Leonardo scacchista

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Leonardo da Vinci è stato quasi certamente tra gli artefici della modifica nel movimento dei pezzi che si verificò tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento.

Una delle principali obiezioni degli studiosi ‘esperti’ di Leonardo è che da nessuna parte è scritto che giocasse a scacchi: tuttavia saper giocare all’epoca era una cosa così normale che non meritava certo particolari citazioni se non per i personaggi più illustri. E comunque di Leonardo abbiamo un ‘rebus’ scacchistico e il disegno dei pezzi per i diagrammi del manoscritto di Luca Pacioli.

Leonardo scacchista

Non si sa con precisione quando Leonardo abbia appreso il gioco degli scacchi: forse già da ragazzino nella casa in campagna dei nonni, forse già nella bottega del Verrocchio a Firenze (dove si producevano pezzi e scacchiere per i nobili ed i ricchi),

In quasi tutte le corti europee gli scacchi erano un gioco estremamente diffuso ed apprezzato dalla nobiltà. I pezzi erano spesso piccole sculture realizzate con materiali diversi di pregio.

Comunque al più tardi Leonardo imparò il gioco quando intorno al 1475 cominciò a frequentare la corte di Lorenzo il Magnifico, dove – come risulta da numerose testimonianze – il gioco degli scacchi era molto praticato.

Le partite, che spesso duravano molte ore, oltre ad essere un gradito passatempo, erano l’occasione per sfidare invitati illustri di passaggio. Contemporaneamente anche nei ceti più umili si giocava a scacchi – realizzati con materiali  poveri –  e alcuni giocatori (talvolta menestrelli) erano diventati dei veri e propri professionisti il cui l’unico scopo era estorcere denaro ai nobiluomini con scommesse.

Ricordiamo per inciso che proprio nel 1475 nacque Giovanni secondo figlio di Lorenzo il Magnifico e Clarice Orsini. Diventerà papa nel 1513 con il nome di Leone X e sarà uno dei papi più importanti per la storia degli scacchi. Era infatti un grande appassionato del nostro gioco: negli otto anni del suo pontificato ne favorì la diffusione, e, così come protesse letterati e poeti, fu un importante mecenate per i giocatori di scacchi dell’epoca. Anzi, la passione per il gioco degli scacchi di Leone X fu tale da essere segnalata perfino nell’opera “Storia dei Papi” del Pastor (!).

Inoltre in un volume della fine del 1500 si trova questa citazione: “Papa Leone era solito abbandonare la partita quando era inferiore; ciò mostra la sua abilità, poiché egli vedeva molto tempo prima ciò che doveva accadere; e quando si accorgeva che la sua situazione era disperata, seguendo il responso di Ippocrate che diceva non esservi rimedio per i disperati, si arrendeva e confessava vinto.”

Torniamo a Leonardo. Imparò comunque prima del 1482  anno in cui si presentò a Ludovico il Moro e rimase poi alla sua corte a Milano. Si può presumere che quando Leonardo scrisse a Ludovico la lettera un cui si proponeva per la “assunzione”, sapeva della passione del Moro per gli scacchi e quindi non arrivò a Milano impreparato. Se Ludovico gli avesse detto ‘facciamo una partita’, non sarebbe stato da lui rispondere ‘non sono capace’.

Che il gioco degli scacchi fosse molto diffuso specie tra i nobili, il clero ed i ceti più ricchi è storicamente documentato; una delle ragioni principali era che gli scacchi permettevano di passare il tempo (oggi diremmo ‘il tempo libero’) anche perché va ricordato che all’epoca non c’era la radio, non c’era la televisione (e non c’era neppure il campionato di calcio…). Un’altra ragione era che la partita a scacchi permetteva a uomini e donne di stare insieme senza creare ‘pettegolezzi’ ed era quindi una buona occasione di corteggiamento: e questo accadeva anche alla corte dei Visconti e degli Sforza, dove gli scacchi erano molto diffusi e giocati dallo stesso Ludovico il Moro.

 Le prime notizie relative al gioco degli scacchi in Lombardia risalgono al 1300 e parlano di una “scuola lombarda” ricca di forti giocatori, scuola le cui rigide regole facevano testo “in tutto il continente”. Appassionati giocatori, erano, stando agli “annali milanesi” del Trecento, tutti i membri della famiglia Visconti, da Azzone a Valentina, figlia di Gian Galeazzo che in dote nel matrimonio con Ludovico di Francia portò tra l’altro “una preziosa scacchiera con pezzi e pedine”. Il più accanito scacchista, però, stando alle cronache, fu Filippo Maria, che raccolse anche molti testi sul gioco, conservati nel Castello di Pavia.

