Dante e gli scacchi

Nel 2015 il mondo ha celebrato i 750 anni dalla nascita di Dante avvenuta a Firenze nella seconda metà del maggio 1265. E’ appurato che Dante sapesse giocar a scacchi e che giocava in particolare con gli amici Cino da Pistoia e Guido Cavalcanti. Aveva anche una sua scacchiera personale, forse scomparsa forse no: il “mistero” non è risolto.

 

Nella Divina Commedia (Paradiso, canto 28°) Dante Alighieri accenna al gioco degli scacchi in relazione alla questione del numero degli angeli, a quell’epoca assai dibattuta. Vediamo la terzina completa:

«Lo incendio lor seguiva ogni scintilla;

Ed eran tante, che il numero loro

Più che il doppiar degli scacchi s’immilla».

(Paradiso, XXVIII, 91-93)

 

Possiamo notare che “s’immilla” è uno dei tanti neologismi coniati da Dante e in questo caso serve per far capire che il numero degli angeli è infinito.

Del numero degli angeli Dante aveva già discusso nel Convivio (II, V, 5):

“Per che manifesto è a noi quelle creature essere in lunghissimo numero: per che la sua sposa e secretaria Santa Ecclesia – de la quale dice Salomone: «Chi è questa che ascende del disierto, piena di quelle cose che dilettano, appoggiata sopra l’amico suo?» – dice, crede e predica quelle nobilissime creature quasi innumerabili”.

 

Il paragone scacchistico utilizzato è particolarmente significativo: il numero a cui fa riferimento Dante in questi versi è tratto dalla leggenda orientale secondo la quale l’inventore degli scacchi chiese al re di Persia, in premio della sua invenzione, un chicco di grano sulla prima casella della scacchiera, due sulla seconda, quattro sulla terza, e così via sempre raddoppiando: un numero straordinariamente grande!

 

Per gli appassionati di scacchi si pone allora la domanda: Dante sapeva giocare – e giocava – a scacchi?

Su Dante giocatore di scacchi, le opinioni degli studiosi sono concordi e la risposta è sicuramente affermativa: Dante sapeva giocare – e giocava – a scacchi.

Per esempio, nella sua rielaborazione del suo enorme lavoro critico “I tempi, la vita e le opere di Dante” (pubblicato a Milano nel 1934), Nicola Zingarelli (1860-1935, ben noto come autore del Vocabolario della lingua italiana) riconobbe che «l’impronta tutta Dantesca della similitudine deve far credere ad una esperienza propria dell’Alighieri in ordine alla conoscenza del gioco degli scacchi e delle singolari proprietà numeriche della scacchiera».

E anche Franz Xaver Kraus (1840-1901), autore del libro “Dante” pubblicato a Berlino nel 1897, ammise come certa la conoscenza del gioco da parte di Dante. Peccato che, come vedremo, abbia escluso l’autenticità della prova materiale che appariva più sicura (la scacchiera del Poeta).

Che Dante giocasse a scacchi non deve stupire: la diffusione del gioco degli scacchi a quell’epoca in Firenze è documentata è molte testimonianze dimostrano la passione dei fiorentini per gli scacchi. Per esempio è documentata la visita a Firenze dell’arabo Buzzecca, che nel 1265 (l’anno di nascita di Dante) si batté contemporaneamente contro tre giocatori di fronte a tutta la popolazione.

L’avvenimento venne registrato tra gli altri da Giovanni Villani (1280-1348), che nella sua “Cronica” – basata su documenti ufficiali ed autentici – scrisse: “In questi tempi venne in Firenze un Saracino ch’avea nome Buzzecca ed era il migliore maestro di giocare a’ scacchi, e in su il palagio del popolo dinanzi al conte Guido Novello giuoco’ a una ora a tre scacchieri co’ migliori maestri di scacchi di Firenze, con gli due a mente e coll’altro a veduta, e gli due giochi vinse e l’uno fece tavola, la qual cosa fu tenuta in grande meraviglia.”

