Giornalisti scacchisti – Mario Missiroli

Un importante giornalista e scrittore che si occupò di scacchi, fu Mario Missiroli (1886-1974) che dal 1921 al 1923 fu direttore de ‘Il Secolo’ di Milano (ne fu cacciato poiché totale antifascista), poi nel 1946 diresse il Messaggero di Roma e dal 1952 al 1961 il Corriere della Sera, ancora a Milano. Missiroli, pur senza partecipare a tornei, era comunque anche giocatore, visto che lui stesso scrisse “ho studiato parecchie partite … e ho avuto la fortuna di giocare varie volte con forti scacchisti”. Ricordiamo un suo elzeviro su ‘Il Secolo’ (che potrebbe valere anche oggi):
“In Italia gli scacchi non sono mai stati popolari (anche se il gioco va da tempo riprendendosi) /…/ una ragione va ricercata nel fatto che questo gioco non fu mai ‘interessato’ presso di noi: lo si considerò sempre un gioco aristocratico, troppo nobile per distrarlo a scopo di lucro o comunque di guadagno. Ma a torto perché in tutti i Paesi del mondo il gioco degli Scacchi rende fior di quattrini ai suoi cultori: si parla di “Maestri” che guadagnano fino a centomila lire all’anno e più ancora. /…/ Gli Scacchi negli anni hanno subito una innegabile evoluzione: anche i più modesti giocatori sanno che è finito il tempo delle partite puramente “brillanti” allo stesso modo che in guerra non si usa più la strategia napoleonica o garibaldina, alle quali si è sostituita la tattica. Se si osservano le partite di scacchi di un secolo o di anche solo mezzo secolo fa, è facile scorgere una mentalità geniale, piena di audacia, di colpi di fulmine, di mosse inaspettate, di insidie sottili. Oggi no. I giocatori odierni, i Grandi Maestri di scacchi hanno fatto giustizia di quelle partite, che venivano presentate come modelli insuperabili dal vecchio Ponziani, dal Lolli o dall’Anonimo Modenese. I ‘moderni’ trovano che sono partite scorrette, zeppe di errori, nelle quali l’arbitrio tiene troppo spesso il posto della regola severa. Quelle partite non possono reggere il confronto con le partite di un Lasker, di un Tarrasch o di un Capablanca.”