Il Cinquecento (parte 3)

I primi campioni del mondo ‘ufficiosi’

Il trattato di pace firmato ai primi di aprile del 1559 a Cateau-Cambrésis pose fine al conflitto tra gli Asburgo e la Francia. In realtà furono firmati due trattati, uno tra Elisabetta I di Inghilterra ed Enrico II di Francia e uno tra Enrico II di Francia e Filippo II di Spagna

Il trattato ufficializzò la debolezza politica dell’Italia che si ritrovò smembrata in vari staterelli: la pace segnò l’inizio della dominazione asburgica in Italia; la maggior preoccupazione dei governanti spagnoli era quella di gravare il popolo sottomesso con un vessatorio regime fiscale: come vedremo parlando di Leonardo da Cutro, proprio l’esenzione dalle tasse per la sua terra sarà quello che chiederà Leonardo al Re di Spagna Filippo II come ricompensa per la sua abilità nel gioco.

E a proposito di abilità nel gioco, a partire dalla metà del XVI secolo alcuni giocatori vennero da tutti riconosciuti come i migliori in assoluto, ma senza che ad essi venisse attribuito formalmente il “titolo” di campione mondiale.

Il primo cui si può attribuire il titolo ufficioso di campione del mondo è uno spagnolo, Ruy Lopez nativo della città di Segura: il caso volle che fosse un prete; da molte parti è erroneamente indicato come ‘vescovo’ di Segura ma questo è falso, in realtà fu assistente del suo vescovo.

Dopo di lui il titolo ufficioso spetta agli italiani Leonardo da Cutro (paesino della Calabria) e a Paolo Boi (di cui parleremo in seguito). Leggi tutto “Il Cinquecento (parte 3)”

Il Cinquecento (parte 2)

Pittori italiani scacchisti

Sono numerosi i pittori del Cinquecento che dipingono soggetti scacchistici; di solito sapevano anche giocare, con qualche rara eccezione.

Iniziamo la nostra panoramica parlando degli italiani.

Va notato che in molti casi la scacchiera, pur rappresentando una posizione possibile, è posta in modo errato, cioè con la casa in basso a destra del giocatore (h1 e a8) nera invece che bianca: accade anche oggi, in molte pubblicità e in molti film, quando la materia è trattata da chi non è scacchista  o da chi non ritiene opportuno consultare un esperto.

Questo errore lo si nota (anche se solo per uno schieramento) nel bel dipinto di Sofonisba Anguissola, che pure era una giocatrice, e ancora nei quadri di Giulio Campi, anche lui comunque giocatore, e Paris Bordon.

La scacchiera è invece in posizione corretta nel dipinto “I giocatori di scacchi” di Ludovico Carracci.

 

 

 

Sofonisba Anguissola

 

Nata dalla nobile famiglia piacentina degli Anguissola, Sofonisba fu una delle prime esponenti femminili della pittura europea e rappresentò la pittura italiana rinascimentale al femminile. Era la prima dei sette figli di Amilcare Anguissola e di Bianca Ponzoni, entrambi di famiglia nobiliare; nacque probabilmente nel 1528.

Imparò a giocare a scacchi da bambina, come poi tutti i fratelli e le sorelle, poiché il padre riteneva la conoscenza del gioco fondamentale per l’educazione.

Sofonisba Anguissola partecipò come figura di spicco alla vita artistica delle corti italiane data anche la sua competenza letteraria e musicale, ed ebbe una fitta corrispondenza con i più famosi artisti del suo tempo. Fu citata anche nelle Vite di Giorgio Vasari grazie a Michelangelo Buonarroti che sosteneva che la giovane fanciulla avesse talento. Fu il padre di Sofonisba a scrivere a Michelangelo e a mandargli i disegni della figlia. Fra quei disegni c’era anche un Fanciullo morso da un granchio, nel quale la giovanissima artista cremonese, allora poco più che ventenne, aveva colto l’espressione del dolore infantile con un’invenzione che piacque molto al grande artista fiorentino. Quella smorfia di dolore fermata da Sofonisba la ritroviamo poi nel “Ragazzo morso da un ramarro” di Caravaggio.

Nel 1555 dipinse “Partita a scacchi” raffigurando le sorelle Lucia, Minerva ed Europa mentre giocano a scacchi sotto lo sguardo della anziana governante.

 

Partita a scacchi, 1555, Poznàn, Museo Nazionale  collezione Radzinsky

Nel 1559 Sofonisba approdò alla corte di Filippo II di Spagna, come dama di corte della regina, Elisabetta. Qui ebbe occasione di mettere in mostra anche le sue doti di scacchista, dato che il Nobil Giuoco era molto apprezzato e praticato a corte. Quasi certamente conobbe Ruy Lopez.