E sulle orme del Villani la traslazione poetica di Antonio Pucci (1310-1388, che riscrisse parte della “Cronica” ricavandone 91 canti in terzine):

“In questo tempo arrivò in Fiorenza

Un saracin, ch’ebbe nome Buzzecca

Che degli scacchi seppe ogni scienza.

Secondoché lo scritto innanzi reca,

Con tre buon giocatori e tre scacchiera

Giuocò, e vinse i due, e ‘1 terzo imbieca”

 

Sembra ormai accertato che con il nome Buzzecca venisse indicato il sivigliano Abu Nakr Ibn Zuhair, giocatore all’epoca ben noto.

 

Oltre a questo, sin dall’XI secolo gli scacchi sono legati a Firenze. Infatti proprio una delle prime testimonianze sul gioco degli scacchi in Italia è costituita da una lettera che San Pier Damiani, il santo anacoreta che Dante incontrerà in Paradiso, allora cardinale di Ostia, scrisse nell’ ottobre del 1061 a papa Alessandro II (Anselmo da Baggio, 1061-1073). In questa lettera (la decima delle Epstole) Pier Damiani informava il papa che a causa degli scacchi il vescovo trascurava i propri doveri religiosi: lo aveva infatti scoperto a giocare a scacchi proprio quando avrebbe dovuto invece dire Messa. Pier Damiani chiese una punizione esemplare per il vescovo e si scagliò violentemente contro il gioco, del quale chiese e ottenne la messa al bando. Che gli scacchi assorbissero in maniera eccessiva il clero era del resto noto e proprio in quegli anni era stata emanata una regola per i chierici di Spagna (dove maggiore era l’influsso della cultura islamica) secondo la quale non dovevano ‘perdere tempo’ giocando a scacchi.

E’ noto del resto che all’epoca gli scacchi godevano di grande favore, e non solo fra gli ecclesiastici: ad un altro scacchista accenna la Commedia, nell’immagine della ragnatela che si va tessendo intorno a Rizzardo da Camino, il Vicario di Treviso assassinato mentre “stava immerso” in una partita a scacchi.

E ancora, limitandoci alla Firenze dei tempi di Dante, ricorderemo che uno dei più noti e brillanti cavalieri fiorentini, che fu in pari tempo uomo politico e animatore di liete brigate , messer Betto Brunelleschi, fu parimenti appassionato giocatore di scacchi: e il destino volle che proprio durante una partita a scacchi venisse ucciso da emissari dei Donati.

 

Appurato che Dante sapeva giocare ci si può chiedere con chi giocasse. E’ stato accertato che giocava soprattutto con due suoi grandi amici, Cino da Pistoia e Guido Cavalcanti. E sembra che avesse anche una sua scacchiera personale.

 

Cino da Pistoia, il poeta giureconsulto che per Dante scrisse una canzone consolatoria, oltre ad essere un appassionato giocatore, si occupò, come cultore di diritto, di un singolare quesito scacchistico, nel Medio Evo frequentemente discusso: cioè, se la scommessa di dar scacco matto con un pedone (il cosiddetto ‘pedone segnato’) potesse considerarsi vinta, se il matto veniva dato con un pedone trasformato in regina. La soluzione da lui data fu la seguente: “Promittens dare mattum cum pedite certo non est curandum an sit factus regina, quia comstat de corpore peditis, et dignitas augmentata non mutat statum priorem. Sed si promisi simpliciter dare mattum cum pedite, non possum dare cum pedite effecto regina, quia artificium confundit officium”

 

Quanto a Guido Cavalcanti, probabilmente il migliore amico di Dante, era davvero un ‘super’ appassionato. Basta leggere quanto scrisse Franco Sacchetti, che in una sua “Novella” racconta come Guido “venne beffato da un monello fiorentino, mentre stava giuocando a scacchi con grande attenzione ed impegno”.

“Novelle” del Sacchetti: “Guido Cavalcanti giuocando a scacchi, essendo valentissimo uomo e filosofo, è vinto dalla malizia di un fanciullo”.

