Gli scacchi nella seconda metà dell’Ottocento (parte seconda)

Paul Morphy

Come abbiamo visto, Adolph Anderssen è stato uno dei più grandi giocatori europei a metà dell’Ottocento. Dopo la vittoria a Londra molti lo ritennero il migliore in assoluto, ma il suo predominio venne interrotto quando, nel 1858, venne sconfitto in un match dall’americano Paul Morphy.

 

I Morphy erano una famiglia di origine mista, ispano-franco-irlandese, che aveva acquisito un posto al sole nella società di New Orleans. Paul Charles Morphy, figlio di Alonso, giudice dell’Alta Corte della Louisiana, nacque il 22 giugno 1837. Già verso i 12 anni era il miglior giocatore di scacchi della città, avendo superato padre, zio e nonno accaniti giocatori; nel 1850 fece visita a New Orleans il maestro ungherese Johann Lowenthal che giocò con il ragazzo due  partite con il risultato ufficiale di una pari e una persa.

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Gli scacchi nella prima metà dell’Ottocento

L’ondata di rinnovamento che nella prima metà dell’Ottocento permeò l’Europa, non poteva non coinvolgere anche gli scacchi. Fu un vasto movimento spirituale che rinnovò profondamente le lettere, le arti e il pensiero e influenzò anche la vita politica e sociale, facendo passare l’Europa da un regime politico di autorità ad una nuova concezione di libertà. Questo anelito di originalità e creatività, che portò ad una nuova concezione dell’Uomo e dell’Universo, è oggi conosciuto come Romanticismo. Leggi tutto “Gli scacchi nella prima metà dell’Ottocento”

Tra Settecento e Ottocento

Tentativi eterodossi

Uno degli aspetti più caratteristici, ma sotto un certo aspetto anche più divertente, degli scacchi è la ‘resistenza’ alle molte variazioni al gioco classico che nel corso dei secoli sono state proposte.

Sin dal Medio Evo ci sono state proposte per modificare la forma della scacchiera o tentativi di ampliamento  delle sue dimensioni, per non parlare dei tentativi di introdurre nuovi pezzi.

Tutto questo continuò anche nel Settecento e nell’Ottocento, ma sempre senza successo. Tutte le varianti proposte al gioco sono poi confluite in quelli che modernamente  sono definiti  “scacchi eterodossi”.

Molto antica è l’idea di ampliare la scacchiera per inserire nuovi pezzi. Pensiamo per esempio a Tamerlano (1336-1405, in persiano significa ‘Timur lo zoppo’) il grande conquistatore, che giocava su una scacchiera di 11×10 caselle e ideò anche una scacchiera rotonda, anticipazione della  moderna scacchiera cilindrica.

 

Molti dei pezzi ideati in passato sono stati ripresi modernamente dai ‘problemisti’, che li hanno di solito presentati con nomi nuovi. Per esempio già nel 1561 Ruy Lopez parlava della ‘Donna cavallotta’ che univa il movimento della Donna a quello del Cavallo, oggi conosciuta nel  mondo del problema come ‘Amazzone’.

Nel 1617 Pietro Carrera propose una scacchiera di 10×8 caselle aggiungendo il ‘centauro’ o ‘alfincavallo’, pezzo che abbina il movimento dell’Alfiere e del Cavallo, e oggi è noto come ‘Principessa”. E il ‘campione’ o ‘roccocavallo’, che abbina il movimento della Torre e del Cavallo, oggi noto come ‘Imperatrice’.

 

Ancora nel XVII secolo Francesco Piacenza aveva proposto un ‘arciscacchiere’  di 100 caselle (10×10, probabilmente utilizzando quello che allora era il tavoliere per il gioco della Dama), inserendo a fianco di Re e Donna – prima dell’Alfiere – due nuovi pezzi:  da una parte il ‘centurione’ e dall’altra il ‘decurione’.