Fu la ritrattista della famiglia reale fino alla morte, nel 1568, della sua protettrice.

Nel 1573 sposò il nobile siciliano Fabrizio Moncada e si trasferì in Sicilia; rimasta vedova, Sofonisba lasciò l’isola: conobbe e sposò, in seconde nozze, il nobile genovese Orazio Lomellini a Pisa nel 1579. Tornata nel 1615 con il nuovo marito a Palermo, dove egli aveva numerosi interessi, Sofonisba continuò a dipingere raggiungendo una grandissima fama, tanto che il celebre Antoon van Dyck, confessò tutta la sua ammirazione per l’arte di Sofonisba.

Sofonisba Anguissola morì  il 16 novembre 1625, e fu sepolta nella chiesa palermitana di San Giorgio dei Genovesi, dove ancora oggi si trova la lapide del sacello nella navata destra.

 

Giulio Campi

Pittore e architetto cremonese (1502-1572), l’opera di maggiore impegno della sua maturità fu la ricostruzione della chiesa delle sante Margherita e Pelagia nel 1547 su incarico di Marco Gerolamo Vida, che allora ne era il priore e che come sappiamo era scacchista.

Qui il Campi si espresse come architetto, pittore e scultore.

Fu probabilmente il rapporto con Vida che spinse Campi a dipingere “Giocatori di scacchi”, che nel 1963, quando il quadro si trovava ancora nella collezione genovese Nigro, fu attribuito a Sofonisba Anguissola  dallo storico dell’arte Roberto Longhi, che però nello stesso tempo mise in evidenza certe affinità con Allegoria, dipinto proprio di Giulio Campi, conservato a Milano, al Museo Poldi Pezzoli. Successivamente la critica attribuì formalmente il dipinto a Campi.

Il tema della partita a scacchi, a Cremona in particolare, era influenzato dal poema ‘Scacchia Ludus’ di Marco Gerolamo Vida, da poco ristampato e di cui abbiamo già parlato.

Il gioco degli scacchi era spesso presente nella iconografia, ma nel dipinto di Campi la scena è complessa, per la presenza di altre figure che appaiono spettatori (o complici) della tenzone.

 

Il simbolismo e le allusioni dell’opera di Campi sono molto differenti da quelle presenti nella ‘Partita a scacchi’ dipinta da Sofonisba Anguissola pochi anni più tardi. La scacchiera, solamente in piccola parte visibile e con pochi pezzi che nulla dicono sullo svolgimento del gioco, è solo un pretesto. La donna è una immagine di Venere, vittoriosa sull’uomo (che riuscirà a sedurre). Marte è rappresentato di spalle, celato dall’armatura,

E’ stato notato che agganciato a una catenella che pende dal cinturino che le sostiene il seno, la donna-Venere porta uno zibellino, un curioso accessorio di moda femminile cinquecentesco. La pelliccia di un animale di piccole dimensioni è poggiata sulle sue spalle. Lo zibellino, simbolo di fertilità, era riservato alle donne sposate. Identico accessorio ritorna nel Ritratto di Bianca Ponzoni Anguissola, dipinto da Sofonisba Anguissola.

 

 

 

Paris Bordon 

Paris Bordon, o Bordone, nacque a Treviso nel 1500 e morì a Venezia nel 1571. Fu allievo o comunque frequentò la “bottega” di Tiziano. Poi in seguito ad un mutamento del gusto, nella sua pittura dominò l’elemento manieristico. Per la sua attività di ritrattista fu chiamato nel 1538 alla corte dei Francia e due anni dopo ad Augusta in Germania. Suoi dipinti si trovano a Venezia, a Brera a Milano e alla National Gallery di Londra.

Per gli scacchi dipinse un doppio ritratto di due gentiluomini impegnati in una partita nella tranquillità di una villa “in terraferma”, una immagine da molti critici definita ‘teatrale’.

 

Unica nota stonata è la scacchiera posta nel modo ‘sbagliato’, cioè con la casella h1 nera anziché bianca, la qual cosa sembra testimoniare la poca o nessuna confidenza dell’autore del dipinto con il nostro gioco.

 

 

Nonostante questo il dipinto è stato comunque utilizzato in alcune copertine di libri e romanzi a trama scacchistica.

 

 

 

Ludovico Carracci

Il pittore Ludovico Carracci (Bologna, 21 aprile 1555 – 13 novembre 1619) è stato il più anziano esponente della famiglia dei Carracci, cugino dei fratelli Agostino e Annibale Carracci, con i quali ad un certo momento fondò  l’Accademia degli Incamminati una scuola/bottega privata , che fu una rilevantissima fucina di talenti: alcuni dei migliori pittori italiani del primo Seicento vantarono un apprendistato presso i cugini Carracci.

