Domenico Lorenzo Ponziani

Domenico Lorenzo Ponziani (Modena, 9 novembre 1719 – 15 luglio 1796) è stato un professore di diritto,sacerdote, compositore e teorico di scacchi.

250 anni fa, nel 1767, completò il suo trattato sul gioco, Il giuoco incomparabile degli scacchi sviluppato con nuovo metodo, che poi per le insistenze di Ercole Del Rio consentì a dare alle stampe;  il libro fu pubblicato nel1769 ma come Del Rio anche lui preferì celarsi sotto  pseudonimo scegliendo  “Autore Modenese” la cui somiglianza con lo pseudonimo di Del Rio (l’Anonimo Modenese) fu poi causa di non pochi equivoci nella attribuzione.

Scrisse: « Il gioco degli Scacchi, non equivoca prova della umana sagacità, fu sempre la delizia dei grandi e dei dotti »

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Il  Seicento segnò il distacco del gioco italiano da quello europeo: mentre in tutto il resto dell’Europa le regole si unificavano e venivano codificate, i giocatori italiani forse anche per il desiderio di non assoggettarsi ulteriormente a quanto accadeva Oltr’Alpe,  vollero mantenere regole proprie. In particolare l’ “arrocco all’italiana” che permetteva a Re e Torre di posizionarsi in qualunque casa tra le due di partenza; la promozione del Pedone che poteva essere sostituito solo da un pezzo già catturato e quindi se non erano state effettuate catture restava in attesa nella casa di arrivo ed era detto ‘sospeso’, e infine la presa al passo (o al varco o en passant) che non era ammessa.

Tutto questo portò i nostri giocatori ‘a tavolino’ a giocare quella che poteva essere considerata una ‘variante’ del gioco: la strategia cambiava notevolmente e per questo gli italiani ben presto non ebbero più l’opportunità di misurarsi a livello internazionale. Ovviamente non basta la mancata accettazione delle regole internazionali per giustificare la decadenza dello scacchismo italiano. Ci furono anche ragioni politiche: infatti mentre in tutta Europa si assiste alla nascita dei grandi organismi nazionali, l’Italia resta divisa, resta contadina e resta analfabeta: è quindi un paese povero che non può competere con nazioni che si industrializzano e diventano sempre più ricche.

Questa situazione proseguì nel Settecento. Mentre all’estero grazie al le regole unificate gli scacchi si diffusero a macchia d’olio negli ambienti della borghesia e del mondo studentesco  e soprattutto nei Caffè dove il gioco  era considerato un vero e proprio passatempo  e quindi ebbe grande importanza la partita viva, in Italia il gioco rimase chiuso nelle Accademie, dove, visto che come si è detto quasi sempre non si vollero accettare le regole ormai praticamente ratificate in tutta Europa, come la presa en passant, e a causa della mancanza di regole comuni sul come effettuare mosse come l’arrocco, prevalse la passione per l’analisi delle posizioni e in particolare per il problema, ovvero una posizione creata artificialmente nella quale uno dei due colori deve vincere in un predeterminato numero di mosse;  oltre al problema, grande attenzione fu focalizzata sul ‘finale’ , cioè sulla parte conclusiva della partita quando restano in gioco pochi pezzi.  . Così i giocatori italiani ‘a tavolino’ persero il loro primato che passò ai francesi, grazie in particolare a Philidor. In compenso la composizione cominciò a perfezionarsi e ad assumere caratteri moderni, diventando soprattutto svolgimento di un’idea pratica, giocato alla ricerca delle soluzioni migliori, le più rapide possibili, e non teso a trarre in inganno un eventuale scommettitore, come di solito avveniva in passato.

Tre furono gli italiani che con le loro opere – che però almeno inizialmente rimasero circoscritte alla Penisola – consolidarono queste tematiche e il gioco ‘all’italiana’; dalla loro provincia di origine  sono passati alla storia come ‘i tre grandi modenesi’:  Ercole Del Rio, Giambattista Lolli e  Domenico Ponziani.

Ponziani si laureò in Diritto presso l’Università di San Carlo a 23 anni e a ventisei già insegnava Diritto civile all’Università degli studi di Modena. Nel 1764, a quarantacinque anni  decise di darsi al sacerdozio, divenendo nel 1766 canonico nel Duomo di Modena. Nel 1772 si ritirò in pensione con il titolo di professore onorario, nel1784 divenne vicario generale e l’anno successivo vicario capitolare. Morì a Modena nel 1796.

Appassionato di scacchi ed amico di Lolli e Del Rio, nel 1767 completò il suo trattato sul gioco degli scacchi,Il giuoco incomparabile degli scacchi sviluppato con nuovo metodo, che fu pubblicato nel 1769. E come Del Rio anche Ponziani preferì celarsi sotto  pseudonimo scegliendo  “Autore Modenese“. Ma poi nella seconda edizione del 1782 ampliata e senza  troppi riferimenti al ‘gioco all’italiana’ Ponziani appose il proprio nome e tuttavia una traduzione inglese dell’opera apparsa nel 1820 la attribuì a Del Rio.

Ponziani si occupò anche un poco della fase di apertura, tanto che la sequenza iniziale  1. e2-e4, e7-e5;  2. Cg1-f3, Cb8-c6;  3. c2-c3, è nota ancor oggi come Partita Ponziani.

In realtà questa apertura era già stata analizzata un paio di secoli prima da Lucena verso il 1497, ma Ponziani dedicò profondo studio al seguito 3…f7-f5, e per questo l’apertura porta il suo nome.

L’idea strategica della Ponziani è evidentemente quella di riuscire a ottenere un centro solido preparando la spinta in d4 sostenuta dal  Pedone c3. Però l’ apertura presenta l’inconveniente di bloccare la casa di naturale sviluppo del Cavallo in b1, rendendo quindi difficoltosa la difesa del Pedone in e4.  E proprio sull’attacco a tale Pedone ruotano i corretti strategici di gioco del  Nero che può proseguire con 3… d7-d5 oppure con 3… Cg8-f6, mentre  la spinta 3…f5 che dà luogo al Controgambetto Ponziani oggi non si usa più.

Vediamo ora un grazioso finale elaborato da Ponziani.

Il Bianco muove e vince.

1.Rf4, Rg7;  2. Rf5, Rh8;  3. Rg5! (non 3. Rf6??, patta per stallo!), Rg7;  ora serve una finezza: 4. h8=D+!, R:h8;  5. Rf6, Rg8; 6. g7, Rh7;  7. Rf7, poi il Bianco promuove a Donna e vince.