A Milano è conservata una scacchiera di Bernabò Visconti al Museo Poldi-Pezzoli e al Castello ci sono alcuni giochi completi dell’epoca.

Gli Sforza e gli scacchi

Da documenti conservati nell’Archivio Storico Lombardo si sa che nel 1472 Ludovico, allora ventenne, perse ben 30 ducati con Galeazzo Maria Sforza; questi successivamente, nel 1475, trovò un ben più ostico avversario nel conte Galeotto Belgioioso, tanto che seccato per le continue sconfitte decise di allontanarlo da Milano. In una lettera (10 settembre 1475, pure conservata nell’Archivio Storico Lombardo) Galeazzo Maria scrive da Villanova al visconte Ascanio Maria Sforza: “El conte Galeoto a Belzoioso ne ha richiesto licenza de venire a casa et non sapemo pensare la ragione se non è perché el voglia portare ad casa li dinari chel ha vinto ad zocare a scachi …. Et guardatevi bene dal zocare a scachi con lui perché è fatto così bon magistro che vincerà ad ogni partito”.

E ancora c’è un altro scritto di Galeazzo del novembre 1475: una missiva ad un artigiano con cui ordina  una nuova scacchiera  avvertendo che la voleva “intarsiata e non dipinta” perché la pittura se ne andava troppo presto.

C’è poi  un quadro che raffigura Galeazzo intento a giocare a scacchi mentre la sua bella amante Lucia da Marliano contessa di Melzo lo guarda distesa su cuscini di velluto cremisi.

Quanto a Ludovico il Moro una plaquette del XV secolo lo raffigura  con Madonna Beatrice mentre giocano a scacchi, ma tra il popolo circolavano alcuni disegni in cui Ludovico giocava con le sue amanti nude.

E Ludovico doveva essere sensibile agli scacchisti dato che in una supplica a lui rivolta si legge “Jacopo de conti clarico milanese filio quandom da Maystro Ambrosio che zugava a scacchi a mente”.

E ancora: Ludovico il Moro chiamò a corte tale Bartolomeo Turco, castellano sotto gli Sforza nel 1498, poiché desiderava vederlo giocare a scacchi (Archivio Storico Lombardo).

Possiamo dire pertanto che  Leonardo sapeva giocare a scacchi quando arrivò a Milano; non si pretende che fosse un campione, ma che abbia imparato le regole e il movimento dei pezzi possiamo darlo per scontato, se non altro per essere pronto a soddisfare una eventuale richiesta del Moro di fare una partita: del resto, come ha scritto Marco Malvaldi nel suo libro ‘La misura dell’uomo’ (Giunti Editore) “Leonardo non smette mai di imparare, non c’è un momento della sua vita in cui si accontenta di quello che sa.”

E a proposito del suo soggiorno milanese, in un documento di fine XV secolo si legge che “Leonardo giocò a scacchi con l’Ambasciatore francese adottando una nuova tattica, il sacrificio del Pedone d’Alfiere di Donna” (dopo aver iniziato la partita con la spinta di due passi del Pedone di fronte alla Donna): in pratica un esempio, forse il primo, della apertura che sarà poi conosciuta come “Gambetto di Donna (accettato)”; purtroppo  non ci sono altri dettagli, né sul nome dell’Ambasciatore né su quando esattamente venne giocata la partita.

Leonardo, come si sa, era anche un innovatore: probabilmente aveva avuto notizia delle novità apportate nel gioco,  soprattutto relative al movimento della Regina (e dell’Alfiere) che sarebbero state adottate definitivamente da lì a pochi anni. 

Così possiamo ritenere che abbia pensato a sua volta ad una modifica migliorativa ed abbia ‘ideato’ il  movimento dell’arrocco (che allora non si chiamava ancora così).

Lo possiamo dedurre dal fatto che nei Fogli di Windsor datati tra il 1484 e il 1487 c’è il disegno di un suo “rebus” scacchistico (foglio 12692r).

La soluzione del “rebus” scacchistico, data da Leonardo stesso, è  “io arroccherò”, con l’idea di effettuare il particolare movimento di Re e Torre in una mossa sola e non in due come avveniva all’epoca, quando per togliere il Re dal centro della scacchiera e portare in gioco la Torre c’era la possibilità di una combinazione di due mosse successive, come riportato dallo spagnolo Lucena nel suo testo del 1496 o 1497: prima si muoveva la Torre, poi alla mossa immediatamente seguente il Re aveva la facoltà di scavalcarla muovendo di due caselle. Ma si trattava di due mosse e non di una sola come avviene oggi con quello che possiamo definire l’arrocco ‘moderno’.