Imparò a giocare a scacchi quasi certamente in famiglia, da ragazzino insieme ai cugini,

Si formò viaggiando a Firenze, Parma, Mantova, Venezia, e fu proprio nella città lagunare che probabilmente dipinse nel 1590 dipinse “Giocatori di scacchi”.

 

 

Successivamente venne anche in contatto con il pittore Camillo Procaccini (1561-1629) con il quale tra il 1607 e il 1609 lavorò alla realizzazione di affreschi per il Duomo di Piacenza, città dove ebbe di nuovo l’occasione di dedicarsi agli scacchi.

Prediligeva la pittura religiosa finalizzata alla moralizzazione e come stimolo devozionale.

Il Cinquecento (parte 1)

Marco Girolamo Vida – papa Leone X –santa Teresa di Avila

Nel Cinquecento il gioco degli scacchi si diffuse a macchia d’olio.

E i migliori giocatori divennero veri e propri professionisti, che giravano il mondo e si affrontavano nelle sfide finanziate dai diversi sovrani e nobili.

E tuttavia, almeno formalmente, perdurava la condanna del gioco da parte della Chiesa.

Ma nel 1513 si verificò quella che possiamo considerare la svolta: l’11 marzo venne eletto papa con il nome di Leone X, Giovanni de’ Medici (secondogenito di Lorenzo il Magnifico e Clarice Orsini), che grande appassionato di scacchi fin da giovane continuò anche da papa ad essere un importante mecenate per i giocatori dell’epoca.

I Medici erano rientrati a Firenze l’anno prima e non va dimenticato che allontanarono dagli incarichi Niccolò Machiavelli, che poi anzi per un sospetto di congiura fu imprigionato e sottoposto a tortura. Liberato, tra il luglio e il dicembre del 1513 si diede alla stesura de “Il Principe”, che anche se indirettamente pure contribuì ad alleggerire la condanna degli scacchi.

Ma prima di parlare di Leone X, occupiamoci di un altro personaggio di quel periodo, pure molto importante per la storia del gioco, che ebbe per mecenate e protettore proprio papa Leone X: si tratta di Marco Girolamo Vida. Leggi tutto “Il Cinquecento (parte 1)”

Il Quattrocento (parte 4)

Leonardo da Vinci – fra’ Luca Pacioli

Si può affermare con sicurezza che Leonardo da Vinci conosceva il gioco degli scacchi, anche se non si sa con esattezza quando lo abbia appreso: si può ipotizzare che abbia imparato a giocare durante la sua infanzia, ma se così non fosse lo avrebbe certamente fatto durante gli anni alla corte dei Medici visto che, come è noto, gli scacchi erano uno dei giochi preferiti di Lorenzo il Magnifico. E comunque se non avesse imparato a Firenze, al più tardi imparò a giocare quando era alla corte di Ludovico il Moro a Milano, dove come abbiamo visto gli scacchi erano molto diffusi. Del resto, come scrive Marco Malvaldi nel suo libro ‘La misura dell’uomo’ (Giunti Editore) “Leonardo non smette mai di  imparare, non c’è un momento della sua vita in cui si accontenta di quello che sa.”

Anche Adriano Chicco (1907-1990), il maggior storico degli scacchi italiano, era convinto che Leonardo sapesse giocare a scacchi; scrisse infatti che sarebbe assurdo immaginare che uno scienziato della sua levatura, e soprattutto della sua curiosità, non si fosse interessato ad un gioco così complicato. Era sicuramente troppo eclettico per sottrarsi alla tentazione di misurarsi anche in questo campo.

Del resto, da una annotazione nel Codice Atlantico (c. 256) risulta che Leonardo conobbe quel Bartolomeo Turco, castellano sotto gli Sforza, che nel 1498, come abbiamo detto, fu chiamato a corte da Ludovico il Moro in persona che desiderava vederlo giocare a scacchi.

Inoltre in un documento della fine del XV secolo si legge che “Leonardo giocò con l’Ambasciatore francese adottando una nuova tattica, il sacrificio del Pedone d’Alfiere di Donna” (dopo aver iniziato la partita con la spinta di due passi del Pedone di fronte alla Donna): in pratica un esempio, forse il primo, di Gambetto di Donna; peccato che non ci siano altri dettagli: non sappiamo se il Gambetto sia stato accettato, non sappiamo il nome dell’Ambasciatore e non sappiamo il luogo ove venne giocata la partita, forse a Milano o forse quando Leonardo era in Francia.