Forse a lui si ispirò Giuseppe Ciccolini (morto a Roma nel 1833) primo presidente della Accademia Romana, che nell’opera “Tentativo di un nuovo gioco di scacchi” propose ancora la scacchiera di 100 caselle ma inserendo a fianco di Re e Donna – prima dell’Alfiere – un unico nuovo pezzo denominato ‘Elefante’ e come innovazione  modificò  il movimento di alcuni pezzi.

Innegabilmente l’idea della scacchiera di 100 caselle è stata la più diffusa in ogni epoca: facendo un salto in avanti nel tempo, ricordiamo che perfino Capablanca, dopo la sconfitta con Alekhine, la propose “per aumentare la difficoltà del gioco”, inserendo accanto al Re il Duca (Torre più Cavallo)  e accanto alla Donna il Templaro (Alfiere più Cavallo),  con la possibilità per i Pedoni alla prima mossa di avanzare di tre caselle e per il Re nell’arrocco di spostarsi di tre caselle.

Facendo un salto nel tempo e arrivando ai nostri giorni, possiamo ricordare la maxi-scacchiera dipinta da Paul Klee nel 1937, in un quadro che chiamò ‘Super chess’.

Nel Settecento una delle novità proposte fu la scacchiera per il gioco a 3: può essere divertente notare che ancor oggi ogni tanto qualcuno afferma di aver ‘inventato’  la scacchiera per il gioco a 3 e la notizia trova ampio spazio sui mass-media. In realtà la scacchiera per il gioco in 3 è già ben descritta nell’opera “Il giuoco degli scacchi fra tre”, edito a Napoli nel 1722, ed opera di Filippo Marinelli, capitano del genio dell’esercito napoletano. Consentiva il gioco ai Bianchi, ai Rossi e ai Neri. Il libretto ebbe varie traduzioni, compresa una in inglese dedicata alla duchessa di Northumberland.

Proposte di variazioni al gioco sono nate dall’idea degli scacchi come battaglia. Ricordiamo per esempio Francesco Giacometti, nato in Corsica e poi trasferitosi a Genova, che pubblicò nel 1793 “Il Giuoco della Guerra”, riprendendo alcune caratteristiche degli scacchi cinesi: per esempio la scacchiera divisa da un fiume e l’inserimento tra i pezzi del mortaio (o cannone). La scacchiera era composta da 153 caselle e in campo c’erano soldati e trincee, così da riprodurre una vera e propria battaglia. Il volumetto ebbe varie edizioni in italiano, fu tradotto in francese ed anche in … napoletano!

Ma anche all’estero gli scacchisti “innovatori” non erano da meno.

Un quadro  del 1520 dipinto dall’olandese L.Van Leyden (1494-1533), oggi conservato a Berlino, raffigura una scacchiera di 12×8 case: vi si giocava una variante nota come ‘Kurier Spiel’ (Gioco del Corriere), già in voga nel Medio Evo.

L’olandese Luca da Leida, nome italianizzato di Lucas van Leyden, pseudonimo di Lucas Hugenszoon (Leida 1494 – 1533) è stato pittore e incisore.

Lucas è stato anche tra i primi ad impiegare la prospettiva aerea nelle stampe.
Il numero di dipinti attribuiti a Lucas non sono molti, probabilmente risalgono soltanto alla sua fase giovanile, prima dei 25 anni.
Queste opere giovanili, come “I giocatori di scacchi” del 1508, rivelano una predilezione per la pittura narrativa spesso a scapito dell’ unità compositiva.

Il quadro però non rappresenta gli scacchi tradizionali, ma il “Gioco del Corriere” che si svolgeva su un tavoliere di 12×8 caselle, piuttosto diffuso all’epoca nelle nazioni del nord Europa e di cui avevano parlato molti degli antichi poemi medievali.

