Il Seicento (2° parte)

Decadenza dello scacchismo italiano

 

Gioacchino Greco

 

Muove il Nero e patta

 

Questo studio di patta si trova nel Codice di Lorena, considerato il più raffinato codice scacchistico di tutto il Seicento, che fu compilato da un manoscritto di Gioacchino Greco.

 

Soluzione: 1…Ta1+  2. Tf1 T:f1  3. R:f1 Ah3!  e ora se il Bianco muove il Re o l’Alfiere segue A:g2, poi il Re nero si rifugia in h8 e la partita è patta. Patta ‘teorica’ poiché il Bianco ha il Pedone di Torre e l’Alfiere ‘cattivo’ (cioè che non controlla la casa di promozione del Pedone, in questo caso h8). Ovviamente la stessa cosa accade se il Bianco gioca  4. g:h3, dato che non cambia l’esito del finale il fatto che il Bianco abbia uno o due Pedoni sulla colonna di Torre.

 

 

Gioacchino Greco era soprannominato “il Calabrese” poiché nato a Celico in provincia di Cosenza: è ricordato come migliore giocatore in assoluto nel primo trentennio del Seicento.

Sulle origini ed i primi anni di vita di Gioacchino Greco c’è un certo mistero.

 

Secondo alcune fonti nacque nel 1600 in una famiglia di umili condizioni, poi tra il 1618 e il 1619 probabilmente grazie ai buoni uffici di qualche ecclesiastico locale fu mandato a Roma: nulla si sa di cosa abbia fatto tra la nascita e il viaggio a Roma, dove a quanto pare ottenne un posto come domestico dapprima al servizio di Monsignor Corsino di casa Minutoli Tegrimi, poi al servizio  del cardinal Savelli e di Monsignor Boncompagni.

 

Secondo altre fonti, basate sul ritrovamento di un vecchio manoscritto, nacque alla fine del 1590 da una famiglia illustre e secondo l’usanza fu rinchiuso a studiare nel collegio dei Gesuiti di Cosenza, dove ‘fu avviato a gustare le bellezze del gioco degli scacchi da Mariano Marani’, che gestiva per il Vicerè spagnolo e il Papa la riscossione dei vari tributi, ed era valente scacchista, e forse giocò anche con Paolo Boi. Stando a questa versione fra il 1610 e il 1620 visse a Roma, come scacchista professionista grazie alla protezione di numerosi monsignori, fra cui il cardinal Savelli e Francesco Buoncompagni, e in questo le due versioni coincidono, salvo che sulla ‘funzione’ svolta da Gioacchino presso gli ecclesiastici.

 

Dato che secondo una versione Gioacchino andò a Roma nel 1610, quindi quando aveva una decina di anni, e secondo l’altra intorno al 1618, quindi quando ne aveva almeno 18, si potrebbe pensare che realmente sia stato inizialmente mandato presso i Gesuiti ma che per qualche motivo ne sia stato presto allontanato e non abbia quindi seguito gli studi.

Del resto è confermato da tutti che i libri che scrisse avevano uno stile sgrammaticato, per quanto vivace, ed erano ricchi di errori grammaticali grossolani.

Qualunque fossero le sue origini, comunque, tutti concordano sul fatto che dopo aver imparato a giocare a scacchi  si sia dimostrato particolarmente bravo nel gioco.

Il vivere presso le case patrizie gli permise di affinarsi almeno un poco, tanto da poter dedicare ai suoi datori di lavoro delle raccolte di partite a scacchi commentate con uno stile, come abbiamo detto, sgrammaticato ma vivace.

Così tra il 1619 e il 1620, quando ancora era a Roma, scrisse il “Trattato del gioco degli scacchi”, in cui tra le tattiche applicate nel gioco, rimane ancora nota una sua vincente mossa detta “del Gambetto”.

Secondo gli studi dello storico Alessandro Sanvito Gioacchino Greco revisionò molte volte negli anni tra il 1620 e il 1625 il suo manoscritto aggiungendo di volta in volta nuove varianti, modifiche, correzioni, tanto da far pensare che fossero resti  diversi; molti di questi manoscritti sono oggi conservati nelle Biblioteche delle principali città europee.

La prima stesura dell’opera, quella del 1620, fu poi affidata ad un amanuense per una compilazione che potesse essere dedicata ai suoi mecenati e fu certamente merito di questo amanuense la correzione degli errori grammaticali più grossolani.

Risulta che ne furono vergate due copie, una dedicata al già menzionato Monsignor Corsino di casa Minutoli, l’altra ad un non meglio identificato Cardinale di casa Orsini.

Greco rimase a Roma fino al 1621 quando si trasferì a Nancy, dove nel 1622  il Trattato venne tradotto in francese. Gioacchino lo dedicò al duca Enrico II di Lorena; il trattato fu realizzato anche in questo caso da un amanuense su pergamena, in 148 ‘carte’ rilegate, ciascuna incorniciata da una bellissima decorazione.