La conferma della conoscenza del gioco da parte di Leonardo è però suffragata soprattutto dalla scoperta del rebus che Leonardo abbozzò in uno dei Fogli di Windsor (12692, recto) con uno schizzo che sicuramente traeva ispirazione dagli scacchi, dato che i Fogli della Royal Library del Castello di Windsor sono datati tra il 1487 e il 1488 dallo storico e studioso di Leonardo Carlo Pedretti e il tra il 1488 e il 1490 da Frank Zollner, altro storico e studioso di Leonardo. Quindi tra l’altro si dimostra che Leonardo si interessò agli scacchi prima dell’arrivo di Pacioli a Milano.

Abbiamo detto che il rebus di Leonardo sicuramente traeva ispirazione dagli scacchi: infatti raffigura una “Torre” del gioco e porta la scritta di suo pugno “i aroccharò”  che nell’originale corre, ovviamente, da destra a sinistra.  Come correttamente osserva Chicco, la soluzione “i aroccharò” – “io arroccherò” come confermò Augusto Marinoni (1911-1997) uno dei maggiori studiosi di Leonardo – ha inequivocabile significato scacchistico.

 

Vediamo dapprima la ‘questione linguistica’.

“Invano – scrisse Adriano Chicco – si cercherebbe nel più autorevole dizionario della lingua italiana, il vocabolario della Crusca, un riferimento a testi letterali per la parola “arrocco”: quel dizionario, al pari dei dizionari più moderni, registra il verbo “arroccare” come derivato esclusivamente dal gioco degli scacchi. Il senso figurato (arroccare nel senso di trovare rifugio) non ha preceduto il significato scacchistico, bensì lo ha seguito. Alla luce di queste considerazioni, la scritta “i aroccharò” posta da Leonardo sotto la figura della rocca diventa davvero un rebus nel rebus. L’ipotesi più plausibile è che il verbo arroccare fosse adoperato nella lingua parlata dai giuocatori di scacchi fin dagli ultimi anni del XV secolo, forse sotto l’influsso del termine francese “roquer” che, a quanto pare, entrò nell’uso prima dei corrispondenti termini italiano e spagnolo. Accadde, per la parola, quello che era accaduto per il concetto da essa espresso: come la doppia mossa di Re e Torre fu a lungo adoperata dai giuocatori di scacchi nel giuoco vivo, prima che i teorici la facessero propria, così la corrispondente parola serpeggiò a lungo negli ambienti dei giuocatori, prima di essere recepita dai trattatisti”.

È infatti assai probabile che Leonardo abbia avuto modo di udire questo verbo dai giocatori di scacchi che frequentarono a lungo la Corte milanese, particolarmente favorevole in quei lontani tempi alla diffusione del gioco.

Chicco, così, aggiunse: “Leonardo portato per natura più a trarre ammaestramenti dalla realtà che non dai libri, non esitò ad accettare la parola e ad adoperarla per il suo rebus, concretando così una delle prime citazioni del verbo “arroccare”.

 

Vediamo ora la ‘questione tecnica’.

Ai tempi della vita di Leonardo la mossa dell’arrocco in pratica ancora non esisteva; era però possibile una combinazione simile in due mosse successive, come riportato dallo spagnolo Lucena nel suo testo del 1496 o 1497: prima si muoveva la Torre, poi alla mossa immediatamente seguente il Re la scavalcava muovendo di due caselle. Ma si trattava di due mosse distinte, giocate una dopo l’altra, e non di una sola come avviene oggi con quello che possiamo definire l’arrocco ‘moderno’.

L’idea di Leonardo era invece di effettuare il particolare movimento di Re e Torre in una mossa sola, forse anche come ‘antidoto’ alla sempre più ampia possibilità di movimento che in quegli anni, come abbiamo visto, veniva data alla Regina.

 

Nel 1497 arrivò a Milano, invitato da Ludovico il Moro, fra’ Luca Pacioli che, in fatto di scacchi dimostrava di essere un esperto. E si può ritenere che questa fu l’occasione per Leonardo per approfondire lo studio del gioco. Tra l’altro Pacioli nella lettera dedicatoria al suo manoscritto “De Viribus quantitatis”, conservato alla Biblioteca Universitaria di Bologna, scrisse di essere autore di un volume contenente una ricca raccolta di posizioni scacchistiche, ben 114. Questo libro poi si perse, ma è stato ritrovato dopo 500 anni a Gorizia; così è stato possibile dimostrare che anche Leonardo stesso ci aveva messo mano, non solo disegnando i pezzi che servirono da modello per realizzare i diagrammi che raffiguravano le diverse posizioni, ma anche realizzando personalmente quasi metà dei diagrammi (58 su 114).

