Il Seicento (parte 4)

Grande diffusione degli scacchi

Galileo Galilei

Comunque, nonostante tutto, nell’Italia del Seicento gli scacchi continuarono ad essere diffusi e giocati.

Tra i “vip” dell’epoca va citato sicuramente Galileo Galilei che imparò a giocare a scacchi probabilmente a Padova dove passò gran parte della sua giovinezza. La sua conoscenza del gioco e il suo apprezzamento per la varietà delle combinazioni venne però confermata solo in tarda età –  allora Galileo aveva 76 anni – in una lettera inviata da Arcetri, dove Galileo si era ritirato dopo la ‘abiura’ del 1633 e dove morirà nei primi giorni del gennaio 1642. La lettera fu scritta il 13 marzo 1640 ed era indirizzata a Leopoldo de’ Medici, allora governatore di Siena.

Si sa che la famiglia de’ Medici ebbe molti componenti appassionati di scacchi, già a partire da Giovanni figlio di Lorenzo il Magnifico, ovvero papa Leone X; va poi ricordato Cosimo I del quale a Firenze, nella Galleria di Palazzo Pitti, si conserva una ricca scacchiera. E quando l’Ordine di Santo Stefano riordinò i propri statuti, i granduchi Cosimo II e Ferdinando II, ai quali Galileo fu legato da vincoli di amicizia (da Ferdinando ottenne la cattedra di matematica all’Università di Pisa), nella loro qualità di Gran Maestri dell’Ordine fecero approvare un emendamento grazie al quale il gioco degli scacchi venne permesso “xpressis verbis” ai Cavalieri dell’ordine stesso: “Chi giuocherà in palazzo o in palazzetto ad altri giochi che a scacchi e tavole, incorra in pena della settena” (da Statuti dell’Ordine dei Cavalieri di Santo Stefano, Firenze, 1665). Con ‘tavole’ si intendeva quasi certamente il gioco della dama.

 

Galileo, scrivendo a Leopoldo, si avvalse degli scacchi per una efficace similitudine, lamentando che la cecità gli impediva di scrivere di persona, costringendolo a dettare: “E creda l’Altezza Vostra Serenissima (…) che dallo scrivere servendosi degli occhi e della mano propria, al dover usare quella di un altro, vi è quasi quella differenza che altri nel gioco degli scacchi troverebbe tra il giocar con gli occhi aperti e il giocar con gli occhi bendati o chiusi. Imperocché in questa seconda maniera (…) è impossibile tenere a memoria delle mosse d’altri più; né può bastare il farsi replicare più volte il posto dei pezzi con pensiero di poter produrre il gioco fino all’ultimo scacco, perché credo si tratti poco meno dell’impossibile.”

Dunque nell’opinione del grande scienziato sarebbe praticamente impossibile seguire lo svolgimento della partita fino al matto (‘fino all’ultimo scacco’) senza l’ausilio della scacchiera. Si può da questa frase dedurre che Galileo abbia tentato di giocare a scacchi alla cieca, ma senza risultato? Si deve da questa frase dedurre che Galileo non fosse al corrente dell’esibizione di Buzzecca proprio a Firenze quattro secoli prima? Non avremo mai una risposta a queste domande. In ogni caso quanto scritto da Galileo, pur se fondato su una sopravvalutazione delle difficoltà del gioco, costituisce ancor oggi un autentico “elogio degli scacchi”.

 

 Una famiglia milanese

Un’altra conferma della diffusione degli scacchi si ebbe nel 1652, quando Alfonso Litta fu nominato arcivescovo di Milano. La nomina fu dovuta sopratttutto alla abilità da parte della famiglia  Litta a trattare con gli spagnoli. I Litta erano appassionati di scacchi, nel loro stemma vi era una scacchiera, e questa loro passione era nota al popolo tanto che quando Alfonso entrò in città per prendere possesso della Arcidiocesi il percorso fu addobbato con numerosi riferimenti scacchistici e alla fine fu posta una scacchiera completa di pezzi sulla quale spiccava il motto “in me vis sortis nulla sed ingenium” (nessun influsso della sorte, solo abilità) per indicare che Alfonso aveva raggiunto la carica non per fortuna ma grazie alle sue capacità.

 

 Francesco Piacenza

Di Francesco Piacenza (nato a Napoli nel 1637), fu pubblicato a Torino nel 1683: “I campeggiamenti degli scacchi” (in realtà il titolo come di moda allora era molto più lungo), una raccolta di aneddoti e curiosità sui giocatori italiani del XVII secolo e sulle regole allora in uso, anche se a volte per così dire le contestava: per esempio propugnava la promozione del Pedone esclusivamente a Donna e non a pezzo minore.

Tra le curiosità una strana e  particolare forma di arrocco – “alla africana” – che scrive di aver imparato giocando a Livorno con un egiziano: il Re muoveva in una casa a scelta tra d2, e2, f2 – purché libera, poi alla mossa successiva la Torre occupava la casa di partenza del Re (ovvero e1) e il Re si portava nella casa della Torre con cui ‘arroccava’.

Piacenza era particolarmente abile nel dare matto con un pedone o pezzo ‘segnato’ il che non è così facile come sembra poiché la cattura del pezzo ‘segnato’ da parte dell’avversario implica la perdita della partita. Dimostrò questa sua abilità in molte partite giocate a Roma, Napoli, Venezia, Livorno e Torino e anche in Germania dove visse per quasi otto anni come segretario dell’Ambasciatore di Sua Maestà Cattolica. E sembra che in questo modo abbia giocato con in palio ricche somme di denaro e sembra che abbia vinto molto.

Il testo di Piacenza non è particolarmente importante dal punto di vista tecnico o teorico, anche se introdusse il termine “fianchetto” e usò la dizione “matto affogato” con significato molto simile a quello attuale.

Tuttavia per lui “fianchetto” indicava un particolare inizio di partita, ovvero la spinta di due passi del Pedone di Alfiere seguita dallo sviluppo del Cavallo dietro al Pedone: quindi 1. c4 e 2. Cc3, oppure 1. f4 e 2. Cf3. Invece con “matto affogato” indicò lo scacco matto al Re bloccato dai suoi stessi pezzi, differenziandosi nettamente da quanto riportato nei testi precedenti al suo, ove il “mate ahogado” teorizzato da Ruy Lopez equivaleva all’attuale ‘stallo’.

Il Seicento (parte terza)

Maestri napoletani

Pietro Carrera e  Alessandro Salvio

Nel 1617  venne pubblicato il trattato di 642 pagine, “Il gioco degli scacchi diviso in otto libri, ne’ quali si insegnano i precetti, le uscite e i tratti posticci del gioco e si discorre della vera origine di esso” scritto da don Pietro Carrera.

Il Carrera (Militello 1573-Messina 1647), sacerdote e parroco di Santa Croce della Stella in Militello, fu un grande appassionato del gioco, cui si dedicò attivamente.  Carrera giustificava il molto tempo dedicato agli scacchi con il guadagno fatto nel non essersi dedicato “ai dadi, alle pratiche delle meretrici e aver fuggito l’ozio, ch’è la fonte de’ peccati. Lo star con gli occhi bassi sulla scacchiere non solo non dà fatica e affanno, ma cagiona sommo diletto… ne fan fede coloro i quali, essendo sviscerati amatori degli studi delle lettere, per lo spazio di molte ore non rimuovono gli occhi dai libri”. A differenza dell’opinione del suo tempo, valorizzò i problemi e scrisse anche un libello polemico contro l’altro teorico del tempo, il Salvio. Leggi tutto “Il Seicento (parte terza)”