Massimo Bontempelli

Massimo Bontempelli (Como, 12 maggio 1878 – Roma, 21 luglio 1960) è stato uno scrittore, saggista, drammaturgo, poeta, compositore, e giornalista.

Ebbe una vita intensa e politicamente controversa, ma a noi Bontempelli interessa dal punto di vista scacchistico. Non sappiamo se e dove abbia imparato il gioco, ma sicuramente lo conosceva dato che nel 1922 pubblicò un romanzo breve dal titolo “La scacchiera davanti allo specchio”. E l’anno dopo su ‘La Terza pagina’ di Milano pubblicò un articolo in cui scrisse una delle frasi più celebri sugli scacchi:

“Il gioco degli scacchi preesisteva probabilmente alla apparizione dell’uomo e forse anche alla creazione del mondo.  E se il mondo ripiomberà nel caos e il caos si dissolverà nel nulla, il gioco degli scacchi rimarrà, fuori dello spazio e del tempo, partecipe dell’eternità delle idee.”

 

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Massimo Bontempelli era figlio di un ingegnere delle Ferrovie dello Stato che per motivi di lavoro si trasferiva frequentemente con la famiglia da una città all’altra. Massimo frequentò il liceo (classico) a Milano ma prese la maturità ad Alessandria (1897). Frequentò poi la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino, laureandosi nel 1902. Si trasferì poi a Milano, dove rimase fino al 1924, quando andò a vivere a Roma.

Nel 1922 pubblicò un romanzo breve, scritto per i ragazzi, dal titolo La scacchiera davanti allo specchiodefinito “racconto strambissimo e quasi incredibile”.

 

La trama in sintesi:

Rinchiuso in una stanza, un ragazzino di dieci anni, che funge da narratore, conosce il Re degli Scacchi che lo conduce in una pianura senza giorno e notte, senza intemperie o cose naturali da osservare; uno spazio infinito dove si trovano le immagini di tutti coloro che si sono guardati anche una sola volta dentro uno specchio.

 

E’ in questo racconto che il Re degli Scacchi dice ad un certo punto:  “Gli scacchi sono molto, molto più antichi degli uomini; molti secoli dopo che esistevano gli scacchi sono nati gli uomini, che sono all’ingrosso una specie di pedoni, con i loro alfieri, re e regine; ed anche i cavalli, ad imitazione di quelli degli scacchi. Poi gli uomini hanno fabbricato delle torri; hanno poi fatto anche altre cose, ma quelle sono tutte superflue. E tutto quello che accade tra gli uomini, specialmente le cose più importanti che si studiano poi nella storia, non sono altro che imitazioni confuse e variazioni impasticciate di grandi partite a scacchi. Solo noi Scacchi siamo veramente eterni.”

 

Concetto di eternità ribadito successivamente in un articolo per il quindicinale «La terza pagina».

Questo giornale usciva il 10 e il 25 d’ogni mese al prezzo di due lire; Bontempelli vi scrisse complessivamente 71 articoli che erano pubblicati sotto il titolo “la Donna del Nadir”. Questi articoli nel 1924 vennero raccolti in un libretto pubblicato a Roma con il titolo «Cronache della quindicina».

In uno di questi articoli Bontempelli parla della esibizione in simultanea alla cieca di Alekhine a Milano il 26 marzo 1923 contro dieci avversari.

L’esibizione di Alekhine si svolse il 26 marzo 1923 nei locali della Società Artisti e Patriottica; iniziò alle 3 del pomeriggio: nove delle dieci partite si conclusero entro 6 ore, una – quella di Padulli – durò 8 ore. Quindi l’esibizione andò avanti fino alle 23. Il risultato finale fu di 6 vittorie di Alekhine, due partite perse e due partite pareggiate. Vinsero G. Bussola e Luca Morelli. Pattarono A. Barassi e A. Stuparich. Persero Giorgio Bombig, Felice Germonio, Tullio Tagliabue, G. Amici, Giuseppe Padulli (dopo 8 ore) e il decimo giocatore che da alcune fonti è indicato come A. Fritz e da altre come sig. Mezoley.

Bontempelli inizia scrivendo di avere letto della esibizione, quindi è probabile che non sia andato di persona a vedere ma che abbia trovato la notizia su un quotidiano dell’epoca. E’ in questo articolo, come abbiamo detto, che troviamo una delle frasi più belle sul Nobil Giuoco.

Vediamo allora l’intero articolo.

«Ho letto con ammirazione stupefatta e paurosa la descrizione della satanica prova agli scacchi compiuta l’altro giorno a Milano da Alekhine, Alekhine il Grande: il quale ha giocato dieci partite contemporaneamente contro dieci distinti avversari; e mentre ognuno di questi aveva davanti a sé la scacchiera, egli, Alekhine il Grande, stava seduto in una poltrona, con le spalle voltate agli avversari e alle scacchiere, e non aveva dinanzi a sé nulla: e così a memoria rapidamente vinse quasi tutte le partiterimanendo per quasi otto ore fermo là a guardare in un angolo vuoto, e pronunciare indicazioni cabalistiche (si riferisce alle mosse in notazione -NdR).

Certo, è più grande colui che con immagini e pensieri crea mondi spirituali e fantastici: Dante Alighieri, per esempio, è più grande di Alekhine il Grande. Ma l’ammirazione che possiamo avere per Dante è meno stupefatta di quella che in noi suscita Alekhine. Dante opera con facoltà, delle quali ognuno ha in sé il germe: Alekhine opera all’infuori di ogni facoltà umana.  È il signore di qualche potenza di cui ci è occulto ogni principio. L’ammirazione che possiamo tributargli è necessariamente fatta di paura. Ciò che egli compie ha in sé qualcosa di inumano e di atroce.

Non senza ragione del gioco degli scacchi non si conosce l’origine: esso probabilmente preesisteva all’apparire dell’uomo sulla terra, e forse anche alla creazione del mondo; e se il mondo ripiomberà nel caos, e il caos si ridissolverà nel nulla, il gioco degli scacchi rimarrà, fuori dello spazio e del tempo, partecipe dell’eternità delle Idee.

Perciò, mentre esso è immune di ogni elemento fisico, d’ogni manualità, pure non può nemmeno apparirci come un fatto della intelligenza, la quale è facoltà umana e complessa, mentre la scacchistica è una potenza extraumana e mostruosamente semplificata. Un grande poeta o un grande filosofo ce lo immaginiamo come un uomo totale: il Grande scacchista ha in sé quel tanto d’uomo, e non più, che basta a regger la sua vita fisica e gli permette di pronunciare le formule che comunicano all’umanità i suoi astrali meccanismi.

Il grande scacchista vive certamente in quel clima di sacra idiozia in cui stanno immersi i matematici e i musicisti.»