Il Trecento (3)

Dante Alighieri

Abbiamo visto che nella Divina Commedia (Paradiso, canto XXVIII) Dante Alighieri (1265-1321) accenna al gioco degli scacchi.
Dante in realtà aveva già accennato agli scacchi nel “Fiore”, opera che oggi la critica quasi unanimemente gli attribuisce: è un poemetto di 232 sonetti scritti in volgare, o meglio, per dirla con l’esperto studioso Gianfranco Contini, un “creolo letterario tra francese e italiano, anzi indubitabilmente fiorentino”. Il “Fiore” è una parafrasi o un rifacimento del “Roman de la Rose” (versi 7737-7760) e sviluppa “la descrizione dei cento ostacoli incontrati dall’Amante per raggiungere il ‘fiore’, cioè l’amore della donna”. Com’è ben noto, molteplici sono le interpretazioni che sono state date al “fiore” o alla “rosa”. Il sonetto che contiene l’accenno agli scacchi è il numero 63.

Amico
S’a scacchi o vero a tavole giocassi
Colla tua donna, fa ch’aggie il piggiore
Del gioco, e dille ch’ell’ è la migliore
Dadi-gittante che tu mai trovassi.
S’a coderon giocaste, pigna ambassi,
E fa che ella sia là vincitore:
Della tua perdita non far sentore,
Ma che cortesemente la ti passi.
Falla seder ad alti, e tu sie basso,
E sì l’aporta carello o cuscino:
Di le’ servir non ti vegghi mai lasso.
S’addosso le vedessi un buscolino,
Fa che glie levi, e se vedessi sasso
Là ‘v’ella dé passar, netta ‘1 cammino.

Torniamo alla Divina Commedia; abbiamo detto che l’accenno agli scacchi viene fatto in relazione alla questione del numero degli angeli. Rivediamo la terzina completa (Paradiso, XXVIII, 91-93):
«Lo incendio lor seguiva ogni scintilla;
Ed eran tante, che il numero loro
Più che il doppiar degli scacchi s’immilla».
Possiamo notare che “s’immilla” è uno dei tanti neologismi coniati da Dante e in questo caso serve per far capire che il numero degli angeli è infinito.

Del numero degli angeli, questione a quell’epoca assai dibattuta, Dante aveva già discusso nel Convivio (II, V, 5):
“Per che manifesto è a noi quelle creature essere in lunghissimo numero: per che la sua sposa e secretaria Santa Ecclesia – de la quale dice Salomone: «Chi è questa che ascende del disierto, piena di quelle cose che dilettano, appoggiata sopra l’amico suo?» – dice, crede e predica quelle nobilissime creature quasi innumerabili”.
Il paragone scacchistico utilizzato nella Divina Commedia è particolarmente significativo e visto che Dante lo ha utilizzato la domanda che sorge spontanea è: Dante sapeva giocare – e giocava – a scacchi?
Su Dante giocatore di scacchi, le opinioni degli studiosi sono concordi: la risposta è sicuramente affermativa, Dante sapeva giocare a scacchi.
Per esempio, nella sua rielaborazione del suo enorme lavoro critico “I tempi, la vita e le opere di Dante” (pubblicato a Milano nel 1934), Nicola Zingarelli (1860-1935, più noto come autore del Vocabolario della lingua italiana) riconobbe che «l’impronta tutta Dantesca della similitudine deve far credere ad una esperienza propria dell’Alighieri in ordine alla conoscenza del gioco e delle singolari proprietà numeriche della scacchiera».
E anche Franz Xaver Kraus (1840-1901), autore del libro “Dante” pubblicato a Berlino nel 1897, che pure, come vedremo, escluse l’autenticità della prova materiale che appariva più sicura in argomento (la scacchiera del Poeta), ammise come certa la conoscenza del gioco da parte di Dante.

Del resto molte testimonianze dimostrano la passione dei fiorentini dell’epoca per il gioco degli scacchi e la diffusione del gioco in Firenze è documentata.
Non va dimenticato che proprio a Firenze si era verificato l’episodio che portò San Pier Damiani nel 1061 a chiedere e ottenere la condanna papale degli scacchi.
Ma forse l’episodio che più dimostra la passione dei toscani e dei fiorentini per gli scacchi è la visita – documentata – a Firenze dell’arabo Buzzecca – da alcuni identificato con il sivigliano Abu Nakr Ibn Zuhair, scacchista molto noto all’epoca – che nel 1265 (l’anno di nascita di Dante) si batté contemporaneamente contro tre giocatori di fronte a tutta la popolazione.
L’avvenimento venne registrato tra gli altri da Giovanni Villani (1280-1348), che nella sua “Cronica” – basata su documenti ufficiali ed autentici – scrisse: “In questi tempi venne in Firenze un Saracino ch’avea nome Buzzecca ed era il migliore maestro di giocare a’ scacchi, e in su il palagio del popolo dinanzi al conte Guido Novello giuocò a una ora a tre scacchieri co’ migliori maestri di scacchi di Firenze, con gli due a mente e coll’altro a veduta, e gli due giochi vinse e l’uno fece tavola, la qual cosa fu tenuta in grande meraviglia.”
E sulle orme del Villani la traslazione poetica di Antonio Pucci (1310-1388, che riscrisse parte della “Cronica” ricavandone 91 canti in terzine):
“In questo tempo arrivò in Fiorenza
Un saracin, ch’ebbe nome Buzzecca
Che degli scacchi seppe ogni scienza.
Secondoché lo scritto innanzi reca,
Con tre buon giocatori e tre scacchiera
Giuocò, e vinse i due, e ‘1 terzo imbieca”

