Poirot e i quattro – Agata Christie, 1927 – Mondadori, 2002 – RCS 2017

Anche Agata Christie si è cimentata con il gioco degli scacchi.

In “Poirot e i quattro” un capitolo si intitola ‘Il problema di scacchi’.
Poirot è a pranzo con l’amico Hastings e l’ispettore Japp; quest’ultimo chiede all’investigatore: “Vi interessa il gioco degli scacchi? Sapete giocare?” e Poirot risponde “Ho giocato qualche volta”.
Poi Agata Christie elabora una ipotesi affascinante per un omicidio: un pezzo degli scacchi come arma, in questo caso un alfiere bianco attraversato da un elettrodo, che quando tocca una determinata casella della scacchiera (in questo caso la casa b5, e poi capiremo il perché) provoca una scossa letale.
En passant possiamo dire che questa idea venne poi copiata da altri autori.
E’ interessante vedere come la Christie ipotizza una sfida tra Stati Uniti e Unione Sovietica; il libro venne sritto quasi 50 anni prima del celebre match Fischer-Spassky, ma all’epoca di Agata si parlava sicuramente molto di un altro campione americano, Paul Morphy, e quindi è sicuramente a lui che la Christie si è ispirata. Nel testo vengono anche citati il cubano Josè Raoul Capablanca, il polacco Akiba Rubinstein e il tedesco Emanuel Lasker.
Capablanca divenne campione del mondo dal 1921 al 1927: quest’ultimo fu l’anno in cui venne scritto il racconto, quindi è comprensibile la citazione.
Lasker fu campione del mondo dal 1894 al 1921, quando venne sconfitto da Capablanca.
Rubinstein fu invece all’apice della carriera tra il 1907 e il 1912 e pur non essendo arrivato al titolo mondiale in quel quinquennio ebbe grande rinomanza e tra l’altro vinse tre volte il Campionato della Russia Imperiale e non dell’Unione Sovietica come scritto nel testo.
Insomma tre nomi di cui si parlava spesso sui quotidiani dell’epoca e che quindi è abbastanza comprensibile fossero noti alla scrittrice. Ed è anche probabile che Agata sapesse almeno le regole base del gioco, insegnatele forse da sua madre, ma forse più probabilmente dal marito Archie Christie, ufficiale della aviazione britannica dove il gioco era molto diffuso e praticato.
La cosa più positiva resta però la citazione delle mosse della partita, una Spagnola (il traduttore del testo in italiano probabilmente non conosceva gli scacchi perché ha lasciato la denominazione Ruy Lopez – il nome dell’ideatore della apertura – che in Italia non si usa). Però le mosse sono indicate correttamente e anche le iniziali dei pezzi nel testo italiano sono tradotte correttamente: 1. e4 e5 2. Cf3 Cc6 3. Ab5 ( quest’ultimo tratto spiega il perché della casella b5).

Seguiamo allora alcuni passi de “Poirot e i quattro”.

Japp ad un certo punto dice a Poirot: “Avete sentito di quello strano caso successo ieri? L’incontro tra due giocatori di fama mondiale: uno è morto durante la partita.”
“Sì, l’ho letto” risponde Poirot “Uno, il campione russo, era il dottor Savaronoff. L’altro, morto per paralisi cardiaca, era il giovane e brillante campione americano Gimour Wilson.”
“Esatto”, aggiunge Japp “Savaronoff aveva battuto qualche anno fa Rubinstein, diventando così campione dell’Unione Sovietica. E Wilson era considerato un secondo Capablanca. /…/ La morte di Wilson è assolutamente inspiegabile. /…/ Sospettare di Savaronoff? Non credo che nessuno, neppure un russo, ucciderebbe un uomo per non essere sconfitto in una gara di scacchi. Anzi, avrebbe dovuto succedere il contrario… Si dice che il russo sia un giocatore davvero in gamba, secondo solo a Lasker.”
Poi Japp spiega a Poirot che Savaronoff aveva cercato in tutti i modi di evitare la sfida con Wilson, forse perché aveva paura dei bolscevichi, dai quali era riuscito a sfuggire; ma alla fine era stato costretto ad accettare l’incontro. La partita si era svolta nell’appartamento di Savaronoff che aveva difficoltà a muoversi. Poirot chiede di vedere il cadavere, lo esamina e poi si fa mostrare il contenuto delle tasche: tra varie cose c’è un pezzo degli scacchi, un Alfiere bianco.
“Lo stringeva in mano” racconta Japp “Deve essere restituito a Savaronoff: fa parte di una magnifica serie in avorio scolpito.”
Poi Japp, Poirot e Hastings vanno nell’appartamento di Savaronoff: Poirot si inginocchia a guardare un tappeto.
“Non è il tappeto che stavo oservando… è troppo splendido per avergli piantato senza motivo un grosso chiodo nel mezzo. Il chiodo non c’è più, ma è rimasto il buco.”
Arriva la nipote di Savaronoff, Sonia Daviloff. Poirot le chiede di mostragli la scacchiera sulla quale si è giocato: un tavolino con un bellissimo ripiano intarsiato a scacchiera in argento e nero. Poi chiede di vedere i pezzi. E senza farsi accorgere mette in tasca l’altro Alfiere bianco.
Poi l’incontro con Savaronoff che gli dice “Wilson fece l’apertura Ruy Lopez … una tra le più sicure che si conoscano, che viene spesso usata nei tornei e negli incontri.” “E da quanto tempo stavate giocando” chiede Poiriot “quando avvenne la disgrazia?” “Dovevamo essere solo alla terza o quarta mossa quando Wilson, all’improvviso cadde sulla scacchiera, morto.”
Poirot, tornato a casa, esamina i due Alfieri, apparentemente identici, li pesa e scopre che uno è più leggero. E spiega a Hastings: “Wilson è stato fulminato con la corrente elettrica! Un sottilissimo filo di metallo passa in mezzo ad un Alfiere; il tavolo da gioco è stato preparato prima della partita e messo in un punto particolare del pavimento (dove c’era il buco nel tappeto). Quando l’Alfiere è passato su uno dei quadrati d’argento, la corrente è passata attraverso il corpo di Wilson uccidendolo all’istante. Quel tavolino doveva essere un vero capolavoro di meccanica, quello che ho esaminato io era solo una copia del tutto innocua.”
Poi Poirot chiede a Hasting di procurargli un manuale del gioco degli scacchi.
“Sentite qui: questa è l’apertura Ruy Lopez 1. e2-e4, e7-e5; 2. Cg1-f3, Cb8-c6; 3. Af1-b5 … fu la terza mossa del Bianco che uccise Gilmour Wilson,cioè Af1-b5. Solo la terza mossa … questo vi dice qualcosa?”
A quel punto Poirot capisce che la persona che ha incontrato non era il vero Savaronoff ma uno dei Quattro, la banda contro cui sta combattendo: un vero campione non avrebbe detto “Dovevamo essere solo alla terza o quarta mossa…” ma avrebbe saputo benissimo che si era solo alla terza mossa. Per non farsi scoprire aveva architettato il complicato piano per uccidere l’avversario. (foto tratta da http://blog.librimondadori.it/blogs/ilgiallomondadori/2009/07/02/poirot-e-i-quattro-1223/ )