 

Nel 1499 Milano fu occupata dalla truppe francesi di Luigi XII. Allora Leonardo si rifugiò insieme a fra’ Luca Pacioli presso la corte di Isabella d’Este: vi rimarranno fino al 1503.

Isabella li ospitò volentieri poiché avrebbe voluto che Leonardo le facesse un ritratto, che però non riuscì ad ottenere.

Come abbiamo detto, la corte di Isabella era all’epoca il fulcro europeo degli scacchi. Isabella era grande appassionata: faceva venire i migliori giocatori “professionisti”, specie dalla Spagna, per giocarci e prendere lezioni e si faceva intagliare i pezzi dai migliori intagliatori. Tutto questo è storicamente documentato.

Leonardo e Pacioli trovarono presso la corte di Isabella d’Este una “atmosfera scacchistica” molto intensa e ricca. Inoltre fra’ Luca Pacioli quando arrivò, sapendo della passione di Isabella, aveva con sé il suo testo scacchistico, che aveva portato con l’idea di farne omaggio a Isabella.

Oggi possiamo affermare che a questo testo sicuramente mise mano anche Leonardo, che non solo come già detto realizzò quasi metà dei “diagrammi” con le varie posizioni (lo si evince dal fatto che sono disegnati con la mano sinistra e che riportano le classiche ‘crocette’ di Leonardo) ma realizzò anche dei pezzi di nuova concezione, molto più leggeri e artistici di quelli allora in voga, e fatti per essere prodotti in serie!

Per quanto riguarda l’aspetto del gioco ‘vivo’, va ricordato il rebus nei Fogli di Windsor. Si può pensare che Leonardo abbia proposto di fare l’arrocco in una mossa sola e che l’idea piacque, anche perché rispondeva allo scopo di velocizzare il gioco. Ovvio che una volta accettata l’idea presso la corte di Isabella, poi la diffusione in tutta Europa da parte dei “professionisti” che la frequentavano, avvenne di conseguenza.

Il Quattrocento (parte 3)

Lucena – Savonarola – Pietro da Ravenna – Gilio de’ Zelati

 

Nel 1495 fu pubblicato, il primo testo a stampa di teoria e di tecnica, attribuito allo spagnolo Francesco Vicent; titolo “El libre dels jochs partitis dels scachs en nombre de 100”. Purtroppo tutte le copie sono andate perdute.

 

Un altro libro dedicato, anche se indirettamente, alla regina Isabella apparve – probabilmente tra la fine del 1496 ed i primi mesi del 1497 – a Salamanca. Si tratta del libro di un altro spagnolo, Luis Ramirez de Lucena (nato tra il 1465 e il 1475, morto intorno al 1530), la più antica opera a stampa a carattere tecnico giunta fino a noi.

Si intitolava “Repeticion de amores et Arte del Axedrez con 150 juegos de partido” ed era in parte dedicato a Giovanni III,  figlio di Re Ferdinando e di Isabella di Castiglia.

Dei juegos de partido, l’equivalente dei moderni problemi, una parte seguiva le vecchie regole (del viejo) del movimento della Regina e una parte le nuove (a la rabiosa). Leggi tutto “Il Quattrocento (parte 3)”

Il Quattrocento (parte 2)

Gli Este – Caterina Sforza – Isabella di Castiglia – Cristoforo Colombo  

Nel Quattrocento e nel Cinquecento gli scacchi ebbero grande diffusione anche presso la casa d’Este: vediamo sinteticamente coloro che si dedicarono agli scacchi con maggior passione.
*Nicolò III (1390-1441) – giocava spesso e possedeva vari libri che insegnavano ‘a zugare a scachi…”.
*Borso (1413-1471) – principe munifico e protettore delle arti, appassionato di scacchi, governò dal 1450 alla morte. Nel 1459 in occasione di una visita alla corte estense di papa Pio II (il celebre Enea Silvio Piccolomini, salito al soglio pontificio l’anno prima) che gli confermò la concessione del ducato di Ferrara, Modena e Reggio, lo fece assistere ad una partita a scacchi disputata alla cieca. Nella Biblioteca Reale di Torino si conserva un manoscritto miniato sul gioco degli scacchi a lui dedicato.
*Ercole I (1471-1505) –  arricchì la biblioteca ducale di libri scacchistici.
*Alfonso (1505-1534) – sposò prima Anna Sforza e poi Lucrezia Borgia;  è ricordato perché arrivò a fabbricarsi personalmente i pezzi.
*Eleonora (1537-1581) – protesse e ospitò Torquato Tasso; passava gran parte delle sue giornate a seguire le partite a scacchi fra i cortigiani. Leggi tutto “Il Quattrocento (parte 2)”

