Gli scacchi nella seconda metà dell’Ottocento (parte prima)

Howard Staunton e Adolph Anderssen

Uno dei più rappresentativi scacchisti dell’Ottocento fu l’inglese Howard Staunton (Londra, 1810-1874).

Poco si sa delle sue origini e nulla di preciso si sa di lui fino al 1835, quando apparve sulla scena scachistica; probabilmente anche il nome con cui oggi è noto non era il suo vero nome: secondo alcune fonti era figlio illegittimo di Frederik Howard, quinto conte di Carlisle: lui cercò del resto di favorire questa versione.

Documenti dell’epoca indicano come luogo di nascita Westmorland, altri Keswick (Cumberland). Risulta anche che si sia iscritto all’Università di Oxford ma che non abbia mai completato gli studi.

Iniziata la carriera teatrale, divenne presto una indiscussa autorità su Shakespeare; imparò a giocare a scacchi tardi, a 26 anni, poiché, diceva, da buon patriota voleva vendicare la sconfitta subita da Mac Donnell. In poco tempo divenne il miglior giocatore di Londra, nel 1840 fondò il Chess Player’s Chronicle, prima rivista di scacchi in lingua inglese, che diresse fino al 1845, anno in cui iniziò una rubrica sull’ Illustrated London News che portò avanti fino alla morte, e finalmente nel 1843 sconfisse il francese Saint-Amant (+11 =4 -6) in un match giocato dal 14 al 20 dicembre nel celebre Cafè de La Regence. Questo risultato provocò il subitaneo crollo dell’egemonia francese, mentre Staunton cominciò ad essere considerato uno dei più forti giocatori dell’epoca.

Alto, dal portamento eretto, le spalle ampie, la chioma leonina, Staunton ‘si muoveva come un re’ e vestiva elegantemente, in modo quasi ricercato, con un gusto che gli derivava probabilmente dai suoi trascorsi di attore.  Nel febbraio del 1849 si sposò e, rendendosi conto delle sue nuove responsabilità, cercò un lavoro meno rischioso di quello di scacchista professionista, anche se nel frattempo aveva preso ad autodefinirsi “miglior giocatore del mondo di scacchi”.

 

Per confermare tale qualifica con i fatti, Staunton organizzò nel 1851 a Londra il primo torneo internazionale della storia degli scacchi, in occasione della prima EXPO della storia.

Fu giocato presso il Circolo San Giorgio, nonostante la netta opposizione del Circolo scacchistico di Londra, e fu voluto dallo stesso Staunton, che ne dettò anche il regolamento: Staunton era sicuro di vincere e di poter così suggellare ufficialmente la sua superiorità.

Ma le cose andarono diversamente: il torneo, disputato con la formula a matches con 16 partecipanti, vide la vittoria a sorpresa del professore di matematica Adolph Anderssen (1818-1879), insegnante al Friederich Gymnasium di Breslavia in Germania, suo paese natale.

La formula del torneo prevedeva l’eliminazione diretta nel primo turno per chi avesse perso due partite senza contare le patte (comunque allora assai poco frequenti: furono infatti solo 7 su 85 partite). Dal secondo turno in avanti erano invece necessarie quattro vittorie per qualificarsi alla fase successiva. Da notare che in questi match i giocatori avevano sempre i pezzi del medesimo colore; alternativamente, però, avevano il diritto ad effettuare la prima mossa della partita pur avendoi pezzi neri.

Anderssen superò nel primo turno Kieseritzky, poi Szen, quindi sconfisse Staunton per 4 a 1.

 

Seguiamo la prima combattuta partita del decisivo match.

 

Anderssen – Staunton

  1. e4 e5 2. Cf3 Cc6 3. d4 e:d4 4. Ac4 Ac5 5. 0-0 d6 6. c3 Cf6 7. c:d4 Ab6 8. Cc3 Ag4 9. Ae3 0-0 10. a3 De7 11. Dd3 A:f3 12. g:f3 Dd7 13. Rg2 Ch5 14. Ce2 Ce7 15. Cg3 C:g3 16. h:g3 d5 17. Aa2 Tad8 18. Tad1 c6 19. Th1 Cg6 20. Th5 d:e4 21. f:e4 Dg4 22. Tdh1 T:d4 23. Dc3 T:e4 24. T:h7 Ad4 25. A:d4 T:d4 26. T1h4 C:h4+ 27. T:h4 D:h4 28. g:h4 T:h4 29. Dg3 Th5 30. f4 Tb5 31. b4 Td8 32. Ac4 Td2+ 33. Rg1 Td1+ 34. Rf2 Tf5 35. Dg4 1-0.