 

Oltre ai pezzi normali degli scacchi il gioco prevedeva per ciascuno due ‘Corrieri’, in pratica due Alfieri, un Consigliere, che muoveva come il Re, uno Schleich, che poteva muovere di un solo passo in orizzontale o in verticale, e 4 Pedoni. I 12 pezzi venivano posti sulla prima (ovvero ottava) traversa, i 12 Pedoni sulla seconda (ovvero settima).

Sicuramente da ricordare  l’olandese Jules van Zuylen (1743-1826), il primo a proporre già nel Settecento di disporre i pezzi a caso dietro ai Pedoni ma in modo uniforme e simmetrico per Bianco e Nero, anticipando in pratica il ‘fischerandom’ del mitico Bobby Fischer.

Il conte Jules Filippe van Zuylen Nyevelt (Rotterdam 5.1.1743 – Utrecht 20.2.1826) intraprese la carriera militare divenne generale, poi Consigliere di Stato e infine alto comandante delle truppe batave. Come scacchista fu il primo trattatista olandese e fece tra l’altro studi approfonditi sui finali di Re e Pedoni. Ideò anche una scacchiera ‘per signore’ in cui i Pedoni erano rappresentati da cuori e la Donna da una stella a otto punte.

E tra gli insegnamenti ai principianti, consigliava, per migliorare tecnica e strategia, di giocare appunto le partite disponendo i pezzi dietro ai Pedoni a caso, ma in modo simmetrico per i due schieramenti.

Quella di Fischer, dunque, non fu un’idea del tutto nuova anche se Bobby considerava accettabili solo 960 delle posizioni possibili, mentre per van Zuylen tutte le combinazioni erano accettate.

L’insegnamento di van Zuylen fu riproposto nel secolo successivo da suo nipote, l’olandese Elias van der Hoeven (1778-1858) che cercò di diffondere la variante, ma con scarso successo.

E tuttavia nel 1844 giocò due match con il colonnello P. Michaels, perdendo 5.5-3.5 quello a gioco classico ma vincendo quello con i pezzi messi in modo casuale per 5 a 1.

E nel 1851 a Baden-Baden giocò con questo sistema una partita con von der Lasa.

 

 posizione di partenza dei pezzi da a1 a h1 (e da a8 a h8): A T R T A C C D

 

1.Cf3 b5  2. d4 d6  3. Aa5 f6  4. Ce3 e5  5. De1 A:f3  6. e:f3  e:d4  7. T:d4 Ce7  8. b3 Cc6  9. Cd5 Tb7  10. Te4 Ag6  11. Ce7+ C:e7  12. T:e7 Cd7  13. De6 Dg8  14. D:g8 T:g8  15. Ad4 Ce5  16. A:e5 f:e  17. Rb2 Rd8  18. T:c7 T:c7  19. Tc1 Rd7  20. A:c7 R:c7  e il Nero vinse.

 

Da segnalare che un’altra partita con la disposizione casuale dei pezzi sulla prima traverso fu giocata nel 1911 tra Marshall e Cohn a Berlino.

Tra Settecento e Ottocento I precursori dei computer (2) – Ajeeb e Mephisto

Tra Settecento e Ottocento

I precursori dei computer (2) – Ajeeb e Mephisto

L’entusiasmo e l’interesse provocati dal Turco (ovvero l’Automa di von Kempelen) non si placarono negli anni successivi, anzi fecero anche nascere molti imitatori e macchine consimili.

Tra i molti anche un italiano, Giuseppe Morosi (pisano, 1772-1840) che nel 1794 creò una macchina per giocare a scacchi, simile appunto al Turco, che gli aprì le porte della corte di Ferdinando III duca di Toscana e gli valse a soli 22 anni la nomina di ‘aggregato’ al Museo di Fisica di Firenze. In seguito Morosi divenne un importante inventore e meccanico, realizzando macchine d’avanguardia in molti settori, in particolare per la Zecca.

Ma i principali ‘automi’ scacchisti furono costruiti nell’Ottocento: Ajeeb e Mephisto.