Il Quattrocento (parte 1)

Il Quattrocento è il secolo in cui germogliano le nuove concezioni che si concretizzarono in quel periodo oggi conosciuto come Rinascimento: periodo che esalta la nobiltà dell’uomo, la libertà e la grandezza dello spirito, che vuole che ognuno possa esprimersi liberamente e trionfare sul fato grazie alle proprie capacità e alla propria intelligenza.
E proprio perché sintesi di intelligenza, creatività e astrazione gli scacchi ebbero un momento d’oro.
Ma forse anche perché erano una delle rare occasioni in cui un cavaliere e una dama potevano appartarsi senza problemi …

Sin dai primi anni del secolo, gli scacchi furono posti allo stesso piano degli studia humanitatis e delle scienze e furono quindi tenuti nel massimo conto dai potenti dell’epoca: ogni nobile, ogni signore, volle alla sua corte i giocatori di scacchi, facendo a gara per accaparrarsi i migliori. Nacquero in quegli anni i primi professionisti.
Lo scacchista si trovò a dare lustro e splendore intellettuale alla corte, rendendo piacevole la vita secondo il gusto raffinato dell’epoca. Leggi tutto “Il Quattrocento (parte 1)”

In Trecento (parte 6)

Giovanni Boccaccio

E’ stato storicamente accertato che Giovanni Boccaccio (1313-1375) apprese il gioco degli scacchi  a Napoli, alla corte di re Roberto d’Angiò, presso cui si era trasferito nel 1330. In questa corte gli scacchi erano assiduamente giocati da tutti e nella biblioteca reale risultano inventariati, nel 1331, molti libri di scacchi che per il Boccaccio, data anche l’amicizia col bibliotecario Paolo Perugino, fu di certo agevole consultare.

Libri che riportavano problemi, partite e indicazioni teoriche, ma anche poemetti amorosi, soprattutto francesi, così ricchi di allusioni scacchistiche da contribuire a diffondere l’interesse verso il gioco degli scacchi; spesso questi poemetti erano volgarizzati con grande afflato poetico.
Per esempio, l’innamoramento di Tristano e Isotta colpì l’immaginazione delle castellane, e gli scacchi – nei ‘volgarizzamenti’ italiani – furono protagonisti sia delle scene d’amore, sia della tragica fine di Tristano.

È significativo il fatto che, talvolta, gli scacchi vengono introdotti proprio dal cantastorie italiano. Tipico è il caso della Chastelaine de Vergi, uno dei poemetti più delicati della poesia francese del Medioevo. La menzione degli scacchi come protagonisti dell’innamoramento non si trova nel testo francese: è un’invenzione del poeta italiano.

Un giorno er’ito el Duca a suo diletto
Fuor della terra a un suo ricco palazzo
E la duchessa sanza ignun sospetto
Prese messer Guglielrno per lo brazzo
E menosselo in zambra, a lato al letto
Ragionandosi insieme con sollazzo.
E per giocar la donna e’1 cavaliere
Fece venir gli scacchi e lo scacchiere.

All’episodio scacchistico del cantare italiano, e non all’originale francese, si richiamò evidentemente il Boccaccio quando nel Decamerone (scritto durante la peste del 1347-48) raccontò di Dioneo e di Fiammetta che “cominciarono a cantare di messer Guglielmo e della dama del Vergiù”, aggiungendo subito dopo che “Filomena e Panfilo si diedero a giocare a scacchi”. Se, per questa associazione di idee del Boccaccio, può sussistere qualche dubbio, nessun dubbio sussiste invece per il riferimento al cantare italiano dell’ignoto affrescatore del palazzo Davanzati a Firenze: una delle scene affrescate, infatti, rappresenta proprio l’episodio scacchistico della ” Signora di Virzù che gioca a scacchi con il cavaliere di Borgogna”.

Oltre a questo, nel Decamerone ci sono molti altri passi in cui figurano gli scacchi e Boccaccio alla fine precisa che nel palazzo in cui si era raccolta la lieta brigata (composta da 10 giovani, 7 donne e tre ragazzi, a rifugiarsi nel contado dove, allora, si trovava la chiesa di S. Maria Novella), v’era una scacchiera e  “quegli amabili e – valorosi giovani e quella virtuosissime donne, tra una novella e l’altra si ponevano per lo più a giocare a scacchi”.

Appare chiaro da subito che il gioco svolge una funzione piacevole. Ma nella prima giornata (capitolo 28) Pampinea, cui Boccaccio affida la ‘regia’ della rinascita,  sostiene che  il giocatore di scacchi non prova un piacere totale o comunque il piacere prodotto dal gioco è sempre accompagnato dal turbamento, frutto della necessità di concentrarsi attivamente e di formulare una strategia, a cui si unisce il dispiacere per la sconfitta.