 

Infine Anderssen  si aggiudicò il torneo battendo in finale l’inglese Wywill.

Staunton, che pensava di vincere alla grande, esordì battendo facilmente Brodie (+2), poi superò Horwitz (+4 =1 -2). Dopo la sconfitta con Anderssen perse anche la finale per il terzo posto contro Williams. Trovò come scusante per la mancata vittoria le responsabilità organizzative e al termine del torneo lanciò una sfida individuale ad Anderssen; ma questi era un insegnante e doveva rientrare per l’inizio della scuola, così la sfida non ebbe luogo.

 

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Il torneo di Londra 1851

 

La classifica finale del torneo: Anderssen, Wywill, Williams, Szen, C. Kennedy, Horwitz, Mucklow, Bird, Lowenthal, Kieseritzky, Love, Brodie, Newham, Mayet, E.S.Kennedy.

Montepremi di ben 8.887 franchi, dei quail oltre 4.500 andarono al vincitore. Nel primo turno eliminazione alla seconda sconfitta, dal secondo erano necessarie 4 vittorie per passare il turno.

Per la sua vittoria a Londra Anderssen è considerato da molti il primo campione del mondo di scacchi; in realtà egli non fece nulla per attribuirsi il titolo, né alcuno ne perorò la causa.  Forse le cose sarebbero andate diversamente se fosse stato Staunton a vincere il torneo….

 

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Nel 1853 Staunton tornò alla carica sfidando ‘qualsiasi giocatore del mondo’ – ma evidentemente puntava ad Anderssen – in un match su 21 partite con in palio una posta di 150 sterline; anche questa sfida non venne raccolta e Staunton a questo punto abbandonò praticamente il gioco, dedicandosi agli studi e al commento delle opere di Shakespeare.

Staunton ideò vari “gambetti” contemplati ancor oggi dalla teoria delle aperture: per esempio nella Partita Olandese dopo 1. d4, f5; la spinta 2. e4, una continuazione interessante che può mettere il Nero in difficoltà.

Nel 1847 scrisse il Chess Player Handbook che ebbe grande fortuna e venne ristampato fino al 1935. Diede anche il nome al modello di pezzi poi usato in tutti i tornei. In realtà i pezzi furono realizzati nel 1835 da Nathaniel Cook che li brevettò nel 1849, lasciando poi scadere il brevetto e permettendo a Staunton di immetterli sul mercato con il suo nome.

 

 

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Due momenti salienti della storia degli scacchi

 

Due momenti salienti nella storia scacchistica: 1870 e 1883.

1870: nel torneo di Baden-Baden vengono ammesse per la prima volta le partite “patte”, cioè pari, che prima venivano invece ripetute fino alla vittoria di uno dei due giocatori.

1883: in un altro torneo disputato a Londra (vinto da Zukertort), appare per la prima volta in torneo l’orologio segna-tempo: era stato ideato da Thomas Bright Wilson (1843-1915), segretario del Manchester Chess Club, con i suggerimenti di Henry Blackburne. Consisteva in due orologi posti su un’asse in legno e collegati in modo che quando se ne bloccava uno si metteva in moto l’altro.

 

 

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Adolph Anderssen è stato uno dei più grandi giocatori europei a metà dell’Ottocento. Dopo la vittoria a Londra molti lo ritennero il migliore in assoluto, ma il suo predominio non durò a lungo poiché, nel 1858, venne sconfitto in un match dall’americano Paul Morphy.

 

Gli scacchi in Italia

 

Un rapido accenno a quanto avveniva in Italia.

