E la Chiesa vietò gli scacchi …

“Noi siamo i pedoni della misteriosa partita a scacchi giocata da Dio. Egli ci sposta, ci ferma, ci respinge, poi ci getta uno a uno nella scatola del Nulla.”
Omar Khayan, poeta persiano, XII secolo

+++

L’inizio dell’ostilità religiosa verso gli scacchi ebbe origine in Italia.
Va ricordato dal punto di vista storico che, con l’anno Mille, superati i grossi timori della fine del mondo, tutta la Penisola fu pervasa da uno spirito nuovo.
Anche la Chiesa si adeguò e la riforma operata da Gregorio VII (Ildebrando dei Graziani, 1073-1085) diede i suoi frutti nell’opera di Pier Damiani, che sarebbe poi diventato vescovo di Ostia e in seguito proclamato santo e che Dante metterà in Paradiso; fu una delle figure di primo piano del secolo XI: con la sua parola impetuosa si scagliò contro la malvagità umana, contro l’antipapa Benedetto IX e combatté soprattutto contro i vizi del clero che a quanto pare a quell’ epoca si abbandonava troppo spesso e volentieri a cure ed interessi mondani … e si dedicava con eccessivo slancio al gioco degli scacchi.

Tutto ebbe origine dal fatto che nell’ottobre del 1061 Pier Damiani, di passaggio a Firenze, a quell’epoca piccolo borgo, venne informato che il vescovo locale, che risiedeva nella allora più importante vicina Fiesole, sarebbe sceso nel paese per celebrare la Messa. Ma a quanto pare il vescovo si mise a giocare a scacchi con il sacrestano, e dimenticò l’impegno!
Pier Damiani lo scopri e subito scrisse una lettera al Papa (Alessandro II, al secolo Anselmo da Baggio, 1061-1073), scagliandosi violentemente contro il gioco, del quale chiese e ottenne la messa al bando.
Pier Damiani nella sua lettera al Papa definì il gioco degli scacchi “disonesto, assurdo e libidinoso”; e inoltre ne approfittò per abbinare gli scacchi ai dadi, che come gioco d’azzardo erano proibiti dalla Chiesa. Purtroppo, infatti, a quei tempi in Italia si giocava spesso con l’ausilio dei dadi: questo perché gli scacchi erano considerati un passatempo bello ma lungo e quindi per evitare troppo lunghe riflessioni sulle mosse spesso si designava il pezzo da muovere tirando i dadi, a prescindere dalla logica della posizione. Così non solo si velocizzava la partita, ma si evitava che il più bravo vincesse sempre, il che permetteva e anzi invitava alle scommesse.
L’utilizzo dei dadi, ovviamente, favoriva la concezione degli scacchi come gioco d’azzardo. E poiché i giochi d’azzardo ed i giochi con i dadi erano, come già abbiamo detto, vietati dalla Chiesa, Papa Alessandro II, tra l’altro eletto da poco, di fronte alla lettera di Pier Damiani non poté fare altro che sancire il divieto anche per gli scacchi.

La condanna papale venne però superata da molti nobili con la ufficializzazione della netta differenza tra il gioco degli scacchi e il gioco dei dadi. Anzi, verso il 1070 Pedro Alfonsi, medico di Alfonso VI di Castiglia e Leon, inserì gli scacchi tra le discipline cavalleresche.

E anche il popolo in realtà continuò a giocare a scacchi, senza preoccuparsi troppo della condanna ecclesiastica: le carte non erano ancora state inventate, e quindi gli scacchi erano praticamente il solo passatempo dell’epoca.
Per esempio in una cronaca della città di Pisa del 1168 si legge che l’inverno fu particolarmente rigido e l’Arno ghiacciava; uomini e donne usavano recarsi sul fiume e porre sul ghiaccio tavoli e sedie, poi giocavano a scacchi.