 

Ajeeb –

Nel 1865 Charles Alfred Hooper (1825-1900), meccanico ed ebanista di Bristol, costruì un congegno consimile al Turco per sfruttarlo a sua volta economicamente e lo chiamò Ajeeb.

Rispetto al Turco, Ajeeb – che ne manteneva le sembianze – era più grande, anzi, tra il manichino e la cassa su cui  poggiava, si arrivava ad una altezza di ben 3 metri.

Ajeeb fu ufficialmente presentato nel 1868 a Londra; ovviamente, prima della partita venivano aperti gli sportelli della cassa, dentro alla quale si vedevano ingranaggi e congegni, così come  l’interno del corpo, pieno di rotelle e fili.

Ajeeb fu esibito a Londra per quasi dieci anni; seguì una tournèe in Germania: a Berlino in tre mesi fu visto da più di centomila persone.  Poi fu esibito a Bruxelles e a Parigi. Nel 1885 fu portato a New York ed esposto al Museo Eden, nella 23a Strada, dove era possibile sfidarlo sia a dama, per 10 cents a partita, sia a scacchi, per 25 cents

All’interno di Ajeeb si alternarono maestri di scacchi e di dama; con certezza si sa che lo manovrarono  Charles Moehle (1859-1898), Albert Hodges (1861-1944) ed Harry Pillsbury (1872-1906) che giocava anche a dama e i damisti Constant Burille (1866-1914) che giocava anche a scacchi (su 900 partite ne perse solo tre, non perse mai a dama), Charles F. Moehle e Charles Barker. Tra coloro che giocarono, anche il presidente USA Cleveland e il suo vice Hendricks, Theodoro Roosevelt, il mago Houdini e Sarah Bernhardt.

Il successo fu tale che Hooper ne costruì almeno un secondo esemplare, forse anche altri due, il che ha reso complicata la storia di Ajeeb.

Nel 1895 Hooper rientrò in Inghilterra, dopo aver venduto il suo automa. L’acquirente sembra essere stato tale Jim (Joseph) Smith; tra il 1898 e il 1904 venne manovrato da Pillsbury, che forse per le troppe ore passate nell’angusto spazio fu colpito da una paralisi progressiva, che ne causò la morte nel 1906 a soli 33 anni.

Gli subentrò il campione di dama di origine russa Sam Gonotski, che con Smith portò Ajeeb a Coney Island, alternandosi al suo interno con un  assistente che giocava a scacchi; un giorno un avversario, sconfitto a scacchi, assalì l’automa con un coltello e uccise l’assistente; la vicenda fu messa a tacere, ma portò alla separazione tra Smith e Gonotski e forse fu il motivo per cui dal 1915 Ajeeb venne  utilizzato soltanto per giocare a dama.

Si dice sia stato distrutto da un incendio (così come era accaduto al Turco) nel 1929, ma sembra che non sia vero: l’anno è quello della morte di Gonosky.

Nel 1932 un altro Ajeeb apparve in Canada, ancora come giocatore di dama. Nel 1936 fu riportato in America e usato per pubblicizzare una radio: chi avesse vinto una partita ne avrebbe vinta una; ma a quanto pare Ajeeb non perse mai.

 

Mephisto
Nel 1876 Charles Gumpel, alsaziano, trasferitosi a Londra con la famiglia da ragazzino e diventato costruttore di protesi, dopo alcuni anni di lavoro realizzò un automa scacchistico che, a differenza di macchine come il Turco o Ajeeb,  non aveva un uomo nascosto all’interno ma era manovrato da un giocatore situato in una stanza vicina, tramite un collegamento elettro-meccanico: lo chiamò Mephisto.
Nel 1878 Mephisto vinse un torneo ad handicap della Counties Chess Association, a Londra. Era guidato da Isidor Gunsberg; da notare che George MacDonnell si ritirò dal torneo perchè non gli veniva detto chi giocava dietro alla macchina. Nel 1879 Mephisto (sempre manovrato Gunsberg) fece una trionfale tournèe, vincendo tutte le partite, eccetto quelle con le signore, nelle quali, dopo aver raggiunto una posizione vincente, si faceva battere. Infine nel 1883 Mephisto (sempre con Gunsberg) sconfisse a Londra Mikhail Cigorine.