Anche nell’Ottocento continuò il distacco dallo sviluppo del gioco in Europa; un solo italiano cercò di risvegliare l’ambiente: Serafino Dubois (1817-1899) che non solo giocò svariate sfide, ma partecipò anche a molti tornei internazionali: a Londra nel 1862 fu quinto nel torneo vinto ancora da Anderssen. Fondò due riviste di scacchi, nel 1859 e nel 1868, che però ebbero vita breve, anche a causa del particolare periodo storico italiano.

 

Vediamo una graziosa miniatura di Dubois, giocata a Roma nel 1859, forse durante una ‘simultanea’ (cioè mentre giocava con più avversari contemporaneamente), contro un avversario di cui non si sa il nome.

 

1.e4, e5; 2. f4, e:f4; 3. Cf3, g5; 4. h4, g4; 5. Ce5, Cf6; 6. Ac4, d5; 7. e:d5, Ad6; 8. d4, Ch5; 9. C:g4, Cg3; 10. Th2, De7+; 11. Rf2, h5; 12. Ce5, A:e5; 13. d:e5, Dc5+; 14. Re1, Dg1+; 15. Af1, D:f1+; 16. Rd2,

16…Ce4 scacco matto!

Nel 1862 Dubois giocò un match con Steinitz, che a Londra 1862 era arrivato sesto: perse per 5 a 3 con una patta; la curiosità è che tutte le partite di questo match vennero analizzate da Bobby Fischer sulla rivista statunitense  ‘Chess Life’ un secolo dopo, nel 1964.

 

Comunque l’opera di Dubois non doveva restare lettera morta. Gli scacchi ripresero vigore anche in Italia; nel 1872 nasceva la “Nuova rivista degli scacchi” fondata dal magistrato Amerigo Seghieri (1831-1894) e dall’avvocato Emilio Orsini (1839-1898); la rivista vide la luce a Livorno e continuò le pubblicazioni per trent’anni.

 

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L’Alfiere italiano

 

Nei diagrammi l’Alfiere raffigurante un elmo con visiera di foggia medievale, detto ‘Alfiere italiano’, fu disegnato da Giacomo  De Medina di Livorno e venne usato per la prima volta dalla “Nuova rivista degli scacchi” nel 1875.

 

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Intanto nascevano circoli scacchistici in varie città e organizzati i primi tornei nazionali: Roma 1875, Livorno 1878, Milano 1881, Venezia 1883, Roma 1885, Torino 1892.

Nel 1897 per iniziativa della Accademia Romana degli Scacchi sorgeva l’Unione Scacchistica Italiana (USI), cui aderirono i circoli di Genova, La Spezia, Torino, Treviso, Livorno, Napoli, Palermo e Catania.

L’USI, che si scioglierà allo scoppio della prima guerra mondiale, organizzò cinque tornei: Roma 1900, Venezia 1901, Firenze 1905, Milano 1906 e ancora Roma 1911.

 

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Origine del nome ‘Difesa Siciliana’

 

Il primo accenno al Gioco Siciliano si trova nel libro di J.H. Sarratt  The works of Damiano, Ruy Lopez and Salvio on the Game of chess, pubblicato a Londra nel 1813.

A pag. 367 si legge: “Le seguenti quattro partite sembrano particolarmente adatte a permettere al giocatore di giudicare se la spinta di due passi del Pedone dell’Alfiere di Donna sia una apertura vantaggiosa per il secondo giocatore. Queste partite sono state tratte da un raro e prezioso manoscritto, Il Giocho Siciliano”.

Ricordiamo che la Difesa Siciliana è caratterizzata dalle mosse  1. e4, c5.

Il Seicento (parte 4)

Grande diffusione degli scacchi

Galileo Galilei

Comunque, nonostante tutto, nell’Italia del Seicento gli scacchi continuarono ad essere diffusi e giocati.

Tra i “vip” dell’epoca va citato sicuramente Galileo Galilei che imparò a giocare a scacchi probabilmente a Padova dove passò gran parte della sua giovinezza. La sua conoscenza del gioco e il suo apprezzamento per la varietà delle combinazioni venne però confermata solo in tarda età –  allora Galileo aveva 76 anni – in una lettera inviata da Arcetri, dove Galileo si era ritirato dopo la ‘abiura’ del 1633 e dove morirà nei primi giorni del gennaio 1642. La lettera fu scritta il 13 marzo 1640 ed era indirizzata a Leopoldo de’ Medici, allora governatore di Siena.