All’inizio della terza giornata, la regina Neifile (a turno, ogni giorno, per un giorno, uno dei protagonisti viene insignito del titolo regale che consiste nel disciplinare le narrazioni e nello stabilire i temi su cui verteranno le novelle), dopo che l’allegra brigata ha mangiato, ballato  e cantato presso un luogo meraviglioso che sembra il paradiso terrestre, impreziosito da giardini profumati e incantati, lascia libero chi  volesse, di andare a riposarsi, ma alcuni, vinti dalla bellezza del luogo,  si fermano a svolgere attività piacevoli, come leggere romanzi o giocare a scacchi: In attesa della cena Filomena e Panfilo si diedono a giucare a scacchi.

E ancora nella sesta giornata: E quivi, essendo già le tavole messe, e ogni cosa d’erbucce odorose e di be’fiori seminata, avanti che il caldo surgesse più, per comandamento della reina si misero a mangiare. E questo con festa fornito, avanti che altro facessero, alquante canzonette belle e leggiadre cantate, chi andò a dormire e chi a giuocare a scacchi.

Infine quando viene incoronato re Dione, le donne scherzosamente, lo mettono  alla prova, per vedere se sa reggere bene le donne; spiritosamente (e non senza un doppio senso) il re dichiara che sono belli  e più preziosi  i re degli scacchi: Assai volte già ne potete aver veduti, io dico delli re da scacchi, troppo più cari che io non sono; e per certo, se voi m’ubbidiste come vero re si dee ubbidire, io vi farei goder di quello senza il che per certo niuna festa compiutamente è lieta. Ma lasciamo star queste parole: io reggerò come io saprò.

 

Ma l’opera più importante di Boccaccio sotto l’aspetto scacchistico, è il “Filocolo – fatica d’amore” romanzo in prosa che narra gli amori di Florio (Filocolo) e Biancofiore (chiamata in alcune versioni Biancifiore). Si narra di una battaglia scacchistica fra Filocolo, figlio del potente re di Spagna,  nipote di Atlante, sostenitore del cielo, ed un arabo chiamato Sadoc, “vecchio superbo ed avarissimo”, che in Alessandria d’Egitto teneva la fidanzata del giovane, Biancofiore, rinchiusa in una torre.

Sadoc, sopra tutte le cose  al mondo, si dilettava  di giocare a scacchi e di vincere. Filocolo si reca da lui, asseconda astutamente la sua passione, gli propone di giocare a scacchi, lui accetta. La posta di una forte somma di «bisanti» e, pur essendo più valente nel gioco del vecchio, proprio quando  potrebbe dargli scaccomatto, si lascia sconfiggere.

Fece dunque Sadoc in una fresca loggia distendere tappeti e venire lo scacchiere, e l’uno dall’una parte e l’altro dall’altra s’assettarono. Ordinansi da costoro gli scacchi, e cominciassi il giuoco, il quale acciò che puerile non paia, da ciascuna parte gran quantità di bisanti si pongono, presti per merito del vincitore. /…/ Filocolo giuocando conosce se più sapere del giuoco che’l castellano. Restringe adunque Filocolo il re del castellano nella sua sedia con uno dei suoi rocchi e col cavaliere avendo il re alla sinistra sua l’uno degli alfieri: il castellano assedia quello di Filocolo con molti scacchi e solamente un punto per sua salute gli rimane nel salto del suo rocco. Ma Filocolo cui giocare conveniva, dove muovere doveva il cavaliere suo secondo, per dare scacco matto al re, e conoscendolo bene, mosse il suo rocco e nel punto rimasto per salute del suo re il pose.

Filocolo dunque poteva dare scacco matto in una mossa, invece gioca in modo che sia Sadoc a dare scacco magtto. Sadoc se ne accorge, ma fa finta di nulla, per cupidigia delle monete in palio.

Il castellano lieto cominciò a ridere, veggendo che egli matterà Filocolo dove Filocolo avria potuto lui mattare e dandogli con una pedona pingente scacco quivi il mattò, a sé tirando poi i bisanti /…/ avvegna che ben s’era aveduto di ciò che Filocolo avea fatto, ma per cupidigia de’ bisanti l’avea sofferto, infignandosi di non avedersene.

 

Ecco una ricostruzione della posizione, in versione modernizzata, fatta dallo storico degli scacchi Adriano Chicco (Genova, 1907-1990)

Il Bianco poteva dare matto con Cc7 (non da d6 difesa dall’Alfiere). Invece gioca Tf1: dopo questa mossa il castellano gli dà matto “con una pedona pingente” (ovvero spingendo il Pedone in d2).