++++

****INTERLUDIO

La Basilica di San Savino a Piacenza

La chiesa di San Savino a Piacenza, importante espressione del romanico lombardo, venne consacrata dal vescovo Aldo nel 1107. Il mosaico pavimentale, ancora ben conservato e visitabile, comprende quattro scene che rappresentano le virtù cardinali. Una scena rappresenta una vera e propria posizione di partita a scacchi e si ritiene che possa simboleggiare la Prudenza. E’ considerata un unicum nella storia dell’arte e degli scacchi.

++++

Se il gioco degli scacchi ‘sopravvisse’ nonostante la condanna della Chiesa, un po’ di merito – sebbene indiretto – lo ebbero anche le prime Crociate, in particolare la prima (iniziata nel 1096) che vide protagonisti molti uomini di bassa condizione e di condotta non irreprensibile, dediti quindi al saccheggio. E nelle tende arabe gli oggetti più preziosi erano proprio i pezzi degli scacchi, realizzati spesso in avorio e spesso decorati con gemme preziose, come agata, ambra, oro, argento, ametista, turchese, topazio. E anche le scacchiere erano spesso costruite con i legni più rari e preziosi. Così i pezzi vennero riportati in patria come bottino di guerra mentre le scacchiere vennero donate alle chiese come offerta votiva o usate come vessillo diventando in molti casi vere e proprie insegne cavalleresche.
Tuttavia nel 1128 san Bernardo di Chiaravalle, emanando le regole per l’ordine dei Templari, mise gli scacchi al bando.
Per qualche decennio gli scacchi rimasero in una sorta di limbo, ma la loro diffusione dovette essere costante visto che nel 1196 Oddone di Sully, vescovo di Parigi, proibì formalmente il gioco degli scacchi ai chierici.
Due anni dopo, nel 1198 divenne papa (fino al 1216) Innocenzo III – al secolo Lotario dei conti di Segni, che era un appassionato scacchista, tanto che sul suo stemma si trovava una scacchiera sulla quale era posata un’aquila.
A Innocenzo III venne attribuita la breve operetta moraleggiante “Quaedam Moralitas de Scaccario”, in realtà quasi certamente non scritta da lui, bensì a lui solo dedicata; oggi si ritiene che l’opera sia stata scritta da un francescano inglese, Giovanni Gallensis. Spiegando il movimento dei pezzi l’autore muove critiche piuttosto aspre a vescovi e prelati in genere, spesso accusandoli di mondanità e corruzione: sono proprio tali critiche che rendono del tutto improbabile la attribuzione dell’opera al papa e forse fu proprio per fugare ogni dubbio che nel 1212 lo stesso Innocenzo in occasione del Concilio plenario di Parigi fece ribadire dalla Chiesa la condanna del gioco degli scacchi di due secoli prima.
Condanna che ancora una volta non ebbe peso particolare, basti pensare che nel 1236 un inventario segnala nel vescovado di Lucca due serie complete di pezzi di diverso colore.
Forse la condanna ebbe più influsso in Francia: infatti nel 1254 il re di Francia Luigi IX, poi canonizzato come san Luigi, al rientro dalla Terra Santa per la morte della madre (era stato quattro anni presso gli infedeli in Egitto dopo la Crociata del 1248) ribadì la proibizione di Oddone di Sully del 1196 e proibì gli scacchi con una ordinanza. Molti dissero che questa decisione fu dovuta soprattutto alle molte sconfitte subite in quei quattro anni, ma vera o no che possa essere questa malignità, l’anno dopo, in occasione del Concilio cosiddetto Biterrense del 1255, riunito a Bèziers, si registrò la condanna “ufficiale” del gioco da parte della Chiesa, confermando così l’ordinanza di Luigi IX.

Tuttavia si continuò a giocare, soprattutto tra i nobili.
Lo dimostra per esempio il fatto che le cronache riportano che Corradino di Svevia, quando nel 1268 gli viene comunicata la notizia della condanna a morte, stava giocando a scacchi con il cugino Federico d’Austria.