Si sa che la famiglia de’ Medici ebbe molti componenti appassionati di scacchi, già a partire da Giovanni figlio di Lorenzo il Magnifico, ovvero papa Leone X; va poi ricordato Cosimo I del quale a Firenze, nella Galleria di Palazzo Pitti, si conserva una ricca scacchiera. E quando l’Ordine di Santo Stefano riordinò i propri statuti, i granduchi Cosimo II e Ferdinando II, ai quali Galileo fu legato da vincoli di amicizia (da Ferdinando ottenne la cattedra di matematica all’Università di Pisa), nella loro qualità di Gran Maestri dell’Ordine fecero approvare un emendamento grazie al quale il gioco degli scacchi venne permesso “xpressis verbis” ai Cavalieri dell’ordine stesso: “Chi giuocherà in palazzo o in palazzetto ad altri giochi che a scacchi e tavole, incorra in pena della settena” (da Statuti dell’Ordine dei Cavalieri di Santo Stefano, Firenze, 1665). Con ‘tavole’ si intendeva quasi certamente il gioco della dama.

 

Galileo, scrivendo a Leopoldo, si avvalse degli scacchi per una efficace similitudine, lamentando che la cecità gli impediva di scrivere di persona, costringendolo a dettare: “E creda l’Altezza Vostra Serenissima (…) che dallo scrivere servendosi degli occhi e della mano propria, al dover usare quella di un altro, vi è quasi quella differenza che altri nel gioco degli scacchi troverebbe tra il giocar con gli occhi aperti e il giocar con gli occhi bendati o chiusi. Imperocché in questa seconda maniera (…) è impossibile tenere a memoria delle mosse d’altri più; né può bastare il farsi replicare più volte il posto dei pezzi con pensiero di poter produrre il gioco fino all’ultimo scacco, perché credo si tratti poco meno dell’impossibile.”

Dunque nell’opinione del grande scienziato sarebbe praticamente impossibile seguire lo svolgimento della partita fino al matto (‘fino all’ultimo scacco’) senza l’ausilio della scacchiera. Si può da questa frase dedurre che Galileo abbia tentato di giocare a scacchi alla cieca, ma senza risultato? Si deve da questa frase dedurre che Galileo non fosse al corrente dell’esibizione di Buzzecca proprio a Firenze quattro secoli prima? Non avremo mai una risposta a queste domande. In ogni caso quanto scritto da Galileo, pur se fondato su una sopravvalutazione delle difficoltà del gioco, costituisce ancor oggi un autentico “elogio degli scacchi”.

 

 Una famiglia milanese

Un’altra conferma della diffusione degli scacchi si ebbe nel 1652, quando Alfonso Litta fu nominato arcivescovo di Milano. La nomina fu dovuta sopratttutto alla abilità da parte della famiglia  Litta a trattare con gli spagnoli. I Litta erano appassionati di scacchi, nel loro stemma vi era una scacchiera, e questa loro passione era nota al popolo tanto che quando Alfonso entrò in città per prendere possesso della Arcidiocesi il percorso fu addobbato con numerosi riferimenti scacchistici e alla fine fu posta una scacchiera completa di pezzi sulla quale spiccava il motto “in me vis sortis nulla sed ingenium” (nessun influsso della sorte, solo abilità) per indicare che Alfonso aveva raggiunto la carica non per fortuna ma grazie alle sue capacità.

 

 Francesco Piacenza

Di Francesco Piacenza (nato a Napoli nel 1637), fu pubblicato a Torino nel 1683: “I campeggiamenti degli scacchi” (in realtà il titolo come di moda allora era molto più lungo), una raccolta di aneddoti e curiosità sui giocatori italiani del XVII secolo e sulle regole allora in uso, anche se a volte per così dire le contestava: per esempio propugnava la promozione del Pedone esclusivamente a Donna e non a pezzo minore.