 

Mephisto – Cigorine (Londra, 1883)

1.e4 e5 2.Cc3 Cc6 3.f4 exf4 4.Cf3 g5 5.h4 g4 6.Cg5 h6 7.Cxf7 Rxf7 8.d4 f3 9.gxf3 Ae7 10.Ac4+ Rg7 11.Ae3 Axh4+ 12.Rd2 d5 13.exd5 Ca5 14.Ad3 Ae7 15.fxg4 Cf6 16.Axh6+ Txh6 17.g5 Txh1 18.Qxh1 Qh8 19.gxf6+ Axf6 20.Tg1+ Rf7 21.Qe4 Qh6+ 22.Rd1 Ad7 23.b4 Te8

 

24.Qg6+ Qxg6 25.Axg6+ Rf8 26.Axe8 Axe8 27.Tf1 Re7 28.d6+ cxd6 29.Cd5+ Rd8 30.Cxf6 1-0

 

Nel 1889 Mephisto fu esposto all’Esposizione Universale di Parigi, dove venne manovrato da Jean Tabenhaus, scacchista nativo di Varsavia, trasferitosi a Parigi dal 1880; viveva dando lezioni di scacchi al Cafe de La Regence.  Al termine dell’Esposizione Mephisto venne smantellato.

 

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Uno sguardo al futuro. E la macchina per giocare a scacchi si concretizzò ….

 

Con la realizzazione del Turco, di Ajeeb e soprattutto di Mephisto, l’idea di costruire la macchina davvero capace di giocare a scacchi divenne sempre più attuale e finalmente si concretizzò grazie soprattutto all’evoluzione dei calcolatori e successivamente alla miniaturizzazione e alla realizzazione dei circuiti integrati.

Precursore fu Charles Babbage, matematico inglese (1792 – 1841) che dedicò trentasette anni di vita allo studio delle macchine calcolatrici. Nel 1840, dopo aver progettato il “motore analitico”, si impegnò per dimostrare che esso era capace di ‘cose intelligenti’. Cosa meglio degli scacchi per fare un test in tal senso? Così Babbage indicò le regole che la macchina automatica avrebbe dovuto seguire per giocare la partita.

Tra settecento e Ottocento (parte 1)

Tra Settecento e Ottocento

I precursori dei computer (1) – Il Turco

Nel 1700, quando ci fu la grande esplosione scientifica e tecnica che pose le basi della “Rivoluzione Industriale”, ebbero grande fortuna congegni complessi mossi da meccanismi ad orologeria: eseguivano movimenti preordinati e di grande precisione, ma senza possibilità di applicazioni pratiche. Vennero chiamati “automi”: si trattava di giocattoli, alti 30-40 centimetri, che diedero agli uomini dell’epoca l’illusione di avere tra le mani il segreto della creazione.

Il culmine sembrò raggiunto con la messa a punto della macchina capace di giocare a scacchi, già nel Settecento considerati il più intelligente e complesso dei giochi.

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Il Settecento (parte quinta)

Salti di Cavallo

Nel 1722, poco meno di un millennio da quando il problema era stato proposto per la prima volta, un matematico provò a definire una formula che esprimesse il percorso del cavallo sulla scacchiera.

Ricordiamo che il problema di far percorrere al Cavallo tutte le 64 caselle della scacchiera con 63 salti consecutivi – toccando dunque tutte le caselle una sola volta – era stato proposto già dagli antichi matematici indiani. Le possibili soluzioni (è stato calcolato siano quasi 123 milioni !) venivano però date soltanto in maniera empirica.