Probabilmente però l’idea di Leonardo anticipava troppo i tempi per la corte milanese, abituata al gioco classico dell’epoca, e così non trovò particolare riscontro.

Ma sicuramente le cose cambiarono quando, dopo la fuga da Milano, Leonardo si rifugiò insieme a fra’ Luca Pacioli presso la corte di Isabella d’Este a Mantova.

Luca Pacioli

Pacioli era giunto alla corte del Moro nel 1496 come insegnante di matematica: è noto che gli era stato riconosciuto il ruolo di abile divulgatore della matematica del suo tempo e una certa priorità nell’attribuzione di un valore didattico ai giochi matematici.

Aveva subito legato con Leonardo: tra i due era nata collaborazione e amicizia; Pacioli sicuramente conosceva gli scacchi. Si presume abbia imparato durante il soggiorno a Venezia, dove si mantenne facendo il precettore a casa di Antonio de’ Rompiasi, un ricco mercante di pellicce che abitava nell’isola della Giudecca.

Nel 1478 aveva realizzato un manoscritto autografo, il  “De ludis in genere, cum illicitorum reprobatione, specialmente di quelli de scacchi in tutti modi”, titolo presumibilmente dovuto al fatto che il gioco degli scacchi era formalmente vietato dalla Chiesa.

Come frate, data la proibizione, probabilmente non era un ‘giocatore di partita’, ma aveva raccolto molte posizioni ovvero ‘partiti’, come si chiamavano allora (oggi li definiremmo problemi, finali, combinazioni di scacco matto), che a volte gli servivano per le sue dimostrazioni matematiche.

Un classico era il ‘problema del salto del Cavallo’ (ovvero far percorrere al Cavallo tutte le case della scacchiera toccandole una sola volta)

I primi a proporre il problema furono il famoso matematico Mohammed ben Musa, di origine persiana, dagli arabi detto “el Kuarezmi”,  (al-Khwarizmi) appellativo da cui derivò il termine ‘algoritmo’, mentre dalle prime due parole con cui incomincia il suo principale libro di aritmetica è derivato il termine ‘algebra’. E l’altro celebre matematico, di origine indiana, Brahamagupta, nato nel 598, che elaborò tra l’altro le progressioni algebriche e geometriche.

Possiamo ritenere che Pacioli non avesse in mente di fare un libro di scacchi, ma poi cambierà idea e accennerà alla realizzazione del volumetto scacchistico in altri suoi testi (per esempio nel suo “De Viribus Quantitatis”. Si ha inoltre notizia di una richiesta di privilegio di stampa avanzata nel 1508 al Senato Veneziano, richiesta che tuttavia non trovò accoglimento).         

E Leonardo, oltre a fare le illustrazioni per il ‘Divina proportione’, progettò i pezzi che possiamo definire di ‘nuovo design’ e che poi vennero riprodotti nei diagrammi che permisero di realizzare il volumetto scacchistico.

E’ stato appurato che il Manoscritto scacchistico è stato definito nel breve periodo tra il 1496 ed il 1500.  E che molte illustrazioni dei diagrammi erano dovute alla  “ineffabile sinistra mano” di Leonardo. Al quale  Pacioli, aveva reso in precedenza omaggio come “il più degno fra i pittori, gli studiosi di prospettiva, gli architetti e i musicisti, uomo dotato di tutte le virtù, il fiorentino Leonardo da Vinci”.

Alla corte di Isabella

Abbandonata Milano, Pacioli si aggregò a Leonardo ed entrambi vennero accolti presso la corte di Isabella d’Este Gonzaga, marchesa di Mantova dove soggiornarono tra il 1499 e il 1503.

Leonardo fu accolto poiché Isabella sperava le facesse il ritratto, Pacioli probabilmente come suo amico, ma ovviamente si riteneva obbligato a trovare un modo per sdebitarsi.

La corte di Isabella era all’epoca il fulcro europeo degli scacchi. Isabella era grande appassionata: accoglieva e ospitava i giocatori, faceva venire i migliori “professionisti” dalla Spagna per giocarci e prendere lezioni. Inoltre amava anche possedere giochi di artistica fattura e ne commissionò ai più famosi maestri intagliatori del tempo (tra i più noti il milanese Cleofas Donati e i Maestri Campionesi) a volte “tirando sul prezzo”, come mostrano alcune lettere pervenuteci.