Tra le curiosità una strana e  particolare forma di arrocco – “alla africana” – che scrive di aver imparato giocando a Livorno con un egiziano: il Re muoveva in una casa a scelta tra d2, e2, f2 – purché libera, poi alla mossa successiva la Torre occupava la casa di partenza del Re (ovvero e1) e il Re si portava nella casa della Torre con cui ‘arroccava’.

Piacenza era particolarmente abile nel dare matto con un pedone o pezzo ‘segnato’ il che non è così facile come sembra poiché la cattura del pezzo ‘segnato’ da parte dell’avversario implica la perdita della partita. Dimostrò questa sua abilità in molte partite giocate a Roma, Napoli, Venezia, Livorno e Torino e anche in Germania dove visse per quasi otto anni come segretario dell’Ambasciatore di Sua Maestà Cattolica. E sembra che in questo modo abbia giocato con in palio ricche somme di denaro e sembra che abbia vinto molto.

Il testo di Piacenza non è particolarmente importante dal punto di vista tecnico o teorico, anche se introdusse il termine “fianchetto” e usò la dizione “matto affogato” con significato molto simile a quello attuale.

Tuttavia per lui “fianchetto” indicava un particolare inizio di partita, ovvero la spinta di due passi del Pedone di Alfiere seguita dallo sviluppo del Cavallo dietro al Pedone: quindi 1. c4 e 2. Cc3, oppure 1. f4 e 2. Cf3. Invece con “matto affogato” indicò lo scacco matto al Re bloccato dai suoi stessi pezzi, differenziandosi nettamente da quanto riportato nei testi precedenti al suo, ove il “mate ahogado” teorizzato da Ruy Lopez equivaleva all’attuale ‘stallo’.

Il Seicento (parte prima)

Gli scacchi leciti grazie a San Francesco di Sales

Il 1600 fu proclamato Anno Santo: Roma e l’Italia si trovavano sotto la cappa della Controriforma, la Chiesa di Roma era una cittadella assediata dalla Riforma Luterana che aveva spaccato la cristianità. L’influsso di Giordano Bruno, bruciato vivo sul rogo il 17 febbraio 1600 fu forse uno degli ultimi tentativi della Chiesa, rappresentata in particolare dal cardinal Bellarmino, di bloccare un’era nuova per la libertà di pensiero, tentativi che però proseguiranno, basti pensare a Galileo Galilei costretto alla famosa ‘abiura’ nel 1633.

Nel 1605 salì al soglio pontificio Camillo Borghese con il nome di Paolo V; aveva 53 anni, morirà nel 1621, lo steso anno in cui morirà Bellarmino. Paolo V lavorò alla riforma della Chiesa e cercò in tutti i modi di mantenere la pace in Europa, evitando di pronunciarsi a favore della Spagna o della Francia. Ma purtroppo i suoi sforzi furono vani. Leggi tutto “Il Seicento (parte prima)”

Il Cinquecento (parte 2)

Pittori italiani scacchisti

Sono numerosi i pittori del Cinquecento che dipingono soggetti scacchistici; di solito sapevano anche giocare, con qualche rara eccezione.

Iniziamo la nostra panoramica parlando degli italiani.

Va notato che in molti casi la scacchiera, pur rappresentando una posizione possibile, è posta in modo errato, cioè con la casa in basso a destra del giocatore (h1 e a8) nera invece che bianca: accade anche oggi, in molte pubblicità e in molti film, quando la materia è trattata da chi non è scacchista  o da chi non ritiene opportuno consultare un esperto.

Questo errore lo si nota (anche se solo per uno schieramento) nel bel dipinto di Sofonisba Anguissola, che pure era una giocatrice, e ancora nei quadri di Giulio Campi, anche lui comunque giocatore, e Paris Bordon.

La scacchiera è invece in posizione corretta nel dipinto “I giocatori di scacchi” di Ludovico Carracci.

 

 

 

Sofonisba Anguissola

 

Nata dalla nobile famiglia piacentina degli Anguissola, Sofonisba fu una delle prime esponenti femminili della pittura europea e rappresentò la pittura italiana rinascimentale al femminile. Era la prima dei sette figli di Amilcare Anguissola e di Bianca Ponzoni, entrambi di famiglia nobiliare; nacque probabilmente nel 1528.