Il titolo era “Trattato del nobilissimo Giuoco de’ Scacchi il quale è ritratto di guerra e di ragion di Stato. Diviso in sbaratti, Partiti e Gambetti, Giochi moderni, con bellissimi tratti occulti, tutti diversi. Di Gioacchino Greco calabrese.”

 

Probabilmente grazie al denaro donatogli da Enrico II, si parla di 5 mila scudi, Gioacchino poté lasciare Nancy e andare a Parigi e da qui in Inghilterra. Testimoniano il viaggio quattro raccolte di partite manoscritte con titolo in inglese, ma testo in italiano, datate Londra 1623: le mosse del Nero sono scritte in inchiostro nero, quelle del Bianco in inchiostro rosso.

Ma il periodo storico non era favorevole, si era in piena “Guerra dei Trent’Anni”, e per Gioacchino il viaggio oltremanica non fu positivo: sembra sia stato rapinato di tutto il denaro e abbia rischiato anche di perdere la vita.

Riuscì comunque a tornare in Francia, forse provò a tornare a Nancy, ma la morte di Enrico II nel 1624 lo riportò a Parigi (come testimoniano due manoscritti datati ‘Parigi 1624’), dove grazie alla sua abilità negli scacchi  acquisì grande fama  e guadagnò molto denaro. Le sue partite con La Salle, capitano delle guardie di Richelieu, con il duca di Nemours, gentiluomo di corte di Re Luigi XIII, e con il generale Arnauld de Courbeville, erano tra i principali argomenti di conversazione nei salotti bene di Parigi.

Qualche anno dopo, verso il 1629 o 1630, Gioacchino si recò in Spagna, alla corte di Filippo IV e da qui intraprese un viaggio verso le Indie Occidentali, si dice alla ricerca di qualcuno che potesse tenergli testa negli scacchi. Ma in questo viaggio morì.

Lasciò tutti i suoi averi ai gesuiti “per salvarsi l’anima” poiché considerava i molti guadagni fatti con gli scacchi illeciti, poiché lucrati al gioco.

 

Come abbiamo detto, il testo di Gioacchino Greco ebbe grande fortuna e diffusione in tutta Europa, ma non altrettanta in Italia. Presto infatti ci furono le copie a stampa: ci furono tre edizioni a stampa del Trattato mentre era in vita e, dopo la sua morte, se ne ebbero almeno altre cinquanta realizzate a Parigi, Bordeaux, Liegi, Bruxelles, L’Aia, Amsterdam, Londra e Lipsia.

 

Il lato tecnico

Gioacchino Greco è molto importante non solo come giocatore ma soprattutto per i suoi testi, raccolte di partite analizzate e commentate estesamente, veri e propri precursori dei moderni libri di teoria.  La vivacità dello scritto, le approfondite – almeno per l’epoca – analisi, in particolare le molte combinazioni brillanti, furono alla base del successo e ne favorirono la grande fortuna e diffusione in tutta Europa, ma, come detto, assai meno in Italia.

Greco analizzò soprattutto i giochi aperti, in particolare la Partita Italiana e quello che oggi è indicato come ‘Gambetto Lettone’,  ma che è  anche conosciuto come Controgambetto Greco (1. e4 e5;  2. Cf3 f5).

 

Di Greco ci sono arrivate un’ottantina di partite (quasi tutte reperibili sui siti internet), ma in nessun caso è noto il nome dell’avversario il che porta a pensare che, almeno in alcuni casi, si tratti di analisi e non di  partite realmente giocate.

Ne proponiamo tre.

 

 

Greco – NN

1619
1.e4 b6;  2.d4 Ab7;  3.Ad3 f5;  4.exf5 Axg2;  5.Dh5+ g6;  6.fxg6 Cf6 così il Nero prende rapidamente matto, era migliore Ag7.

 

Il Bianco muove e vince

 

Il Bianco vince con un bel sacrificio di Donna 7. gxh7! Cxh5;  8.Ag6 scacco matto.

 

 

NN – Greco

1620
1.e4 e5; 2.Cf3 Cc6;  3.Ac4 Ac5;  4.0-0 Cf6;  5.Te1 0-0;  6.c3 De7;  7.d4 exd4;  8.e5 Cg4;  9.cxd4 Cxd4; 10.Cxd4 Dh4;  11.Cf3 Dxf2+;  12.Rh1 Dg1+;  13.Cxg1 Cf2 scacco matto, un altro esempio del classico ‘matto affogato’.

 

Tipico dell’epoca era dare un vantaggio all’avversario In questa partita il Bianco gioca senza il Cavallo in g1.

 

Greco – NN

Spagna 1630

  1. e4 e5 2. Ac4 Cf6 3. d4 C:e4  4. d:e5 C:f2  5. Tf1 C:d1

 

Il Bianco muove e vince

 

  1. A:f7+ Re7 7. Ag5 scacco matto!

 

 

Il motivo della mancata diffusione in Italia del Trattato di Gioacchino Greco va ricercato nella situazione storica in cui si trovava a quell’epoca la nostra penisola: la mancanza di libertà politica e intellettuale degenerò in una ossessionante ricerca di originalità e novità che si incarnò in Giovan Battista Marino e nel marinismo.