 

Poi Filocolo raddoppia la posta nella seconda partita e quando potrebbe vincere fa una mossa per cui la partita finisce in parità.

Riacconciasi il secondo giuoco e la quantità de’ bisanti si raddoppiano da ciascuna parte. Il castellano giuoca sagacemente e Filocolo non meno e avendo quasi a fine recato il giuoco, e essendo per mattare il castellano, mostrando con alcuno atto di ciò avvedersi, tavolò il giuoco. Conosce in sé medesimo il castellano la cortesia di Filocolo, il quale piuttosto perdere che vincere desidera, e fra sé dice: “Nobilissimo giovane e cortese è costui più che alcuno ch’io mai ne vedessi.”

 

Terza partita. Filocolo arriva ancora in una posizione in cui sta per dare scacco matto. Sadoc irato butta all’aria i pezzi, ma capisce che il giovane è più bravo e che si lasciava battere per compiacerlo.

Racconmciasi gli scacchi al terzo giuoco, accrescendo ancora de’ bisanti la quantità; nel principio del quale il castellano disse a Filocolo: “Giovane, io ti priego e scongiuro per la potenza de’ tuoi iddii, che tu giuochi come tu sai il meglio, né come hai infino qui fatto, non mi risparmiare.” Incominciasi il terzo giuoco e giuocano per lungo spazio. Filocolo n’ha il migliore: il castellano il conosce. Cominciasi a crucciare e tignersi nel viso, e assottigliarsi se potesse il giuoco per maestria recuperare. E quanto più giuoca tanto n’ha il peggiore. Filocolo gli leva con uno alfino il cavaliere, e dagli scacco rocco. Il castellano per questo crucciato oltre misura più per la perdenza de’ bisanti che del giuoco, diè delle mani negli scacchi, e quelli e lo scacchiere gittò per terra. Questo vedendo Filocolo disse: “ /…/ Se voi aveste bene riguardato il giuoco, prima che quastatolo, voi avreste conosciuto che io era in due tratti matto da voi.” /…/ E il castellano: “Giovane io ti giuro per l’anima del mio padre, che io ho de’ miei giorni con molti giuocato, ma mai non trovai chi a questo giuoco mi mattasse, se non tu.”

Finalmente Sadoc riconosce la bravura di Filocolo, gli diventa amico e gli consente di unirsi alla sua amata.

Il Trecento (parte 5)

Gli scacchi nel mondo – Chaucer, Petrarca

Nel 1300 gli scacchi si diffusero ampiamente nel mondo allora conosciuto e non solo nelle regioni dell’Europa (dove formalmente vigevano la condanna della Chiesa e i divieti di molti sovrani).
Si giocava per esempio in Cina: Marco Polo (1254-1324) ne accenna ne “Il Milione” dove si legge che Kublai Kan era un attento giocatore di scacchi; si trattava probabilmente degli ‘scacchi cinesi’ che sono abbastanza diversi dai nostri e quindi diversi dal gioco che si usava a quell’epoca in Italia e in Europa.
La miniatura “Le delizie della città di Quinsay” mostra due persone che in giardino giocano a scacchi.

Forse anche Marco Polo sapeva giocare a scacchi, assai diffusi a Venezia ai suoi tempi; ricordiamo per esempio che un ‘editto’ della Repubblica della Serenissima del 1293 aveva vietato praticamente tutti i giochi tranne uno solo, gli scacchi appunto, considerati leciti per le qualità analitiche, scientifiche e matematiche. Leggi tutto “Il Trecento (parte 5)”

Il Trecento (parte 4)

Guido Cavalcanti (e Fibonacci)

Abbiamo visto nel capitolo precedente che Dante giocava a scacchi e che giocava soprattutto con i suoi due grandi amici, Cino da Pistoia e Guido Cavalcanti.
Di Cino da Pistoia abbiamo già parlato, vediamo ora qualche notizia (scacchistica) su Cavalcanti.

Guido Cavalcanti (Firenze, 1258-1300) fu probabilmente il migliore amico di Dante. Era davvero un ‘super appassionato’ del gioco degli scacchi. Basta leggere quanto scrisse Franco Sacchetti, che in una sua “Novella” racconta come Guido “venne beffato da un monello fiorentino, mentre stava giuocando a scacchi con grande attenzione ed impegno”.
Il titolo della novella è: “Guido Cavalcanti giuocando a scacchi, essendo valentissimo uomo e filosofo, è vinto dalla malizia di un fanciullo”. Leggi tutto “Il Trecento (parte 4)”