Imparò a giocare a scacchi da bambina, come poi tutti i fratelli e le sorelle, poiché il padre riteneva la conoscenza del gioco fondamentale per l’educazione.

Sofonisba Anguissola partecipò come figura di spicco alla vita artistica delle corti italiane data anche la sua competenza letteraria e musicale, ed ebbe una fitta corrispondenza con i più famosi artisti del suo tempo. Fu citata anche nelle Vite di Giorgio Vasari grazie a Michelangelo Buonarroti che sosteneva che la giovane fanciulla avesse talento. Fu il padre di Sofonisba a scrivere a Michelangelo e a mandargli i disegni della figlia. Fra quei disegni c’era anche un Fanciullo morso da un granchio, nel quale la giovanissima artista cremonese, allora poco più che ventenne, aveva colto l’espressione del dolore infantile con un’invenzione che piacque molto al grande artista fiorentino. Quella smorfia di dolore fermata da Sofonisba la ritroviamo poi nel “Ragazzo morso da un ramarro” di Caravaggio.

Nel 1555 dipinse “Partita a scacchi” raffigurando le sorelle Lucia, Minerva ed Europa mentre giocano a scacchi sotto lo sguardo della anziana governante.

 

Partita a scacchi, 1555, Poznàn, Museo Nazionale  collezione Radzinsky

Nel 1559 Sofonisba approdò alla corte di Filippo II di Spagna, come dama di corte della regina, Elisabetta. Qui ebbe occasione di mettere in mostra anche le sue doti di scacchista, dato che il Nobil Giuoco era molto apprezzato e praticato a corte. Quasi certamente conobbe Ruy Lopez.

Fu la ritrattista della famiglia reale fino alla morte, nel 1568, della sua protettrice.

Nel 1573 sposò il nobile siciliano Fabrizio Moncada e si trasferì in Sicilia; rimasta vedova, Sofonisba lasciò l’isola: conobbe e sposò, in seconde nozze, il nobile genovese Orazio Lomellini a Pisa nel 1579. Tornata nel 1615 con il nuovo marito a Palermo, dove egli aveva numerosi interessi, Sofonisba continuò a dipingere raggiungendo una grandissima fama, tanto che il celebre Antoon van Dyck, confessò tutta la sua ammirazione per l’arte di Sofonisba.

Sofonisba Anguissola morì  il 16 novembre 1625, e fu sepolta nella chiesa palermitana di San Giorgio dei Genovesi, dove ancora oggi si trova la lapide del sacello nella navata destra.

 

Giulio Campi

Pittore e architetto cremonese (1502-1572), l’opera di maggiore impegno della sua maturità fu la ricostruzione della chiesa delle sante Margherita e Pelagia nel 1547 su incarico di Marco Gerolamo Vida, che allora ne era il priore e che come sappiamo era scacchista.

Qui il Campi si espresse come architetto, pittore e scultore.

Fu probabilmente il rapporto con Vida che spinse Campi a dipingere “Giocatori di scacchi”, che nel 1963, quando il quadro si trovava ancora nella collezione genovese Nigro, fu attribuito a Sofonisba Anguissola  dallo storico dell’arte Roberto Longhi, che però nello stesso tempo mise in evidenza certe affinità con Allegoria, dipinto proprio di Giulio Campi, conservato a Milano, al Museo Poldi Pezzoli. Successivamente la critica attribuì formalmente il dipinto a Campi.

Il tema della partita a scacchi, a Cremona in particolare, era influenzato dal poema ‘Scacchia Ludus’ di Marco Gerolamo Vida, da poco ristampato e di cui abbiamo già parlato.

Il gioco degli scacchi era spesso presente nella iconografia, ma nel dipinto di Campi la scena è complessa, per la presenza di altre figure che appaiono spettatori (o complici) della tenzone.