 

                                     

 

 

 

Giambattista Marino

 

Giambattista Marino (1569-1625), napoletano, ebbe una giovinezza scapestrata: venne cacciato di casa e in seguito fu anche arrestato per immoralità; riuscì ad evadere e a fuggire da Napoli, diventando un poeta alla moda. Scappò prima a Roma, ove fu protetto dal cardinal Pietro Aldobrandini,  poi a Torino alla corte di don Carlo Emanuello di Savoia che gli conferì il manto di Cavaliere dei Santi Maurizio e Lazzaro. Si trasferì quindi a Parigi, dove dal 1615 al 1623 soggiornò alla corte di re Luigi XIII, protetto dalla madre dello stesso re, Maria de’ Medici.

Compose poemi, canzoni, madrigali: la fama gliela diede il sensuale e licenzioso poema epico “Adone”, 45.000 versi in rima,  terminato nel 1623, che narra degli amori tra Adone e Venere. Buona parte del canto XV è dedicato ad una partita a scacchi tra i due amanti.

 

Il suo stile, ricco di iperboli, perifrasi, similitudini ardite, a volte anche astrusità (“è del poeta il fin la meraviglia”), trovò in Italia molti imitatori e diede origine al cosiddetto “marinismo”, che influenzò soprattutto la letteratura dell’epoca, il cui obiettivo era stupire e meravigliare.

Seguiamo alcuni versi della partita, iniziando dalla descrizione della scacchiera.

Sessantaquattro case in forma quadra, inquartate per dritto e per traverso, dispon per otto vie serie leggiadra ed otto ne contien per ciascun verso. Ciascuna casa in ordine si squadra, di spazio ugual ma di color diverso, ch’alternativamente a bianco e brun distinto.

E poi i pezzi:

Ciò detto, versa da bell’urna aurata sul tavolier di calcoli due schiere, che di tornite gemme effigiata mostran l’umana forma in più maniere. Sedici sono e sedici e sì come vario è tra loro il color bianco e il bruno e varia han la sembianza e vario il nome, così l’ufficio ancor non è tutt’uno. Havvi Regi e Reine /…/ v’ha Sagittari e Cavalieri e Fanti e di gran rocche onusti, alti Elefanti.

E infine il movimento del Cavallo:

Il Cavallo leggier per dritta lista come gli altri, l’arringo unqua non fende, ma la lizza attraversa e fiero in vista curvo in giro e lunato il salto stende e sempre nel saltar due case acquista, quel colore abbandona e questo prende.

 

Erano gli anni di Caravaggio, di Tommaso Campanella, di Keplero, di Francesco Bacone.

Indirettamente il marinismo coinvolse anche gli scacchi: infatti mentre in tutto il resto dell’Europa le regole si unificavano e venivano codificate, i giocatori italiani “per stupire”, ma forse anche per il desiderio di non assoggettarsi ulteriormente a quanto accadeva Oltr’Alpe,  vollero mantenere, come già accennato, regole proprie. In particolare l’ “arrocco all’italiana” che permetteva a Re e Torre di posizionarsi in qualunque casa tra le due di partenza; poi la promozione del Pedone che poteva essere sostituito solo da un pezzo già catturato e quindi se non erano state effettuate catture restava in attesa nella casa di arrivo ed era detto ‘sospeso’; e infine la presa al passo (o al varco o en passant) che non era ammessa.

Tutto questo portò i nostri giocatori ‘a tavolino’ a giocare quella che poteva essere considerata una ‘variante’ del gioco: la strategia cambiava notevolmente e per questo gli italiani ben presto persero il loro primato a livello internazionale. Approfondiremo meglio l’argomento in seguito, per ora basti un semplice esempio: dopo l’arrocco moderno se il Nero ha un Alfiere in c5 che attacca il Pedone in f2 la spinta di questo Pedone in f4 non è permessa, dato che il Pedone è inchiodato; ma se si effettua l’arrocco “all’italiana” che permette di mettere il Re in h1 invece che in g1 la spinta in f4 è possibile.

Ovviamente non basta la mancata accettazione delle regole internazionali per giustificare la decadenza dello scacchismo italiano. Abbiamo detto che mentre in tutta Europa si assiste alla nascita dei grandi organismi nazionali, l’Italia resta divisa, resta contadina e resta analfabeta: è quindi un paese povero che non può competere con nazioni che si industrializzano e diventano sempre più ricche. Così in Italia si spegne quello che avevamo definito ‘professionismo scacchistico’, che invece si sviluppa all’estero dove gli scacchi si diffusero a macchia d’olio negli ambienti della borghesia e del mondo studentesco, tanto da arrivare alle grandi sfide e ai grandi tornei internazionali, per esempio il torneo di Londra del 1851 organizzato in occasione della prima Expo mondiale: se a questo torneo non prese parte alcun italiano – e come vedremo almeno uno, Serafino Dubois, avrebbe potuto giocarvi, – fu proprio per motivi economici.