“Giuocando a scacchi uno di essi cittadino, il quale ebbe nome Guido de’ Cavalcanti di Firenze, uno fanciullo con altri, facendo lor giuochi, o di palla o di trottola, come si fa, accastandoseli spesse volte con romore, come le più volte fanno, fra l’altre, pinto da un altro questo fanciullo a detto Guido pressò; ed egli, come avviene, forse venendo al peggiore del gioco levossi, e dando a questo fanciullo, disse: “Va, giuoca altrove”; e ritornossi a sedere al gioco degli scacchi. Il fanciullo tutto stizzito piangendo, crollando la testa, s’aggirava, non andando molto da lunge, e da se’ medesimo dicea: “Io te ne pagherò”; ed avendo un chiodo da cavallo allato, ritorna verso la via con altri, dove il detto Guido giuocava a scacchi; ed avendo un sasso in mano s’accostò dietro a Guido al muracciolo o panca, tenendo in su essa la mano col detto sasso, ed alcuna volta picchiava; cominciava di rado e piano, e poi a poco a poco spesseggiando e rinforzando, tantoché Guido voltosi disse: ” Te ne vuoi pur anche? Vattene a casa per lo tuo migliore; a che picchi tu costì codesto sasso?” E quello dice: “Voglio rizzare questo chiodo”; e Guido agli scacchi si rivolge, e viene giuocando. Il fanciullo a poco a poco, dando col sasso, accostatosi a un lembo di gonnella o di guarnacca, la quale si stendea su detta panca dal dosso di detto Guido, su essa accostato il detto chiodo con l’una mano e con l’altra col sasso, conficcando il detto lembo, e con li colpi rinforzando acciocché ben si conficcasse, e che il detto Guido si levasse, e così avvenne come il fanciullo pensò; che ‘l detto Guido essendo noiato da quel busso, subito con furia si leva, ed il fanciullo si fugge, e Guido rimane appiccato per lo gherone”.

 

Ma oltre a conoscere il gioco, le sue regole e le sue leggi, Dante aveva quasi certamente una sua scacchiera personale. Della cui esistenza non è però purtroppo più possibile invocare quella «probatio probatissima», che però ancora sussisteva nel secolo XVII.

 

Di questa scacchiera che la tradizione affermava appartenuta all’Alighieri si ha notizia in un inventario del 1680 nel quale essa veniva infatti descritta come «Scacco di Dante e sua impresa». Si trattava di una tavoletta di avorio e legno, di proprietà del Marchese Cospi di Bologna e di essa c’era ancora una descrizione completa nel «Museo Cospiano» di Lorenzo Legati, del 1777. Quando però il Museo passò all’Istituto Bolognese (1886), la scacchiera risultava già mancante.

Solo nel 1895 il prof. Kraus ritrovò proprio a Bologna un’antica scacchiera, che, basandosi su «documenti autentici» in possesso del proprietario, inizialmente egli ritenne poter essere quella stessa esistente nel Museo Cospiano: ma il retro di questa scacchiera era ornato da pitture che risalivano al principio del 1500, o, tutt’al più, al 1400. Da questa constatazione il Kraus concluse che la scacchiera non potesse essere quella appartenuta a Dante. Tesi confutabile, volendo, perché basata sul dato aprioristico che le pitture fossero coeve alla scacchiera, mentre potevano essere state fatte successivamente su una scacchiera esistente già da tempo.

Resta comunque il valore della tradizione che offre una ulteriore testimonianza della conoscenza e della pratica del gioco da parte di Dante.

 

Ma resta ancora un quesito: dove Dante aveva letto/saputo della ‘leggenda dei chicchi di grano’?

Anche a questa domanda è stata data una risposta documentata: è stato infatti appurato che Dante ebbe notizia del ‘raddoppio’ dalle opere di Averroè (il commentatore di Aristotele). Dante infatti dimostra in più parti delle sue opere dimostra di aver assorbito le teorie aristoteliche attraverso il pensiero di “Averrois, che il gran commento feo” (Inferno, IV, 144). Aristotele nel “Posteriorum analiticorum liber” acenna alla “multiplicata proportio” dei matematici e Averroè per spiegarla ricorda colui che come ricompensa chiese “frumenti grana in numero multiplicato per numerum domorum ludi scacchorum”.