 

Il simbolismo e le allusioni dell’opera di Campi sono molto differenti da quelle presenti nella ‘Partita a scacchi’ dipinta da Sofonisba Anguissola pochi anni più tardi. La scacchiera, solamente in piccola parte visibile e con pochi pezzi che nulla dicono sullo svolgimento del gioco, è solo un pretesto. La donna è una immagine di Venere, vittoriosa sull’uomo (che riuscirà a sedurre). Marte è rappresentato di spalle, celato dall’armatura,

E’ stato notato che agganciato a una catenella che pende dal cinturino che le sostiene il seno, la donna-Venere porta uno zibellino, un curioso accessorio di moda femminile cinquecentesco. La pelliccia di un animale di piccole dimensioni è poggiata sulle sue spalle. Lo zibellino, simbolo di fertilità, era riservato alle donne sposate. Identico accessorio ritorna nel Ritratto di Bianca Ponzoni Anguissola, dipinto da Sofonisba Anguissola.

 

 

 

Paris Bordon 

Paris Bordon, o Bordone, nacque a Treviso nel 1500 e morì a Venezia nel 1571. Fu allievo o comunque frequentò la “bottega” di Tiziano. Poi in seguito ad un mutamento del gusto, nella sua pittura dominò l’elemento manieristico. Per la sua attività di ritrattista fu chiamato nel 1538 alla corte dei Francia e due anni dopo ad Augusta in Germania. Suoi dipinti si trovano a Venezia, a Brera a Milano e alla National Gallery di Londra.

Per gli scacchi dipinse un doppio ritratto di due gentiluomini impegnati in una partita nella tranquillità di una villa “in terraferma”, una immagine da molti critici definita ‘teatrale’.

 

Unica nota stonata è la scacchiera posta nel modo ‘sbagliato’, cioè con la casella h1 nera anziché bianca, la qual cosa sembra testimoniare la poca o nessuna confidenza dell’autore del dipinto con il nostro gioco.

 

 

Nonostante questo il dipinto è stato comunque utilizzato in alcune copertine di libri e romanzi a trama scacchistica.

 

 

 

Ludovico Carracci

Il pittore Ludovico Carracci (Bologna, 21 aprile 1555 – 13 novembre 1619) è stato il più anziano esponente della famiglia dei Carracci, cugino dei fratelli Agostino e Annibale Carracci, con i quali ad un certo momento fondò  l’Accademia degli Incamminati una scuola/bottega privata , che fu una rilevantissima fucina di talenti: alcuni dei migliori pittori italiani del primo Seicento vantarono un apprendistato presso i cugini Carracci.

Imparò a giocare a scacchi quasi certamente in famiglia, da ragazzino insieme ai cugini,

Si formò viaggiando a Firenze, Parma, Mantova, Venezia, e fu proprio nella città lagunare che probabilmente dipinse nel 1590 dipinse “Giocatori di scacchi”.

 

 

Successivamente venne anche in contatto con il pittore Camillo Procaccini (1561-1629) con il quale tra il 1607 e il 1609 lavorò alla realizzazione di affreschi per il Duomo di Piacenza, città dove ebbe di nuovo l’occasione di dedicarsi agli scacchi.

Prediligeva la pittura religiosa finalizzata alla moralizzazione e come stimolo devozionale.

Il Quattrocento (parte 3)

Lucena – Savonarola – Pietro da Ravenna – Gilio de’ Zelati

 

Nel 1495 fu pubblicato, il primo testo a stampa di teoria e di tecnica, attribuito allo spagnolo Francesco Vicent; titolo “El libre dels jochs partitis dels scachs en nombre de 100”. Purtroppo tutte le copie sono andate perdute.

 

Un altro libro dedicato, anche se indirettamente, alla regina Isabella apparve – probabilmente tra la fine del 1496 ed i primi mesi del 1497 – a Salamanca. Si tratta del libro di un altro spagnolo, Luis Ramirez de Lucena (nato tra il 1465 e il 1475, morto intorno al 1530), la più antica opera a stampa a carattere tecnico giunta fino a noi.

Si intitolava “Repeticion de amores et Arte del Axedrez con 150 juegos de partido” ed era in parte dedicato a Giovanni III,  figlio di Re Ferdinando e di Isabella di Castiglia.

Dei juegos de partido, l’equivalente dei moderni problemi, una parte seguiva le vecchie regole (del viejo) del movimento della Regina e una parte le nuove (a la rabiosa). Leggi tutto “Il Quattrocento (parte 3)”