolo avria potuto lui mattare e dandogli con una pedona pingente scacco quivi il mattò, a sé tirando poi i bisanti /…/ avvegna che ben s’era aveduto di ciò che Filocolo avea fatto, ma per cupidigia de’ bisanti l’avea sofferto, infignandosi di non avedersene.

 

Ecco una ricostruzione della posizione, in versione modernizzata, fatta dallo storico degli scacchi Adriano Chicco (Genova, 1907-1990)

Il Bianco poteva dare matto con Cc7 (non da d6 difesa dall’Alfiere). Invece gioca Tf1: dopo questa mossa il castellano gli dà matto “con una pedona pingente” (ovvero spingendo il Pedone in d2).

 

Poi Filocolo raddoppia la posta nella seconda partita e quando potrebbe vincere fa una mossa per cui la partita finisce in parità.

Riacconciasi il secondo giuoco e la quantità de’ bisanti si raddoppiano da ciascuna parte. Il castellano giuoca sagacemente e Filocolo non meno e avendo quasi a fine recato il giuoco, e essendo per mattare il castellano, mostrando con alcuno atto di ciò avvedersi, tavolò il giuoco. Conosce in sé medesimo il castellano la cortesia di Filocolo, il quale piuttosto perdere che vincere desidera, e fra sé dice: “Nobilissimo giovane e cortese è costui più che alcuno ch’io mai ne vedessi.”

 

Terza partita. Filocolo arriva ancora in una posizione in cui sta per dare scacco matto. Sadoc irato butta all’aria i pezzi, ma capisce che il giovane è più bravo e che si lasciava battere per compiacerlo.

Racconmciasi gli scacchi al terzo giuoco, accrescendo ancora de’ bisanti la quantità; nel principio del quale il castellano disse a Filocolo: “Giovane, io ti priego e scongiuro per la potenza de’ tuoi iddii, che tu giuochi come tu sai il meglio, né come hai infino qui fatto, non mi risparmiare.” Incominciasi il terzo giuoco e giuocano per lungo spazio. Filocolo n’ha il migliore: il castellano il conosce. Cominciasi a crucciare e tignersi nel viso, e assottigliarsi se potesse il giuoco per maestria recuperare. E quanto più giuoca tanto n’ha il peggiore. Filocolo gli leva con uno alfino il cavaliere, e dagli scacco rocco. Il castellano per questo crucciato oltre misura più per la perdenza de’ bisanti che del giuoco, diè delle mani negli scacchi, e quelli e lo scacchiere gittò per terra. Questo vedendo Filocolo disse: “ /…/ Se voi aveste bene riguardato il giuoco, prima che quastatolo, voi avreste conosciuto che io era in due tratti matto da voi.” /…/ E il castellano: “Giovane io ti giuro per l’anima del mio padre, che io ho de’ miei giorni con molti giuocato, ma mai non trovai chi a questo giuoco mi mattasse, se non tu.”

Finalmente Sadoc riconosce la bravura di Filocolo, gli diventa amico e gli consente di unirsi alla sua amata.