E ancora, limitandoci alla Firenze dei tempi di Dante, ricorderemo che uno dei più noti e brillanti cavalieri fiorentini, che fu in pari tempo uomo politico e animatore di liete brigate, messer Betto Brunelleschi, fu parimenti appassionato giocatore di scacchi: e il destino volle che proprio durante una partita a scacchi venisse ucciso da emissari dei Donati.
E ad un altro scacchista accenna la Commedia, nell’immagine della ragnatela che si va tessendo intorno a Gherardo da Camino, il Vicario di Treviso il cui figlio Rizzardo fu assassinato nel 1312 mentre stava immerso in una partita a scacchi.
Il 5 aprile 1312 Rizzardo, mentre giocava a scacchi nella loggia del suo palazzo, viene ferito mortalmente da un sicario, a sua volta subito ucciso dagli altri nobili presenti, probabilmente per eliminare le prove. Il tragico evento viene “profetizzato”, per bocca di Cunizza da Romano nel canto IX del Paradiso (versi 49-51) nella Divina Commedia.

Appurato che Dante sapeva giocare, c’è da chiedersi con chi giocava. E’ documentato che giocava soprattutto con i suoi due grandi amici, Cino da Pistoia e Guido Cavalcanti.
Di Cino abbiamo già parlato nel precedente capitolo, di Guido parleremo nel prossimo.
Ma oltre a conoscere il gioco, sembra quasi certo che Dante avesse una sua scacchiera personale, della cui esistenza non è però purtroppo più possibile invocare quella «probatio probatissima», che ancora sembra sussistesse nel secolo XVII.
Di questa scacchiera che la tradizione affermava appartenuta all’Alighieri si ha notizia in un inventario del 1680 nel quale essa veniva infatti descritta come «Scacco di Dante e sua impresa». Si trattava di una tavoletta di avorio e legno, di proprietà del Marchese Cospi di Bologna e di essa c’era ancora una descrizione completa a pag. 302 del volume «Museo Cospiano» del cremonese Lorenzo Legati, del 1777.

Quando però il Museo passò all’Istituto Bolognese (1886), la scacchiera risultava già mancante.
Solo nel 1895 il prof. Kraus ritrovò proprio a Bologna un’antica scacchiera, che, basandosi su «documenti autentici» in possesso del proprietario, inizialmente egli ritenne poter essere quella stessa esistente nel Museo Cospiano: ma il retro di questa scacchiera era ornato da pitture che risalivano al principio del 1500, o, tutt’al più, alla fine del 1400. Da questa constatazione il Kraus concluse che la scacchiera non potesse essere quella appartenuta a Dante. Tesi confutabile, volendo, perché basata sull’ipotesi aprioristica che le pitture fossero state fatte contemporaneamente alla scacchiera, mentre potevano essere state fatte successivamente su una scacchiera esistente già da tempo.
Resta comunque il valore della tradizione che offre una ulteriore testimonianza della conoscenza e della pratica del gioco da parte di Dante.

Ma resta ancora un quesito: dove Dante aveva letto o saputo della ‘leggenda dei chicchi di grano’?
Anche a questa domanda è stata data una risposta documentata: molto probabilmente Dante ebbe notizia del ‘raddoppio’ dalle opere di Averroè (ibn Rushd Averroe, 1126-1198, il commentatore di Aristotele). Dante infatti in più parti delle sue opere dimostra di aver assorbito le teorie aristoteliche attraverso il pensiero di “Averrois, che il gran commento feo” (Inferno, IV, 144). Aristotele nel “Posteriorum analiticorum liber” accenna alla “multiplicata proportio” dei matematici e Averroè per spiegarla ricorda colui che come ricompensa chiese “frumenti grana in numero multiplicato per numerum domorum ludi scacchorum”.
Però Dante potrebbe anche aver appreso la leggenda dagli scritti di Leonardo Fibonacci (1170-1250), in particolare dalla sua celebre opera, il “Liber Abaci”, scritta nel 1202.
Notizie su Fibonacci nel prossimo capitolo.