Uno dei primi matematici ad occuparsi in modo scientifico del problema fu Abraham de Moivre (1667-1754), francese presto emigrato in Inghilterra, noto per le teorie sul calcolo delle probabilità; fu anche ‘arbitro’ nella lite tra Leibniz e Newton per la paternità del calcolo differenziale.

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Il Settecento (parte 4)

Il Settecento (parte quarta)

 

Philidor

Francois-André Philidor

Francois-André Philidor, il futuro campione di scacchi, nacque a Dreux il 7 settembre 1726 dal secondo matrimonio di André Danican Philidor (1652-1730), detto Philidor il Vecchio e successivamente Philidor Padre, dopo la morte di Jaques, suo fratello, detto Philidor il Giovane.

Il prenome François era quello del padrino del giocatore di scacchi: questi non l’utilizzò poi altro che negli atti ufficiali, ma uno storico deve menzionarlo per evitare la confusione. Il prenome André, che egli utilizzava sempre ed esclusivamente, era quello di suo padre, che lo aveva ereditato dal suo padrino, André Langlois, verosimilmente di origine scozzese e “cornamusa” di corte: era infatti il Suonatore di Cornamusa ufficiale del Re Luigi XIV.

La data di nascita di Philidor Padre, 1652, è  desunta dall’atto ufficiale di morte, avvenuta a 78 anni. Ma di solito viene data invece come data di nascita il 1647: è un errore (che ha le sue ragioni nella precocità praticamente inverosimile) ripetuto dagli storici che si copiano.

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Il Settecento (parte 3)

Una immortale poesia scacchistica

Nel Settecento i giocatori italiani ‘a tavolino’ persero il loro primato a livello internazionale che passò ai francesi, grazie in particolare a Francois-Andrè Philidor, grande musicista ma ancor più grande scacchista.

Ma prima di parlare di lui dobbiamo ricordare Legall de Kermur che fu il maestro di Philidor in campo scacchistico: i due si incontrarono per la prima volta nel Café Maugis di Parigi, il primo in cui Philidor a 14 anni si recò per provare la sua abilità negli scacchi….

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Il Settecento (2 parte)

StammaNasce la moderna notazione scacchistica

Nel 1737 fu pubblicato un libro che risultò importante  perché per la prima volta utilizzava un nuovo sistema di notazione scacchistica, antesignano di quella che oggi è nota come “notazione algebrica”. Una grande novità per l’Europa.

 

 

Filippo Stamma

Essai sur le jeu  des Echecs, où l’on donne quelques Regles pour le bien joüer, et remporter l’avantage par des coups fins et subtils, que l’on peut appeller les Secrets de ce Jeu”,  di Filippo Stamma (nato ad Aleppo, quindi di origine siriana) fu pubblicato a Parigi da Paul Emery nel 1737.

Il libro portava il “privilegio” del Re Luigi XV che concedeva a Stamma il permesso di farlo stampare in Francia. Leggi tutto “Il Settecento (2 parte)”

il Settecento (parte 1)

Il Settecento (parte prima)

Accademie e Caffè

 Dal punto di vista storico, la prima metà del XVIII secolo fu un periodo abbastanza tranquillo, caratterizzato dal sempre maggiore affermarsi del cosiddetto “terzo stato”, ovvero la borghesia.

La borghesia, in pratica il ceto medio, era costituito per la maggior parte da piccoli proprietari e imprenditori. Questi avevano iniziato la propria espansione dopo la scoperta dell’America, grazie alla ripresa e al moltiplicarsi dei commerci. Un ulteriore incremento la borghesia lo registrò nel periodo della colonizzazione, raggiungendo in seguito grande potenza con lo svilupparsi delle manifatture, fenomeno iniziato già nel Seicento. La borghesia raggiungerà il proprio apice nel Settecento, grazie alla “rivoluzione industriale” che, segnando l’avvento della produzione di massa, creò i presupposti per quel fenomeno noto con il nome di “capitalismo”.

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