Tutto questo è storicamente documentato.

A Mantova Leonardo e Pacioli trovarono una “atmosfera scacchistica” molto intensa e ricca.

Luca Pacioli, che aveva con sé la sua raccolta di ‘partiti’, pensò che un modo per sdebitarsi con Isabella potesse essere farne un libretto da realizzare con il preciso scopo di farne omaggio alla stessa  Isabella: così la raccolta presto si trasformò nel celeberrimo De Ludo Scachorum.

Per presentare il libretto a Isabella era necessario però rifare i diagrammi ed ecco il primo intervento per la realizzazione del libro da parte di Leonardo, con i suoi pezzi di nuova concezione, dal disegno molto più leggero e artistico di quelli allora in voga.

Possiamo notare che per la realizzazione ‘fisica’ dei pezzi del gioco di nuova concezione sarebbe stato necessario l’uso del tornio, macchina pure di nuova concezione (i primi esemplari risalivano ad una quarantina di anni prima) e che anche Leonardo aveva disegnato, ma che non era ancora pronta allo scopo. Ancora una volta Leonardo anticipava (troppo) i tempi …

L’analisi del volumetto ritrovato a Gorizia nella biblioteca della Coronini, permette di affermare che  Leonardo memorizzò alcuni ‘partiti’ con le nuove regole e li disegnò direttamente sia su fogli sui quali Pacioli aveva già tracciato il reticolato della scacchiera (con il righello) sia su fogli in cui tracciò a mano libera la scacchiera. Poi li teneva in tasca e per questo alcuni risultano più sciupati degli altri: l’abitudine di tenere i fogli in tasca la ritroveremo con il ‘Codice del volo’.

I pezzi erano proporzionati in base al rapporto aureo; essi si rifanno, per il Pedone, a forme note, per la Regina, ad una forma precisa, già utilizzata da Leonardo, nel disegno di una fonte (in studi e disegni di fontane, Codice Atlantico, foll. 293r-b e 212r-a. E c. 1497-1500, Ms. I di Madrid), per le figure di Alfiere, Cavallo, Torre e Re, e per la loro complessiva raffinata snellezza, ai decori della Domus Aurea, Candelabra e Grottesche, scoperte sul finire del 1400 e note al Maestro.

Del libro però presto non ci fu più traccia e  si pensò fosse andato perduto, fino a che, come noto, è stato casualmente ritrovato pochi giorni prima del Natale del 2006 presso la Biblioteca della Fondazione Palazzo Coronini Cronberg di Gorizia. Praticamente quasi mezzo millennio dopo che era stato realizzato! 

Come già detto, le analisi sul manoscritto ritrovato hanno dimostrato che Leonardo non solo disegnò i pezzi di nuova concezione, ma realizzò anche molti dei “diagrammi” con le varie posizioni relative al gioco con le nuove regole (lo si evince dal fatto che sono disegnati con la mano sinistra e che diverse scacchiere sono realizzate senza utilizzo del righello).

Leonardo ‘inventore’ dell’arrocco ?

Per quanto riguarda l’aspetto del gioco ‘vivo’, dobbiamo tornare al rebus nei Fogli di Windsor. Dato che alla corte di Isabella già si giocava con le nuove regole portate dai “professionisti” che la frequentavano, regole tese a velocizzare il gioco (Donna e Alfiere avevano esteso infatti il proprio movimento, l’Alfiere potendo muovere lungo tutta la diagonale, la Donna lungo tutte le traverse orizzontali, le colonne verticali e le diagonali) e dato che, come abbiamo detto, fino a quel momento quello che oggi chiamiamo arrocco veniva effettuato con due mosse consecutive successive, si può pensare che Leonardo abbia proposto l’innovazione, ovvero la nuova mossa, definita arrocco, effettuata in un colpo solo, da lui ipotizzata già una quindicina di anni prima.

Possiamo ritenere che l’idea piacque e venne subito accettata, sia perché come abbiamo detto rispondeva allo scopo di velocizzare il gioco, sia soprattutto perché costituiva una specie di ‘antidoto’ al nuovo potere assunto dalla Donna o, per adeguarci all’epoca, dalla Regina.

Ovvio che una volta accettata l’idea presso la corte di Isabella, poi la diffusione della nuova mossa, ovvero l’arrocco (spostamento di Re e Torre contemporaneamente, in una sola mossa) in tutta Europa da parte dei “professionisti” avvenne di conseguenza.